Fenomenologia di Pete Hegseth

Ph. John Lamparski / Getty Images

di Alessandro Cappelli (linkiesta.it, 17 marzo 2026)

Nella sala stampa del Pentagono il generale Dan Caine parla con la calma di chi sa che ogni parola può cambiare il corso della guerra in Medio Oriente. Accanto a lui, Pete Hegseth si muove su un altro registro.

Quando prende la parola cita un passo della Bibbia dal libro dei Salmi: «Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia». Poi promette che l’esercito americano riverserà «morte e distruzione dal cielo per tutto il giorno». Il contrasto tra i due uomini è teatrale. Caine usa il linguaggio prudente della tradizione strategica americana, Hegseth parla come un predicatore sotto stupefacenti. Nelle ultime tre settimane le conferenze stampa dedicate al conflitto contro l’Iran hanno reso visibile il baratro umano e culturale che divide le consuetudini del Pentagono dai metodi dell’amministrazione Trump, incarnato dal Segretario della Guerra Pete Hegseth.

La settimana scorsa, mentre Caine parlava dei soldati caduti e riconosceva la capacità di resistenza iraniana, Hegseth sembrava incapace di trovare superlativi sufficienti per descrivere la distruzione del nemico. Le Monde lo descriveva come un ministro «agitato e belligerante». Perché per Hegseth la guerra non è solo una questione di strategie e sistemi d’arma, è più una categoria morale, un modo di leggere il mondo. In queste tre settimane in cui la guerra è stata sulle prime pagine dei giornali tutti i giorni, Hegseth si è imposto come il volto politico delle operazioni militari americane. In una conferenza stampa del 4 marzo scorso ha promesso all’Iran bombardamenti a tappeto con il tono da bullo, le forzature di chi vuole apparire più grande di quel che è: «Non è mai stato pensato come uno scontro leale». E ancora: «Li stiamo colpendo mentre sono a terra, ed è esattamente così che dovrebbe essere».

Negli ultimi tempi Hegseth ha ripetuto più volte che l’errore delle guerre americane del dopo 11 settembre non è stato l’uso eccessivo della forza, semmai il contrario. Uno slogan che ha ripetuto spesso è: «Massima letalità, non tiepida legalità». Per lui le guerre in Iraq e Afghanistan siano state perse perché Washington ha cercato di trasformarle in missioni ideali – esportazione della democrazia, “regime change”, “State building” – invece di concentrarsi sul compito fondamentale di un esercito, cioè distruggere il nemico. Come se la dimensione morale avesse ingolfato le capacità militari degli Stati Uniti. Quindi, la guerra di questi giorni contro l’Iran vuole essere una correzione agli errori del passato.

Questo modo di parlare non nasce nelle conferenze stampa del Pentagono, né con la seconda amministrazione Trump. È il risultato di una traiettoria più lunga, costruita molto prima che Hegseth diventasse il volto di un conflitto in Medio Oriente. Ai tempi del college a Princeton, all’inizio degli anni Duemila, l’attuale Segretario della Guerra era uno studente alla direzione del giornale conservatore del campus. Nativo di Minneapolis, cresciuto a Forest Lake, Hegseth non ha niente della gentilezza nordica tipica del Minnesota (chiamata “Minnesota nice”). In un’Università dove il liberalismo è dato quasi per scontato, lui sceglie la postura dell’antagonista: scrive editoriali provocatori, critica l’establishment accademico, denuncia quello che considera il conformismo progressista delle élite.

Poi arriva l’11 settembre. Per lui è la conferma che il mondo è solo uno spazio di conflitto perenne. Non abbandonerà più quella grammatica. Dopo la laurea, entra nella Army National Guard. Serve in Iraq e Afghanistan. Ottiene decorazioni, conosce il ritmo delle missioni militari – l’attesa prima di un’operazione, la tensione compressa nelle ore in cui tutto può cambiare. Al rientro in patria diventa uno dei volti minori di Fox News come co-host di Fox & Friends Weekend, una trasmissione del mattino non molto prestigiosa. A quel punto la metamorfosi è completa, Hegseth è già espressione di un modo d’intendere la politica e la vita pubblica sovrapponibile al populismo trumpista che arriverà.

