Il dissacrante episodio di “South Park” su Donald Trump

Comedy Central

(linkiesta.it, 24 luglio 2025)

Donald Trump si aggira solo nel deserto. Sembra perso, sudato, forse un po’ in trance. Si ferma, si spoglia e si stende sulla sabbia, completamente nudo. La telecamera inquadra il suo corpo, mostrando un pene microscopico.

Una voce narrante lo celebra con tono epico: «Trump: His penis is teeny-tiny, but his love for us is large». No, non è un video Skibidi Boppy fatto con l’Intelligenza Artificiale. È la scena più divertente del primo episodio della stagione 27 di South Park, trasmesso il 23 luglio su Comedy Central. Ed è anche il trailer ufficiale diffuso dal canale. È un fake-spot confezionato come fosse un Psa del governo americano, ma in versione disturbante: un presidente ridotto a figurina nuda, imbarazzante, caricata digitalmente con tecniche deepfake. A prima vista sembra solo una trovata estrema, ma ha un peso preciso nel contesto della satira americana, dove South Park ha sempre fatto quello che altri non osavano.

Il titolo della puntata è Sermon on the Mount e per chi conosce la serie è tutto in linea: politicamente scorretto, visivamente brutale, narrativamente diretto. Ma c’è una novità: questa volta non c’è più Mr. Garrison a fare da surrogato di Trump, come nelle stagioni precedenti. Trump è Trump, col suo volto realistico appiccicato su un corpo animato, mostrato nudo non una ma due volte. La prima a letto con Satana, che lo respinge: «Non riesco nemmeno a vedere niente, è così piccolo». La seconda nel deserto, nella sequenza del trailer diventata virale prima ancora che l’episodio andasse in onda.

Per il pubblico italiano tutto questo può sembrare eccessivo. Ma negli Stati Uniti è parte di una tradizione satirica precisa, in cui il presidente non è mai troppo in alto per essere colpito. E in questo episodio tutto parte da lui: Trump fa causa alla città di South Park per cinque miliardi di dollari dopo che i cittadini hanno osato criticarlo. La città patteggia per 3,5 milioni e si ritrova obbligata a produrre spot a favore del presidente. Non è solo finzione: nel 2024, Trump ha realmente intentato una causa da dieci miliardi contro Paramount (che possiede Comedy Central), accusandola di diffamazione. La causa si è chiusa nel 2025 con un accordo da sedici milioni.

Il riferimento è lapalissiano ma lo sberleffo sta tutto nella tempistica. Infatti la puntata è uscita il giorno dopo che Trey Parker e Matt Stone, autori storici di South Park, hanno firmato con Paramount un nuovo accordo da 1,5 miliardi per altri cinquanta episodi in cinque anni. Un contratto pesante, firmato proprio mentre Paramount sta concludendo la fusione con Skydance Media e si muove con prudenza sotto gli occhi di un presidente che fa causa con disinvoltura. L’annuncio è arrivato appena tre giorni dopo che Stephen  Colbert aveva definito il patteggiamento con Trump «una grossa tangente», provocando il mancato rinnovo del suo Late Show da parte della stessa Paramount.

In altre parole: South Park fa satira su un presidente che querela chi lo critica, mentre il suo stesso gruppo editoriale paga il presidente e chiude il programma di uno dei suoi oppositori. Nella puntata, la cosa viene detta chiaramente. Gesù Cristo (sì, c’è anche lui) viene introdotto dal preside della scuola come parte del nuovo piano educativo imposto dal governo. A un certo punto, si avvicina ai cittadini e sussurra: «Avete visto cosa è successo alla Cbs? Volete davvero finire come Colbert?». Il resto dell’episodio si muove sui soliti binari della serie: woke vs anti-woke, religione nelle scuole, Intelligenza Artificiale e censure preventive.

Ma tutto ruota attorno a una domanda: quanto può ancora essere libera una satira che dipende da chi la finanzia? Perché South Park torna in onda grazie a un contratto firmato con lo stesso gruppo che ha appena pagato Trump per non andare a processo. E, proprio per questo, la serie non si limita a colpirlo: lo denuda, lo ridicolizza, lo espone.

All’inizio di luglio, quando il lancio della stagione è stato ritardato a causa delle complicazioni interne al gruppo Paramount, Parker e Stone avevano scritto sui social: «Questa fusione è uno shitshow, e sta rovinando South Park». Poi però, nel comunicato ufficiale sul contratto da 1,5 miliardi, hanno ringraziato la Paramount per «la fiducia e la libertà creativa concessa». Contraddizione? Forse. O forse l’unico modo per restare a galla dentro un sistema in cui tutti, anche i satirici, devono fare i conti con i soldi. Tanto, c’è sempre un modo per vendicarsi.

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