
di Gilberto Corbellini (huffingtonpost.it, 14 febbraio 2026)
Alcuni intellettuali, comodamente accampati negli studi televisivi e negli spazi pubblici ben riscaldati, argomentano in piena libertà (senza censure politiche) che le responsabilità dell’Occidente e della Nato nella guerra tra Russia e Ucraina non sarebbero inferiori a quelle di Vladimir Putin e che, in realtà, quest’ultimo vorrebbe la pace più seriamente dei leader occidentali.
Potrebbero costoro, anche solo per mera curiosità, leggere l’intervista rilasciata da Luciano Mecacci a Novaja Gazeta, il periodico che per decenni è stato oggetto di censura, intimidazioni e violenza assassina: diversi suoi giornalisti sono stati uccisi, tra cui Anna Politkovskaja. Dopo l’invasione dell’Ucraina, le leggi russe hanno criminalizzato l’uso della parola “guerra” e qualificato come “fake news” le informazioni non allineate alla versione putiniana, rendendo impossibile la prosecuzione dell’attività editoriale nel Paese, che oggi prosegue solo in forme parziali dall’esilio.
La censura della parola “******” ha colpito anche l’intervista di Mecacci, nella quale egli discute la storia del rapporto tra psicologia e psichiatria nell’evoluzione che va dalla Russia zarista all’Unione Sovietica fino alla Russia putiniana. Richiama il problema dell’accesso, ancora impossibile, ad alcune fonti e il ruolo della censura nella ricerca storica e nel dibattito pubblico, accentuatisi nella fase del Covid-19 e in tempo di guerra. Lo storico della psicologia – e di altri temi – si aspetta che anche il suo libro venga censurato, com’è accaduto a quelli di Pier Paolo Pasolini, le cui pagine sono state “piombate” con il nero.
L’occasione dell’intervista è stata la traduzione in Russo del libro che lo storico della psicologia e d’altro ha pubblicato in Italiano l’anno scorso sulla figura di Vladimir Bechterev, importante neurologo, psichiatra e psicologo russo vissuto a cavallo tra XIX e XX secolo, sulla cui vita e morte si sa ancora poco. Bechterev fu tra i più autorevoli scienziati del suo tempo, noto per gli studi sulla suggestione, sull’ipnosi, sui riflessi neurologici e sulla psicologia sociale. Il libro ricostruisce la sua vita professionale e personale in Russia, dalle origini zariste al periodo sovietico. Il tema ruota attorno al fatto che il giorno in cui visitò Iosif Stalin al Cremlino, nel 1927, Bechterev morì in circostanze sospette, ufficialmente per avvelenamento alimentare. Diversi storici sospettano che la causa possa essere collegata a una diagnosi o a conoscenze sgradite al regime. Si sostiene che Bechterev avrebbe giudicato Stalin paranoico, ma – come sottolinea Mecacci – non esistono prove conclusive.
Il punto non è la diagnosi in sé, ma la struttura del rischio che l’episodio rivela. Si tratta di un caso emblematico che mostra perché la psichiatrizzazione dei potenti non è solo scientificamente problematica, ma storicamente pericolosa, e perché la prudenza codificata nella Goldwater Rule (vedi oltre) non nasce da astrattezza etica, ma da fatti del passato. Mecacci non difende la tesi dell’omicidio, ma mostra che la versione ufficiale è fragile e che il contesto rende la morte verosimilmente “non casuale”. La funzione interpretativa dell’episodio serve a demarcare il confine rischioso tra scienza e potere, mostrando che non è necessario dimostrare una condizione, ma può essere sufficiente instaurare il terrore epistemico.
Il tema è di stringente attualità, vista la pubblicistica che s’interroga se Donald Trump o Putin oggi siano “pazzi”, così come se Napoleone, Hitler o Stalin lo fossero ieri. Mecacci conduce un’analisi critica delle tensioni tra autonomia scientifica e controllo politico, mostrando come la psicologia sia stata utilizzata e strumentalizzata all’ombra del regime stalinista e riflettendo su come scienza e potere s’influenzino reciprocamente. La figura di Bechterev, innovatore e studioso poliedrico, la cui carriera incarna le tensioni tra pensiero libero e coercizione istituzionale, rappresenta un evento storico che rende visibili le dinamiche della fragilità dell’indipendenza intellettuale in contesti di potere assoluto.
