
di Alessandro Cappelli (linkiesta.it, 2 aprile 2026)
Certe volte il calcio non sembra proprio uno sport come tutti gli altri. Somiglia più a una serie tv in stile Black Mirror o a un inquietante quadro dell’ultimo Goya. Lo stiamo vedendo con il percorso di avvicinamento ai Mondiali 2026, ospitati dagli Stati Uniti, con una partecipazione minore di Canada e Messico.
Il presidente della Fifa, Gianni Infantino, vorrebbe fare dell’America la nuova casa del calcio. Un Paese enorme, con frotte di nuovi consumatori pronti a spendere. Se lo sport più seguito al mondo fa presa sulle nuove generazioni di statunitensi, allora è lì che bisogna puntare. È una miniera d’oro in bella vista. La scenografia sarebbe la migliore possibile. Gli Stati Uniti hanno alcuni degli stadi più belli e più moderni del mondo, e se c’è da fare dello sport uno show nessuno è più bravo di quelli che stanno dall’altro lato dell’Atlantico.
Peccato solo che quella di quest’epoca non sia l’America faro della democrazia e del mondo libero. È l’America di Donald Trump. E lui ha già messo il torneo nella sua agenda politica personale. Trump si è preso il merito di aver portato i Mondiali a casa sua e si comporta come se fossero il suo giocattolo. Il presidente sarà in prima linea per tutto lo svolgimento dell’evento. È una dinamica che gli americani conoscono bene ormai, a più di un decennio dall’ascesa politica del movimento Make America Great Again. Il presidente si è autonominato deus ex machina della logistica e della sicurezza, armato di minacce da autocrate di bassa lega.
La sua ultima leva di potere, inventata di sana pianta, è la possibilità di spostare le partite da una città all’altra, secondo convenienza. «Se penso che possa esserci anche solo un accenno di problema, sposterò la partita altrove», ha avvertito dallo Studio Ovale, puntando dritto alle città a guida democratica come Boston, Seattle e Los Angeles. «I governatori dovranno comportarsi bene. I sindaci dovranno comportarsi bene». Ogni amministrazione non allineata si ritrova con una spada di Damocle sulla testa: chi non obbedisce alle direttive della Casa Bianca perde l’opportunità di ospitare i Mondiali.
Sarebbe una decisione straordinaria che ha pochi precedenti. Un ricatto politico meschino. Le città ospitanti sono state annunciate nel 2022 e hanno già investito tempo e denaro in miglioramenti infrastrutturali, pianificazione della sicurezza e piani per ospitare un afflusso eccezionale di milioni di visitatori. L’alternativa offerta da Trump alle città che lui chiama «ribelli» è l’invio immediato della Guardia Nazionale. I primi a subirne le conseguenze sarebbero i tifosi, cittadini di tutto il mondo che ogni quattro anni sono disposti a rompere il salvadanaio per attraversare oceani e continenti e pagarsi un alloggio in una delle città ospitanti. Arrivati sul posto, dovrebbero anche comprare i biglietti per lo stadio.
In questo la Fifa non aiuta. L’organo di governo del calcio globale ha avuto un’idea crudele, degna di un cattivo del cinema: si mette in vendita prima il diritto di comprare il biglietto, non il biglietto stesso. Si chiama “Right to Buy”, si pagano centinaia, a volte migliaia di dollari per un token digitale che non garantisce assolutamente nulla. Decine di milioni sono già stati incassati senza ancora aver venduto un posto allo stadio. Una performance di marketing ingannevole che costringe i tifosi a un esercizio di equilibrio tra fede, economia domestica e disperazione.
Il torneo inizierà l’11 giugno, a Città del Messico. La prima partita negli Stati Uniti si svolgerà il giorno successivo, ed è difficile immaginare come sarà il Paese tra qualche mese. La certezza, al momento, è che il progetto trumpiano di rimodellare l’America attorno a spinte isolazioniste e xenofobe è in netto contrasto con lo spirito del torneo. Organizzare i Mondiali dovrebbe significare aprire le frontiere, accogliere comunità diverse che s’incontrano e dialogano, sugli spalti e fuori dagli stadi. Ma, invece di prepararsi a dare il benvenuto a tutti, il Paese sta marciando rapidamente verso una chiusura totale.
