No Kings, only The Boss

Ph. Kevin Mazur / Getty Images

di Federica Fantozzi (huffingtonpost.it, 2 aprile 2026)

«Integrità. Decenza. Moralità. Vi diranno che non sono più dei valori ma non è vero. It’s happening now. Sta succedendo adesso. Questa tragedia americana può essere fermata solo dal popolo americano». Bruce Springsteen sfida Donald Trump senza mai nominarlo e infiamma il Target Center, riempito da ventimila spettatori disposti ad anello intorno al Boss e alla sua E Street Band.

Li invita a unirsi nello scegliere «la democrazia sull’autoritarismo, la legge sull’illegalità, l’etica sulla corruzione, e la pace sulla…». War, esplode il coro, e la cover di Edwin Starr apre rabbiosa le tre ore di un concerto teso, ruggente, doloroso, intriso di sofferenza eppure di fiducia che «l’America che amo, la Costituzione, i nostri ideali e la nostra sacra promessa» torneranno. Rivolge una preghiera ai soldati a Stelle e Strisce impegnati nella «guerra illegale» in Medio Oriente, e non a caso la seconda canzone, con il raddoppio della chitarra di Tom Morello, è Born in the Usa. Inno pacifista che torna ad essere controverso nel Paese, «mai stato così diviso»: Bruce lo sa ed è disposto a pagarne il prezzo.

È primavera nella “città dei laghi”. L’Ice si è sciolto, la «bloody mist», la foschia insanguinata, è svanita, il freddo «inverno del ’26 sotto gli stivali di un occupante» è finalmente trascorso. Ma Minneapolis non dimentica i suoi morti, né lo fa Springsteen, la rockstar planetaria che in questi mesi si è ritagliata un ruolo, per certi versi vacante, di grande oppositore del trumpismo e delle sue politiche: «L’America, che è stata un faro di speranza e libertà in tutto il mondo, è nelle mani di un’amministrazione corrotta, incompetente, traditrice, razzista». L’America che oggi «si estrania dalla Nato e dimentica gli alleati e gli amici».

Da qui parte Land of Hope & Dreams American Tour, che toccherà città «costrette ad affrontare il terrore dell’Ice» – la polizia federale anti-immigrazione –, come Portland, Philadelphia e San Francisco, e che si chiuderà il 27 maggio proprio a Washington, «dove dirò alla Casa Bianca alcune parole scelte». Ma è qui, nella Capitale del Minnesota, governata dal Democratico Tim Waltz e retta dal coraggioso sindaco Jacob Frey, che la brutalità si è trasformata in un tributo di morte.

Vestito di nero, Springsteen imbraccia la chitarra: «E ci furono impronte insanguinate / Dove la pietà avrebbe dovuto albergare / E due lasciati a morire sulle strade piene di neve / Alex Pretti e Renée Good». Le lucine dei telefonini ondeggiano nel buio seguendo la voce di Bruce, qui più carezzevole e meno furiosa del video con le immagini dell’«esercito privato» del presidente, dei suoi «thugs» e delle sue vittime, compreso il bimbo Liam con il cappello da coniglietto e lo zainetto di Spiderman, minacciato di deportazione insieme alla famiglia.

«Oh our Minneapolis, I hear your voice / Crying through the bloody mist» cantano i ventimila prima di scandire ripetutamente e sempre più forte: «Ice-out-now!». Springsteen omaggia la città: «Avete dato speranza e coraggio alla Nazione. Siete stati d’ispirazione per tutti. Hanno scelto la città sbagliata». L’aveva già detto sabato scorso, alla marcia di protesta a Saint Paul, ringraziato da Waltz: «Non ci servono re, ma ci serve il Boss». Il resto è una cavalcata elettrizzante in «quello che sta accadendo oggi nel nostro Paese».

Al fumo e ai proiettili di gomma di Streets of Minneapolis segue Promised Land, che non è un miraggio ma va conquistata. Ci vorrà tempo per ritrovare sé stessi, sembra dire in Long Walk Home, che, alla fine, diventa un gospel: «Ehi tesoro / Aspettami / Sarà una lunga camminata verso casa». Tom Morello, occhiali da Sole e chitarra bianca con una scritta provocatoria e adatta ai tempi – «Arm the homeless», «Armate i senzatetto» –, appare e scompare dal palco.