Ogni settimana entra nello studio televisivo parlando di confini, islamismo, identità americana. La guerra culturale diventa il contesto in cui tutto si muove: università, media, esercito, scuola. La sua narrazione si costruisce a parole e con gesti plateali, spesso goffi e impacciati, spinti oltre ogni senso del ridicolo. In alcune puntate, compare facendo flessioni con i soldati o sollevando pesi nelle basi militari. I video diventano virali nei circuiti conservatori. Lui diventa il combattente mediatico perfetto. Agli atteggiamenti da guappo e la faccia da duro, Hegseth accompagna una componente religiosa che rende tutto ancora più controverso.

Nei suoi discorsi cita spesso la Bibbia e parla degli Stati Uniti come di una nazione guidata da una divina provvidenza. In alcuni casi sembra rievocare una retorica da guerra santa, una crociata americana che sorpassa a destra la dimensione geopolitica del conflitto. Sul petto porta la Jerusalem Cross, simbolo medievale associato alle Crociate; sul braccio la scritta latina “Deus vult”, Dio lo vuole. Lo stesso nome dell’operazione militare, Epic Fury, evoca punizione e vendetta verso i nemici degli Stati Uniti. Per i piloti che sorvolano il Golfo o per i marinai che lanciano missili nel Mar Arabico, tutto questo è probabilmente solo rumore di fondo. Ma per chi deve spiegare la guerra al pubblico americano il cambiamento è significativo.

«Il linguaggio morale funziona come una struttura psicologica di sostegno per i militari», ha spiegato al New York Times l’ex psicologo dell’Air Force Michael Valdovinos. La religione occupa un posto centrale nella sua visione del mondo. Mentre in Europa si guarda alle aggressioni della Russia o dell’Iran come a una sfida all’ordine internazionale democratico, per Hegseth gli Stati Uniti sono una nazione cristiana chiamata a difendere la propria civiltà. È la sua chiave interpretativa della politica internazionale. Nei suoi libri American Crusade e The War on Warriors il linguaggio ha sempre i toni del catastrofismo. «L’ora è tarda per l’America», scrive. «O prevale l’Americanismo o ci aspetta la morte».

Forse è proprio questa retorica banale e manichea a convincere Donald Trump a metterlo alla guida del Dipartimento della Difesa – per la sorpresa di una parte dell’establishment repubblicano e l’entusiasmo della base più estremista del partito. Come quasi tutti i membri dell’amministrazione, Hegseth non ha l’esperienza necessaria a governare l’apparato più grande dello Stato americano: il Pentagono impiega milioni di persone e gestisce un budget che supera i novecento miliardi di dollari. Il Dipartimento della Difesa vive di procedure, gerarchie, gradualità. Hegseth non conosce questo approccio.

Già nei primi mesi di mandato ha avviato una serie di epurazioni tra gli ufficiali di alto rango. Il criterio era spesso ideologico: sospetti di wokeness, programmi di inclusione, collaborazioni accademiche considerate troppo progressiste. Diversi comandanti sono stati rimossi o spostati. Per mesi il Pentagono ha limitato l’accesso ai media tradizionali. Al loro posto sono stati accreditati commentatori e influencer vicini all’amministrazione. Con Hegseth, l’istituzione più formale della nazione si è ritrovata improvvisamente dentro una guerra culturale. A questa rigidità di facciata fa da contraltare un pressappochismo desolante per una presidenza americana.

Uno degli episodi più imbarazzanti del 2025 è stato il “Signalgate” – su Linkiesta ne ha scritto Guia Soncini –, con cui aveva diffuso su una chat privata dell’app Signal i bombardamenti contro le milizie Houthi nello Yemen. Per errore, nella conversazione era stato aggiunto anche il direttore dell’Atlantic Jeffrey Goldberg. Un mese più tardi avrebbe condiviso segreti militari nella chat di famiglia, con moglie, fratello e avvocato. È come se Hegseth, ma per estensione si potrebbe dire tutta l’amministrazione Trump, non distinguesse tra simbolismo e realtà quando si parla di guerra. Il New York Times dice che questa estetica «vuole solo offrire una sensazione di dominio all’esterno, benché svincolata da razionalità o valutazioni morali».

Ovviamente, Hegseth non è un’anomalia del sistema. È la rappresentazione del trumpismo in tempo di guerra, è il volto di una radicalizzazione ideologica che ha attraversato il Partito Repubblicano negli ultimi anni. Nell’America della guerra permanente, dove la televisione diventa arena politica quotidiana e ogni forma di dissenso può essere trasformata in conflitto, non è sorprendente che un ex soldato e polemista televisivo finisca alla guida del Pentagono. A pagarne le conseguenze sono tutti gli altri, in America e fuori.

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