
di Maria Laura Rodotà (lastampa.it, 18 ottobre 2026)
È facile ridere di Katie Zacharia, portavoce disastrosa di Donald Trump durata cinque giorni, finta bionda da cartone cinico, e nuovo meme. Viene naturale disapprovare Kimberly Guilfoyle, urlatrice tv poi compagna di Don junior poi ambasciatrice ad Atene, accusata di essere corrotta, ubriacona e maleducatissima.
Non è stato strano pensare “le sta bene” quando Pam Bondi – ministra della Giustizia e copia di Barbie – ha perso il posto, aveva insabbiato gli Epstein Files però male. Ma loro, e molte altre della corte di Trump, vistose e visibili, a volte eticamente discutibili, spesso perfide, già licenziate o presto licenziabili, in qualche modo fanno pena. Strette in tubini luccicanti pure a sessant’anni, massacrate dalla medicina estetica che le ha rese bellezze grottesche, infervorate nell’invocare e fare danni alle donne e ad altri, non danno l’idea di stare tanto bene.
E il loro pare un modo contemporaneo – instagrammabile – di declinare la disperazione femminile. Di quelle che fanno tutto per venire accettate, che poi vengono scaricate. E fanno tristezza, quasi tutte, vabbè, tranne Kristi Noem. Era a capo del dipartimento che rastrella presunti irregolari, li interna nei campi, ogni tanto ammazza qualcuno; e lei sparava ai cuccioli disobbedienti, ed è perciò una brava testimonial di quelle destre estreme per cui “cruelty is the point”, che ci sono per essere crudeli. Le altre, per essere crudeli, si arrabattano.
«Ė professionale come una giraffa neonata che muove i primi passi». «Fa sembrare Karoline Leavitt [la precedente portavoce, N.d.R.] un nuovo Winston Churchill». E «la sua laurea è scappata da un laboratorio a Wuhan», per le sue balle su avvocatura e Cina. Il debutto in sala stampa della portavoce Zacharia è stato un tale pasticcio da diventare un successone on line. Circolano infiniti meme e imitazioni di gente con parrucche bionde che imita il suo birignao, le sue gaffe e risatine, i comunicati da Agenzia Stefani. Con risultati medi, pochi fanno ridere come lei.
Zacharia è la migliore (peggiore) delle bionde sacrificali della sala stampa della Casa Bianca, nel Trump uno e due (il primo fu un uomo, Sean Spicer, ma era biondo e nel Saturday Night Live lo imitava una donna). Le portavoce, anche per il ruolo ancillare, sono trumpiane in purezza. E perciò sacrificabili, con rito trumpian-pagano (anche le assistenti alla Natalie Harp, che Trump vuole vestite e pettinate come Ivanka). Deve essere un misto di ambizione e paura, di avidità e masochismo, che ha portato alcune a trumpizzarsi tanto. E a finire in spirali delusionali che con un po’ di buonsenso si potrebbero evitare (come con i destropopulismi di adesso, via).
Prendiamo Kimberly Guilfoyle. Una donna assennata, all’idea di scambiare un fidanzato bruttino e, pare, dal naso impolverato, con un posto da ambasciatore ad Atene isole comprese e sette milioni di dollari ottenuti dalla vendita della casa in comune (insinuano), direbbe che è un affare. Guilfoyle no. Nessuna spirale è peggio della sua. Era partita assistente procuratore a San Francisco, poi moglie del sindaco democratico Gavin Newsom, poi divorziata e riposizionata a destra sulla rete Fox, poi sei anni col Trump piccolo, poi lasciata per una più giovane e wasp e meno urlante, poi ad Atene spesso in guêpière e poco altro, poi cacciata perché chiedeva soldi in giro e andava agli incontri ufficiali con un toy boy lobbista. Ora, ha dichiarato, pronta a scrivere le sue memorie, sa molto su Trump e famiglia, ma non è una bella fine (il suo personaggio di cattivona autolesionista merita una serie, un musical, un’installazione con la sua faccia da fresca laureata a Erinni trumpizzata, cose così).
«C’è un look specifico delle donne trumpiane, un incrocio tra Fox News e Miss Universo… chiome fluenti, ciglia finte, zigomi e labbra ritoccate, tacchi alti e tubino… una femminilità da cartone animato, uno stereotipo d’altri tempi; il corrispettivo di questa donna è l’uomo dalla mascella quadrata», ha scritto Vanessa Friedman sul New York Times. E sono così tutte tranne Susie Wiles, la chief of staff che ha i capelli grigi, le rughe, e sta per venire licenziata, pure lei. Hanno la “Mar-a-Lago face”, sono le ultime con i tacchi alti, qualcuno definisce il loro stile Cosmetic Nationalism. In cui «questi standard di bellezza iperfemminili e bianchi segnalano lealtà, opulenza e femminilità tradizionale». Ed è «un’apparenza femminile che legittima visivamente l’autorità maschile», e in effetti.
Tra un po’ non ne rimarrà nessuna, si teme. Trump ha cacciato Noem, poi Bondi, Lori Chavez, Tulsi Gabbard, e continua. C’è chi lo indica come un bell’esempio di glass cliff, il precipizio di vetro per le donne: quando le donne diventano capi in tempi difficili, e devono fare i conti con guai e fallimenti. E diventano capri/e espiatori/e. Oppure, come in questi giorni, con le pittoresche Guilfoyle e Zacharia, sono diversioni mediatiche da guerre e prezzi (e dai colleghi maschi: un segretario alla Guerra tatuatone, buffo e feroce che non ne azzecca una, un capo dell’Fbi che pare lavori poco e in stato etilico, un segretario al Commercio amico di Jeffrey Epstein e altro, a oggi non sono stati cacciati, poi si vedrà)