La propaganda russa in cerca di eroi

Marvel Studios

di Massimiliano Di Pace (huffingtonpost.it, 23 maggio 2026)

“Panem et propagandam” si potrebbe definire il motto delle autorità russe, se il lettore perdona il neologismo latino. In realtà, se gli imperatori romani si preoccupavano in una certa misura del benessere del proprio popolo assicurando che avessero da mangiare e da divertirsi con adeguati spettacoli nei circhi, tra l’altro diffusi in tutto l’Impero – “panem et circenses”, diceva Giovenale –, dalle parti del Cremlino più che altro ci s’ingegna ad assicurare sempre nuovi benefici ai reduci (e ai caduti) della guerra e alle relative famiglie.

Ma soprattutto ci si sforza a trovare nuove iniziative propagandistiche, con l’unico obiettivo di mantenere al potere Vladimir Putin e il suo cerchio poco magico (visti i risultati…). È questo che fa pensare un interessante articolo di Kommersant, uscito il 19 maggio, a firma di Ksenia Veretennikova e Dmitry Sotak, che racconta l’esito delle discussioni tenutesi nel Consiglio della Federazione Russa (che costituisce il Senato del Parlamento russo), in occasione di una sessione intitolata “La produzione di lungometraggi sull’operazione militare speciale e sulle gesta eroiche dei militari delle Forze Armate russe”. L’idea dei parlamentari russi è quella di far girare i film durante i combattimenti, in un’ottica iper-realistica, tanto da far sembrare il nostro scrittore Giovanni Verga (massimo esponente del Verismo italiano dell’Ottocento) un autore di fantascienza.

Nessuna sorpresa pertanto per le reazioni degli addetti ai lavori del locale mondo cinematografico, come si legge nell’articolo di Kommersant: «I rappresentanti dell’industria cinematografica hanno ricordato i principali ostacoli alla realizzazione dei film [con queste modalità, N.d.R.], ovvero gli infiniti cavilli e le autorizzazioni da parte del Ministero della Difesa, così come le difficoltà nel gestire le attrezzature per le riprese». Insomma produttori, attori e registi Made in Russia si sono ben guardati dall’accogliere con entusiasmo la proposta cinematografica dei politici post-sovietici, cercando al tempo stesso di salvare la faccia, coprendo la loro comprensibile paura (e chi non ce l’avrebbe?) con motivi che vanno da quelli burocratici a quelli tecnici delle riprese.

Ancora più indicativa dell’aria che si respira a Mosca e dintorni è la risposta delle autorità militari a queste obiezioni dei cineasti espressa di fronte ai senatori russi: «I funzionari militari ammettono l’esistenza di questi problemi, ma sottolineano che sono legati all’attuale situazione al fronte e alla natura specifica del lavoro del Ministero della Difesa». Traducendo il burocratese russo, s’intuisce il richiamo che al fronte effettivamente si muore e che, mentre si combatte, non ci si può mettere in posa per le riprese. A questo punto comincia la propaganda nei confronti dei futuri propagandisti (ossia coloro che dovranno fare i film per esaltare l’eroismo dei soldati russi e la gloria dell’esercito putiniano). Infatti, dopo questo primo dibattito è intervenuta nella sessione del Consiglio della Federazione Anna Yarina, direttrice del Dipartimento di Cinematografia e Sviluppo Digitale del Ministero della Cultura russo (leggi Ministero della propaganda), la quale «ha cercato di infondere ottimismo ai partecipanti all’incontro… riferendo che solo l’anno scorso sono stati distribuiti quarantaquattro film sull’operazione militare speciale [ossia sulla guerra con l’Ucraina, N.d.R.]».

Ciononostante, avviene un primo colpo di scena quando Alexey Aleshkovsky, presidente degli sceneggiatori dell’Unione dei cineasti della Russia, prende la parola per segnalare un serio ostacolo per la realizzazione dell’iniziativa propagandistica: la concezione dell’eroe da parte dei russi: «Abbiamo un problema con gli eroi, non nella vita reale, ma nel cinema e nella letteratura. Sono loro a stabilire i modelli di comportamento. Uno studio dello scorso anno ha dimostrato che l’eroe della generazione più anziana è Stirlitz [una spia russa tra le SS, protagonista di numerose opere dello scrittore sovietico Yulian Semyonov, creato nel 1965, N.d.R.], quello della generazione di mezzo è Brat [che significa Fratello, un film russo del 1997, diretto e scritto da Alexei Balabanov, il cui protagonista Bagrov, congedato dall’esercito, torna nella sua città natale, ma non si ritrova nella vita noiosa di una città provinciale, N.d.R.], mentre quello della generazione russa più giovane è Spider-Man. Questo è piuttosto preoccupante, perché non siamo riusciti a creare un eroe per la generazione più giovane. Vediamo ritratti di membri della Svo [Operazione Militare Speciale, ossia la guerra in Ucraina, N.d.R.] per le strade, ma non conosciamo le loro storie», con la conseguenza intuibile che nessuno s’interessa a loro.