Si chiudono le porte del commercio con l’isolazionismo; si chiudono le porte della scienza con la repressione degli studenti e il benservito ai ricercatori stranieri nelle università; si chiudono le porte della cultura con il taglio all’importazione di film stranieri. E ovviamente, immancabilmente, si chiudono le frontiere a chi viene da fuori. La Casa Bianca ha già potenziato l’uso extragiudiziale della forza semi-militare Immigration and Customs Enforcement (Ice). L’agenzia sta rastrellando gli immigrati, sta negando loro un giusto processo e procedendo a deportazioni illegali, non risparmiando nemmeno i bambini. Oggi, chiunque provi a entrare negli Stati Uniti rischia grosso. Anche alcuni innocui turisti sono stati respinti alla frontiera.
Questa ossessione per il controllo si scontra con la necessità di ospitare un evento globale con Messico e Canada. Quando gli è stato chiesto come intendesse collaborare con i Paesi co-ospitanti – dopo aver creato tensioni con entrambi per questioni economiche e di confine (con annesse speculazioni sull’annessione del Canada) –, Trump ha risposto con il solito sorriso da spaccone di chi si sente onnipotente: «Le tensioni sono una cosa positiva». Positiva come? Per chi? Per chi deve fare otto ore in fila al controllo passaporti? Per chi ha risparmiato anni per vedere la propria Nazionale e scopre che la partita potrebbe essere spostata cinquecento chilometri più in là perché la nuova sindaca di Seattle è «troppo socialista»?
Il dettaglio più preoccupante di questa storia non è la minaccia di Trump, ma l’assenza di contrappesi. Nessuno alza la voce. Soprattutto, non lo fa Infantino, presidente della Fifa e teorico organizzatore del torneo, ormai ridotto a cortigiano intento a riverire il presidente americano come un re. Il numero uno del calcio mondiale è diventato il burattino del populismo Maga. Annuisce, sorride, firma memorandum, offre a Trump dei premi per la pace inventati ad hoc, partecipa a summit diplomatici in cui non avrebbe diritto di cittadinanza solo per lodare il lavoro della Casa Bianca.
Un tempo i governi ospitanti venivano convocati nei palazzi della Fifa per ricevere direttive sull’organizzazione delle partite. Oggi l’equilibrio si è ribaltato: è Infantino a fare lo yes-man con un presidente imprevedibile, annuendo a minacce che mettono a repentaglio l’intera struttura organizzativa del torneo. Un asservimento che conferma chi sarà il vero protagonista dei prossimi Mondiali. Trump è il padrone di casa peggiore possibile. Forse non è ancora arrivato ai livelli dei dittatori mediorientali o di Vladimir Putin, ma si comporta come loro quando c’è da gonfiare l’ego e mostrarsi superiore al resto dell’umanità. Sarà così anche l’estate prossima. Si vanterà all’infinito di come sta andando il torneo, i suoi discorsi saranno pieni di superlativi assoluti e relativi. Cambierà atteggiamento solo se le cose si metteranno così male da rovinargli l’immagine. Nel caso, darà la colpa a qualcun altro – tieni gli occhi ben aperti, Gianni Infantino.
La buona notizia è che «ogni torneo sportivo ha una vita propria», come ha scritto Brian Phillips in un breve essay sardonico su The Ringer la scorsa estate. Non sempre chi è al potere riesce a dare a un evento sportivo lo spin che vorrebbe. Sarà difficile anche per Trump, pur tenendo Infantino al guinzaglio, controllare per intero la narrazione di un torneo massiccio come i Mondiali. In passato, chi ha provato a manipolare lo sport per ergersi a caro leader si è scottato. Poco meno di un secolo fa, alle Olimpiadi di Berlino del 1936, il Terzo Reich doveva apparire imbattibile. Invece venne deriso dalle prestazioni di Jesse Owens, il più bravo di tutti a farsi beffe della pseudoscienza razzista nei nazisti. E non è un mistero che la Storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa.