La politica dei presidenti americani passa per il restyling della Casa Bianca

Ph. Samuel Corum / Getty Images

di Germano D’Acquisto (d.repubblica.it, 16 ottobre 2026)

C’è un modo molto semplice per capire l’America alla vigilia delle elezioni di mid-term del 3 novembre: guardare le tende. O i lampadari. O, meglio ancora, quel pulsante dorato sulla Resolute Desk che Donald Trump preme quando desidera una Diet Coke.

Perché mentre politologi, sondaggisti ed economisti cercano di decifrare il suo secondo mandato attraverso inflazione, immigrazione e geopolitica, una parte della sua ideologia è già visibile negli interni della Casa Bianca. Il problema è che assomigliano sempre meno alla Casa Bianca e sempre più a Trump. Oro, decorazioni, nuovi arredi, il Rose Garden trasformato in patio, ristrutturazioni e soprattutto una Ballroom monumentale che ha comportato la demolizione dell’East Wing: il presidente degli Stati Uniti sembra impegnato nella più ambiziosa operazione di home staging della politica contemporanea. Mar-a-Lago non è più soltanto la sua residenza in Florida: è diventata un modello estetico esportabile. L’uomo che ha costruito la propria mitologia imprenditoriale tra i marmi, gli specchi e gli ottoni della Trump Tower di New York sta sovrapponendo alla più celebre architettura istituzionale americana il suo vocabolario del successo.

Il risultato va oltre la questione, francamente secondaria, del buon gusto. «Durante la sua seconda presidenza, gli interni hanno preso il sopravvento sul valore simbolico dell’architettura» osserva Davide Fabio Colaci, docente del Politecnico di Milano. Con la collega Lola Ottolini ha curato The White House. Domestic Propaganda, la ricerca (poi diventata un libro) dei loro studenti del Laboratorio di progettazione di interni presentata la scorsa primavera in una mostra negli spazi di Dropcity. «Il potere non si presenta più come elemento di stabilità, ma di incertezza e trova proprio nelle stanze una forma di rappresentazione capace di riflettere l’ambiguità di una politica che fatica ad agire con chiarezza sul reale». In altre parole, non è decorazione. È comunicazione coi battiscopa.

Del resto, la Casa Bianca è sempre stata una residenza e il suo opposto. Ci si dorme, si mangia, lì crescono figli, passano cani, si festeggiano compleanni. Ma ogni divano, quadro e foto può diventare un messaggio. Thomas Jefferson introdusse un tavolo da pranzo rotondo anche per eliminare gerarchie nella disposizione degli ospiti. Theodore Roosevelt nel 1901 fece diventare White House quella che fino ad allora era chiamata Executive Mansion: bastarono due parole per avvicinare linguisticamente il potere alla dimensione domestica.

Poi arrivò Jacqueline Kennedy e capì prima di molti altri che un’abitazione può essere un mass medium. Il 14 febbraio 1962 l’allora First Lady accompagnò le telecamere della Cbs attraverso le stanze appena restaurate. Il tour fu seguito da milioni di americani. Non mostrava solo mobili belli, ma un’idea degli Stati Uniti. Aveva lavorato affinché la residenza presidenziale diventasse anche museo della memoria nazionale. Il potere entrava in tv attraverso una donna di trentadue anni che parlava di console e tappezzerie. Un gesto talmente cinematografico da diventare una delle sequenze centrali del film Jackie, diretto da Pablo Larraín nel 2016. Anche quella era propaganda. Solo molto elegante.

«Con Jackie l’interno della Casa Bianca diventa uno strumento per costruire un racconto collettivo», spiega Colaci. «La storia, il patrimonio condiviso, la cultura americana e i suoi simboli vengono messi in scena per rafforzare l’identità dell’istituzione. Con Trump accade quasi il contrario. È l’istituzione a essere assorbita nell’immaginario personale del presidente». La distanza tra i due modelli potrebbe stare tutta nella Resolute Desk. Fu Jackie a recuperare la storica scrivania, fatta costruire e donata agli Usa dalla Regina Vittoria con legni della nave britannica Hms Resolute che si era incagliata nei ghiacci dell’Artico, e la portò nello Studio Ovale per suo marito, John Fitzgerald Kennedy. Trump sulla stessa scrivania ha installato il famoso pulsante d’oro per farsi portare da bere. Difficile trovare metafora migliore.

Ma è con la nuova Ballroom che l’interior design diventa urbanistica del potere. Il progetto da oltre ottomila metri quadrati e più di quattrocento milioni di dollari ha comportato la demolizione dell’East Wing e provocato uno scontro politico, architettonico e giudiziario. I rendering hanno mostrato un gigantesco ambiente cerimoniale fatto di lampadari e soffitti decorati. La disputa è arrivata alla Corte Suprema. Non è un dettaglio che, sotto la sala destinata ai ricevimenti, sia previsto anche un complesso sotterraneo per la sicurezza presidenziale. Sopra si balla, sotto ci si protegge.

«La Casa Bianca è sempre stata un simbolo transmediale presente nei notiziari, al cinema, sui social, nei fumetti e nella pubblicità», dice Colaci. Una casa che tutti riconosciamo anche se quasi nessuno di noi vi entrerà mai. Per questo, modificarla significa modificare un’immagine mentale collettiva. Trump sembra averlo capito perfettamente. Il Rose Garden voluto da Kennedy è stato trasformato nel 2025 con una grande superficie pavimentata, ribattezzata “Rose Garden Club”, spazio più adatto a party e incontri. Sono arrivati nuovi elementi decorativi, interventi nello Studio Ovale, pennoni monumentali e persino una “Presidential Walk of Fame”. Presi singolarmente sembrano episodi. Insieme compongono un linguaggio.

Ed è qui che il paragone con Mar-a-Lago diventa meno una battuta sul gusto e più una questione politica. Trump non sta solo arredando la Casa Bianca. Sta riducendo la distanza estetica tra il luogo dell’istituzione e i luoghi attraverso i quali per decenni ha raccontato sé stesso. La Trump Tower, i resort, la sua residenza in Florida e ora la White House appartengono allo stesso universo visivo: successo, spettacolo, riconoscibilità immediata. L’oro non deve necessariamente sembrare oro: deve significare oro. Jackie cercava mobili appartenuti alla Storia americana perché il presidente sembrasse l’ultimo inquilino temporaneo di una casa più importante di lui. Trump fa l’operazione inversa: adattare la casa al proprio personaggio.

Naturalmente, ogni presidente ha manipolato lo spazio. Jimmy Carter installò pannelli solari, Barack e Michelle Obama piantarono un orto sul South Lawn per parlare di educazione alimentare. Non esiste un interno presidenziale innocente. «Lo spazio è parte del messaggio», sintetizza Colaci. «La scelta di mostrarsi in uno studio, davanti a una libreria, accanto a foto di famiglia costruisce un’immagine del politico prima ancora che inizi a parlare». Vale per Washington come valeva per la scrivania di Silvio Berlusconi e per qualsiasi leader che scelga cosa far entrare dietro le proprie spalle durante una diretta. La differenza è che oggi quella scenografia deve funzionare in uno schermo di quindici centimetri.

Mrs Kennedy aveva un’ora di tv. Trump ha Instagram, meme, clip da pochi secondi. La Casa Bianca non deve più solo rappresentare il potere: deve essere fotogenica mentre lo fa. Colaci parla di «ambienti comunicativi flessibili, capaci di tradurre l’autorità politica in immagini destinate al consumo», rendendo sempre più sottile la distinzione fra cittadino e spettatore. Ed eccoci di nuovo alle elezioni di mid-term. Perché mentre gli elettori saranno chiamati a giudicare la sua politica, Trump sta ridisegnando il fondale su cui quella politica è rappresentata.

La Casa Bianca resta bianca. Dietro, però, il set cambia. La Ballroom cresce, gli interni scintillano, il linguaggio privato invade quello pubblico. È la contraddizione più interessante dell’intera operazione: preservare l’icona mentre se ne modifica il significato. Jackie Kennedy cercò di trasformare la Casa Bianca in un museo dell’America. Trump nell’attico più famoso della Trump Tower. Resta da capire se, dopo aver arredato il potere a propria immagine, riuscirà a convincere gli americani che anche il Paese debba assomigliargli.

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