Insieme, avvolti in un cono di luce che taglia il buio, cantano The Ghost of Tom Joad, urlo contro le storture del capitalismo che Morello chiude battendosi la mano sul petto: «Whenever someone is struggling to be free / Look in their eyes, ma, and you’ll see me», «Dovunque qualcuno combatte per essere libero, guardalo negli occhi mamma e vedrai me». Sullo stesso tema arriva Youngstown, storia delle miniere dismesse e delle fabbriche chiuse, dall’acciaio del Mesabi al carbone dei monti Appalachi: «Sette tonnellate di metallo al giorno / E ora, signore, mi dici che il mondo è cambiato / Ora che ti ho reso ricco abbastanza/ Abbastanza da dimenticare il mio nome».

Nel suo tour «più politico di sempre», opposto a un avversario così potente da governare il Paese, Springsteen sembra accettare il compito e persino divertirsi un mondo. Trump lo ha definito un artista privo di talento, una «prugna secca»; lui replica cambiando i versi della sua House of Thousand Guitars per bollarlo come un «clown criminale che ha rubato il trono». Il Boss ha – forse – metabolizzato la rabbia gelida che lo attraversa nel video di Streets of Minneapolis, in bianco e nero, prodotto in quattro e quattr’otto dopo il doppio omicidio che ha sconvolto gli Usa. Il Boss è solo, al microfono del suo studio di registrazione, primi piani serrati, digrigna i denti e sibila: «We will remember the names of those who died / On the streets of Minneapolis».

Ha mantenuto la sua promessa, ma qui sceglie di ricordare le ultime parole di Renèe Good, poetessa e madre di tre figli, uccisa da un agente dell’Ice nella sua auto: «I’m not mad at you», «Non sono arrabbiata con te». È l’invocazione magica per il rocker: «unity», «l’unità». «Mi addolora la distanza, oggi, fra persone, fra vicini di casa. Questo Paese è sempre stato unito nelle distinzioni, capace di discutere per decidere la direzione». Non basta per esorcizzare la cupezza, arrivano Darkness on the edge of town e My city of ruins e Murder Incorporated.

Poi, la cavalcata dei classici spazza il cielo e permette d’intravvedere l’arcobaleno oltre la pioggia: The Rising, Born to Run, Bobby Jean sull’amicizia perduta e rimpianta, con l’assolo finale di sax affidato a Jake Clemmons, nipote del Big Man Clarence. Energia pura. Fino alla chiusura corale con Tenth Avenue Freeze Out: le chitarre di Little Steven e Nils Lofgren, la batteria di Max Weinberg, le tastiere di Roy Bittan, il basso di Gary Tallent, il violino di Suzy Tyrrell, e tutti gli altri. È l’immaginifica E Street Band, che qui agli aggettivi consueti aggiunge «Ice-outing», colei che contribuisce a scacciare l’Ice. Una medaglia che si appuntano al petto tra gli applausi.

I bis sono chirurgici. Chimes of Freedom di Bob Dylan – il “menestrello” di Duluth, cittadina del Minnesota, a due ore da qui –, che il Boss cantò a Berlino Est l’anno prima della caduta del Muro, forse con una premonizione: «Siamo qui per fare rock’n’roll e non politica, nella speranza che tutte le barriere possano un giorno essere abbattute». Infine, mentre la scenografia si tinge di viola, Purple Rain, omaggio a Prince, il geniale artista che a Minneapolis è nato e, dieci anni fa, morto nella villa-studio di Paisley Park.

Prossimo appuntamento il 3 aprile, Venerdì Santo, a Portland, in Oregon: un’altra delle “città santuario” che hanno vissuto il crudele braccio di ferro sull’immigrazione fra poteri locali e federali. Il Boss sorride prima di deporre la chitarra per l’ultima volta della serata: «Siamo venuti per darvi forza, ma ci serve la vostra. Stavolta abbiamo bisogno anche noi del vostro supporto». La “cavalleria” della E Street Band è in viaggio, ma nemmeno lei può arrivare da sola a destinazione: «We’ll take our stand for this land / And the stranger in our midst», «Difenderemo questa terra e lo straniero in mezzo a noi».

Nessuno si salva da solo, nessuno può non essere accolto. È l’epica che Bruce Springsteen narra da mezzo secolo e con questo tour contro la «guerra illegale», la «violenza» e la «corruzione» lo ribadirà a Trump. Fin sotto le sue finestre. «Are you with me?». Se l’America lo seguirà o meno è una storia che va oltre questo bellissimo, travolgente concerto. Ed è una scommessa che chiamerà in causa il suo posto nel mondo e il suo destino collettivo.

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