Da parte sua Andrei Simonov, regista del film sulla guerra in Ucraina Malysh (Bambino, in Italiano), ha auspicato il coinvolgimento nella produzione dei film di corrispondenti di guerra, nonché di attori e sceneggiatori che sono stati in prima linea, e sanno cosa accade realmente laggiù (bisogna però trovarli, poiché è difficile che questa gente scelga di andare al fronte, N.d.R.). A sua volta il produttore di Malysh, Andrei Kretov, non ha esitato a presentare il suo cahier de doléances, lamentandosi delle difficoltà di interazione con i militari: «Lavorare con il Ministero della Difesa è semplicemente impossibile: vorresti chiedere: “Perché il tuo comandante picchia il suo subordinato?”. Perché questa è la realtà dei fatti! Se si elimina tutto questo dal film, questo risulterà artificiale, privo d’interesse e nessuno lo guarderà». Ma le critiche non finiscono qui. Si legge su Kommersant che, «secondo il produttore, i censori del Ministero perseguitano gli artisti con la loro eccessiva attenzione ai dettagli, come ad esempio gli stivali da combattimento sbagliati. E per ottenere un carro armato per le riprese, bisogna rivolgersi al viceministro».

L’esponente del mondo del cinema russo è anche insoddisfatto del divieto ai minori di diciotto anni per i film sull’Esercito Popolare di Liberazione (così viene definito dai russi il proprio esercito impiegato in Ucraina), perché «c’è un proiettile da qualche parte, del sangue, qualcuno ha bevuto un bicchiere di vodka dopo la morte di un compagno». In pratica, Kretov ha proposto di rimuovere del tutto le restrizioni di età per questi film e di etichettarli invece come contenuti di rilevanza sociale. Ha anche espresso indignazione per il fatto che i cinema proiettino questi film durante le proiezioni mattutine, mentre i film pirata (ossia di Hollywood, N.d.R.) vengono trasmessi in prima serata. Insomma, sarà da vedere se il governo russo riuscirà a costringere attori, registi, operatori e tutti gli altri tecnici ad andare in trincea per fare film sugli atti eroici dei soldati russi.

Nel frattempo le autorità russe cercano di fare propaganda perfino in altri Paesi, come emerge da un altro articolo di Kommersant del 19 maggio, scritto da Alexandr Chernykh. Si apprende, infatti, che durante una riunione del Consiglio consultivo russo-kirghizo di esperti di Storia, organizzato dalla Società storica militare russa, gli storici russi hanno chiesto ai loro colleghi kirghizi di modificare i loro libri di testo di Storia quando si fa riferimento all’Impero russo e all’Urss. Effettivamente, prima della conferenza, i ricercatori russi avevano studiato tre libri di testo di Storia per le scuole del Kirghizistan, mentre i loro colleghi kirghizi avevano analizzato l’unico libro di testo standard di Storia russo. Va riconosciuto che già da questo dettaglio si capisce la differenza tra la Federazione russa e i suoi ex Paesi satelliti.

Ed infatti, Alimbek Kushubekov, direttore dell’Istituto di Storia e Studi Regionali presso l’Università Nazionale Kirghiza J. Balasagyn, ha dichiarato che: «In entrambi i Paesi, la Storia viene utilizzata come strumento per plasmare la posizione civica, ma vi è un’importante differenza metodologica: i libri di testo russi enfatizzano la storia dello Stato, mentre quelli kirghizi enfatizzano la storia del popolo». A quel punto il dibattito accademico si è surriscaldato, soprattutto quando Alikber Alikberov, direttore dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia Russa delle Scienze, ha affermato che ai russi interessa che nei libri di Storia kirghizi vengano tolti due argomenti ritenuti offensivi per la patria di Tolstoj: «Il primo è l’atteggiamento nei confronti dell’Urss. Il programma scolastico russo riflette naturalmente la grandezza dell’Unione Sovietica, il suo modello internazionale, lo sviluppo economico e sociale delle cosiddette periferie nazionali, le repubbliche che facevano parte dell’Unione. Il libro di testo che è stato scritto in Kirghizistan non contesta realmente queste tesi, ma allo stesso tempo presenta spesso l’idea che, sebbene tutto sia positivo, ci sia anche molto di negativo. E questo è legato, tra l’altro, alla violazione di certi interessi nazionali, e così via».

La seconda questione mal digerita dagli studiosi putiniani è l’uso del termine “colonialismo” (che generalmente ha una connotazione negativa) riferito all’Impero russo al momento della conquista dei territori oggi del Kirghizistan. La soluzione, per l’accademico russo Kushubekov, è però presto trovata: «Se sostituiamo colonialismo o politica coloniale con amministrazione e misure amministrative, allora alcuni termini cambiano immediatamente significato». A quest’ultima richiesta ha risposto con chiarezza lo studioso kirghizo Asankanov: «È molto difficile togliere questa parola, poiché l’esperienza kirghiza è in linea con le tre caratteristiche principali del fenomeno coloniale: la mancanza d’indipendenza, lo sfruttamento delle sue risorse naturali e della sua forza lavoro, e una politica di reinsediamento nell’interesse del colonizzatore. Tutto ciò è effettivamente avvenuto da noi». Insomma l’intellighenzia cremliniana pretende che, nonostante tutti gli orrori e le privazioni causate prima dall’Impero russo e poi dall’Unione Sovietica, i popoli che erano stati sottoposti al volere di Mosca debbano ora lodare gli autori di tali misfatti, anziché criticarli; e se questa è la situazione si ha conferma, ancora una volta, che il dialogo con i russi, o almeno con questi russi putiniani, difficilmente potrà portare a un qualche risultato.

Spread the love