Mecacci evita una psicopatologizzazione banale di Stalin. La paranoia non è discussa come “malattia individuale”, ma come configurazione funzionale del potere assoluto: ipervigilanza, anticipazione costante del complotto, trasformazione della critica in prova di colpevolezza. La “paranoia” diventa razionale all’interno del sistema, pur restando nosologicamente disfunzionale. Nei regimi autoritari, la psicologia presenta una doppia faccia: tollerata finché normalizza o patologizza il dissenso, diventa pericolosa quando spiega o interpreta.
La follia dei potenti è un topos costante nella Storia – e nulla sappiamo della preistoria. Nella storiografia classica era una categoria morale e retorica, utile a spiegare il disordine politico come disordine dell’anima. Con l’Illuminismo e la medicina morale della follia, l’attenzione si spostò dal vizio alla costituzione psichica del sovrano. Nell’Ottocento il potere venne medicalizzato: la psichiatria positivista e la criminologia lessero il cattivo governo come espressione di stress patologico o degenerazione individuale. Il Novecento radicalizzò questa tendenza, soprattutto dopo i totalitarismi, ma introdusse anche una forte cautela deontologica: da un lato la political psychology tentò di comprendere i leader attraverso categorie psicopatologiche, dall’altro si affermò il rifiuto di diagnosi riduttive che assolvono i sistemi attribuendo il male a menti deviate.
Infatti, la controfaccia speculare del giudizio che attribuisce la follia al potere è l’uso della psichiatria da parte del potere per patologizzare il dissenso. Se nel dibattito occidentale contemporaneo il problema è spesso l’abuso interpretativo delle categorie cliniche per delegittimare i leader politici, nel Novecento – e in particolare nei regimi autoritari – il problema opposto è stato storicamente dominante: la trasformazione dell’opposizione politica in devianza mentale. Il caso emblematico è la psichiatria sovietica.
Negli anni Sessanta, la dittatura sovietica utilizzò diagnosi come la “schizofrenia lenta” per internare dissidenti politici che non presentavano alcun disturbo psicotico in senso clinico. In quel modello, il dissenso non era concepito come scelta razionale alternativa, ma come incapacità patologica di riconoscere la “realtà oggettiva” del socialismo. In altre dittature la psichiatria ha svolto, con modalità diverse, una funzione di supporto “clinico” all’ideologia: Ddr, Romania, Cina, Cuba e Jugoslavia. La psichiatria diventa così uno strumento potente a disposizione del potere, fornendo un linguaggio pseudo-clinico per delegittimare, isolare e neutralizzare l’oppositore senza processo politico.
Gli abusi della psichiatria a una riflessione etica trova il suo punto di svolta istituzionale nella Goldwater Rule, formulata dall’American Psychiatric Association nel 1973. In seguito alla campagna presidenziale del 1964, quando decine di psichiatri diagnosticarono pubblicamente una presunta malattia mentale a Barry Goldwater, fu introdotta la regola secondo cui uno psichiatra non deve esprimere diagnosi pubbliche su individui non valutati direttamente e senza consenso. La sua ratio non è solo deontologica, ma epistemica e politica: evitare diagnosi prive di fondamento clinico e impedire che la psichiatria diventi uno strumento di delegittimazione politica.
La Goldwater Rule ha funzionato per circa mezzo secolo come argine contro la trasformazione del conflitto politico in giudizio clinico. Forse oggi questa barriera sta cedendo. Con la presidenza di Donald Trump, diversi professionisti della salute mentale hanno invocato un presunto duty to warn, sostenendo che il potere eccezionale e il rischio globale giustificano un’eccezione alla regola. Il dibattito mostra il nodo irrisolto: ciò che viene presentato come valutazione clinica è spesso un giudizio morale o politico tradotto in linguaggio psichiatrico per acquisire autorità. Lo stesso schema si ripropone nel caso di Vladimir Putin. Le ipotesi di paranoia, narcisismo patologico o hybris syndrome (categoria clinico-politica coniata da David Owen nel saggio In Sickness and in Power) rispondono a un bisogno comprensibile di spiegazione.
Ma sollevano i problemi discussi da Mecacci: diagnosi senza clinica, confusione tra razionalità strategica e psicopatologia, depoliticizzazione del conflitto. La storiografia, peraltro, mostra che il “male” politico non richiede la follia individuale per realizzarsi: può essere il prodotto di un’ideologia coerente con una coscienza morale perversa e diffusa, di incentivi istituzionali, di manipolazioni del tutto nella norma e di calcolo lucido. E poi, per la gioia di chi fa politica, ognuno di noi è governato da dinamiche mentali di norma acritiche, governate da autoinganno, e che deragliano più facilmente verso la disfunzionalità di quel che si creda.
La Goldwater Rule non era un tecnicismo corporativo. Riconosceva che psichiatrizzare i leader non chiarisce il potere, lo semplifica simbolicamente. Che siano folli o meno è irrilevante sul piano della discussione politica. Trasformare un avversario politico in un’anomalia mentale rischia di oscurare le cause strutturali e di legittimare – per simmetria – lo stesso uso politico della psichiatria che si condanna nei contesti autoritari. La sua funzione, oggi come ieri, è ricordare che il linguaggio clinico, fuori dal setting, smette di essere conoscenza e diventa retorica, strumento di giudizio pubblico. Può essere usato tanto contro il potere quanto dal potere (infatti Trump abusa nell’accusare gli avversari di essere ritardati o folli): in entrambi i casi, l’effetto è la depoliticizzazione. Il conflitto viene tradotto in anomalia mentale, l’avversario in caso clinico, la responsabilità in deficit psichico.
La Goldwater Rule va dunque letta non come semplice prudenza corporativa, ma come risposta storica a un abuso ricorrente: la trasformazione della psichiatria in linguaggio della legittimità politica. Rimane un problema decisivo per le democrazie liberali, tanto più se in quelle illiberali alcuni disturbi mentali possono risultare adattivi. Non esiste, né negli Stati Uniti (si pensi al 25° emendamento), né in Italia, né in altre democrazie costituzionali mature, un meccanismo che consenta di destituire un capo di Stato o di governo sulla base di una diagnosi psichiatrica. Questa assenza non è una lacuna normativa, ma mira a sottrarre la sovranità politica al giudizio clinico per evitare che la psichiatria diventi uno strumento di lotta politica o di repressione del dissenso.
Quando un leader appare mentalmente compromesso, le istituzioni non si chiedono se sia “malato” ma se sia ancora in grado di esercitare le funzioni previste dalla Costituzione. Il criterio non è clinico, ma funzionale; non riguarda la mente, ma gli atti. Gli strumenti disponibili – impedimento, incapacità, sfiducia, impeachment – operano tutti sul piano politico e giuridico, e presuppongono una valutazione pubblica della compatibilità tra comportamento e ruolo istituzionale. La salute mentale può essere implicitamente rilevante, ma non diventa mai un argomento formale.
Il caso Cossiga è istruttivo: lo stesso presidente ammise di assumere psicofarmaci e diversi leader lo descrissero come “instabile”, “impazzito”, “fuori controllo”. Le istituzioni non si chiesero mai se fosse “malato”, ma se i suoi atti rientrassero nelle prerogative costituzionali o configurassero attentati alla Costituzione. Se la malattia non paralizza il potere ma lo rende più permeabile all’eccezione, cosa si può fare? In questi casi, il problema non è tanto il leader in sé quanto l’ambiente che lo circonda. Collaboratori, apparati e partiti possono vedere nella sua condizione una risorsa: un’occasione per filtrare informazioni, concentrare decisioni, espandere il potere “in suo nome”.
La vulnerabilità psicologica non indebolisce il potere, lo disarticola, permettendo una deriva autoritaria senza rotture formali. È qui che le democrazie mostrano la loro fragilità, perché il rispetto delle procedure può coesistere con l’erosione della sostanza. In questa fragilità – come hanno osservato molti studiosi – risiede anche il nucleo della risposta democratica. Le democrazie liberali non sono progettate per governare la follia, ma per limitare il potere. Quando i contrappesi funzionano, la patologia individuale diventa politicamente irrilevante; quando cedono, la patologia può accelerare la crisi ma non ne è la causa. Attribuire il collasso democratico alla “pazzia” del leader è una forma di autoassoluzione collettiva che sposta l’attenzione dalle istituzioni, dalle complicità e dalle responsabilità.
La conclusione, per quanto scomoda, è inequivocabile: nessuna democrazia può proteggersi affidandosi a diagnosi psichiatriche o permettendo che la clinica diventi arbitro della sovranità. L’unico argine praticabile è politico: la lealtà costituzionale di chi opera nelle istituzioni, la disponibilità a pagare il costo della rottura quando necessario, la capacità di giudicare gli atti senza rifugiarsi nella psicopatologia. Se questo argine regge, anche un leader malato può essere contenuto. Se crolla, nessuna sanità mentale potrà salvare la democrazia.