Intervision Song Contest, la diplomazia culturale della Russia

Ph. Blanca López / Getty Images

di Mariahelena Rodriguez (huffingtonpost.it, 5 settembre 2025)

Nonostante la guerra contro l’Ucraina, a Mosca la vita quotidiana sembra andare avanti: i negozi alzano le serrande, i bambini vanno a scuola. In un video del New York Times, Ivan Nechepurenko racconta che, a tre anni e mezzo dall’inizio del conflitto, i suoi segni vanno cercati nei punti di reclutamento e nelle campagne pubblicitarie diffuse in città.

Intanto è diventato impossibile non imbattersi in festival, attrazioni gratuite, giardini e musei: il Cremlino investe al tempo stesso in armi e attività culturali, costruendo un senso di normalità nonostante le sanzioni. A luglio, Putin ha reso permanente la mostra Rossija, che in otto mesi ha attirato oltre diciotto milioni di visitatori, trasformandola in un Centro nazionale dedicato alla «grande narrazione» e alla cultura del Paese. E il 20 settembre è previsto il ritorno dell’Intervision Song Contest, marchio dell’era sovietica rilanciato con l’obiettivo di «rafforzare il rispetto reciproco e la fiducia tra le nazioni» e di promuovere il «rispetto dell’identità nazionale e delle tradizioni dei Paesi partecipanti», come recita il sito ufficiale.

L’Intervision Song Contest non è una semplice riesumazione nostalgica: è la costruzione di una nuova vetrina culturale, incardinata nelle strutture statali russe. La platea è in larga parte composta da Paesi Brics o da repubbliche ex sovietiche: fuori dallo spazio narrativo e politico dell’Eurovision da cui è stata cacciata nel 2022, Mosca se ne crea uno proprio, rivolto a chi respinge strass e paillettes e rivendica «valori tradizionali, spirituali e familiari». Un primo tentativo di rilancio c’era già stato nel 2014, l’anno dell’annessione della Crimea, ma fu annullato. Oggi il progetto riparte: a febbraio è arrivato il decreto che avvia l’organizzazione del concorso e stavolta è previsto che sia a cadenza annuale. L’organizzazione è innestata nella burocrazia statale russa: il vicepremier Dmitry Černyšenko guida il comitato organizzatore, mentre il Ministero degli Esteri cura la promozione.

Il concorso nasce nel 1965, nel pieno della Guerra Fredda, come risposta del blocco orientale all’Eurovision, pensato per ricucire l’Europa del dopoguerra. Intorno all’evento sono fiorite leggende, in particolare quella del voto misurato accendendo o spegnendo la luce di casa, ma l’interesse rimase modesto e la partecipazione limitata. La Primavera di Praga impose un brusco stop. Quando tornò, tra il 1977 e il 1980, lo fece con formule mutevoli e un’organizzazione incerta: i criteri di voto cambiavano di anno in anno, talvolta venivano proclamati più vincitori e in alcuni casi si tenevano due gare parallele, una per gli artisti indicati dalle televisioni e una per i cantanti delle etichette discografiche. Con budget ridotti e un contesto politico sempre più agitato, il festival si spense nel 1980, mentre nei Paesi dell’Europa Orientale cresceva l’onda dei movimenti antisovietici. Confuso e con pochi fondi, il festival muore nel 1980 in concomitanza con l’emergere dei movimenti anticomunisti nei vari Paesi partecipanti.

L’Intervision Song Contest è uno dei tasselli della macchina culturale che la Russia ha messo in moto. Gli “Anni della Cultura” con la Cina prevedono oltre 230 eventi in 51 città cinesi e 38 russe: circa 150 si sono già svolti e il calendario prosegue per tutto il 2025. Il Fondo presidenziale per le iniziative culturali, nel 2025, ha approvato 1.016 progetti per 5,73 miliardi di rubli nel primo bando e 810 progetti per 3,828 miliardi nel secondo.

Il Paese si muove in un sistema iperattivo che sembra un po’ paradossale: che lo si legga o meno come distrazione dalla guerra in Ucraina, molte iniziative rientrano in una diplomazia culturale che riporta il patriottismo e l’orgoglio nazionale al centro. In questo quadro, l’Intervision colma il vuoto di una vetrina globale: un palco “di casa” su cui proiettare quei valori e dialogare con i partner più disponibili, spesso critici verso la pretesa egemonia culturale dell’Occidente, anche quando non vedono in Mosca una vera alternativa.

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