Archivi tag: Bob Dylan

No Kings, only The Boss

Ph. Kevin Mazur / Getty Images

di Federica Fantozzi (huffingtonpost.it, 2 aprile 2026)

«Integrità. Decenza. Moralità. Vi diranno che non sono più dei valori ma non è vero. It’s happening now. Sta succedendo adesso. Questa tragedia americana può essere fermata solo dal popolo americano». Bruce Springsteen sfida Donald Trump senza mai nominarlo e infiamma il Target Center, riempito da ventimila spettatori disposti ad anello intorno al Boss e alla sua E Street Band.

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La protesta non passa più da Hollywood ma dal country su TikTok

Ph. Christopher Polk

di Benedetta Grasso (linkiesta.it, 15 gennaio 2026)

Per chi era più o meno giovane nel marzo del 2003, ci fu una sorta di momento di spaccatura nella musica country americana, quando le Dixie Chicks (ora Chicks) criticarono apertamente la scelta di George W. Bush di dichiarare la guerra. Lontani erano i tempi di Pete Seeger, Phil Ochs o ovviamente Bob Dylan, che è emblematico nell’eludere definizioni.

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La religione della fama che nutre la fama

LaPresse

di Guia Soncini (linkiesta.it, 2 settembre 2025)

Scusate se anche oggi, come non dico ogni giorno ma ogni settimana più volte a settimana, sono qui a comunicarvi che state mancando il punto, ma: anche nello scandaletto con cui vi siete baloccati negli ultimi giorni d’agosto, anche nel commentare quello avete mancato il punto. È infatti accaduto che un tennista polacco che non avevo mai sentito nominare e che mi sembra impossibile da scrivere senza refusi, Kamil Majchrzak, sia dopo una partita agli US Open andato verso gli spalti, abbia firmato autografi con la poca attenzione con cui i famosi accondiscendono alla disperazione di chi chiede autografi, mentre firmava abbia visto davanti a sé un bambino, si sia tolto dalla testa il cappellino e gliel’abbia allungato.

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“Mermaid Avenue”, le canzoni di Woody Guthrie nel progetto di Billy Bragg e i Wilco

Ph. Daniel Kramer

di Riccardo Papacci (huffingtonpost.it, 16 marzo 2025)

Vedendo A Complete Unknown di James Mangold si ha l’impressione di ritrovarsi in un mondo alieno, diverso da quello in cui viviamo oggi. Un mondo in cui il ventenne Bob Dylan si trasferisce dal Minnesota a New York solo per incontrare il suo idolo, Woody Guthrie. Ma anche lo stesso mondo in cui Dylan viene insultato solo perché passa dalla chitarra acustica a quella elettrica al Newport Festival.

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La notte di “We are the World”

(ilpost.it, 28 gennaio 2025)

Sulla porta degli A&M Studios di Los Angeles il 28 gennaio del 1985 c’era un cartello che invitava a lasciare «l’ego fuori dalla porta». Lo aveva attaccato il leggendario produttore e compositore Quincy Jones in vista di quella che, 40 anni fa, fu una notte memorabile per la storia del pop: quella in cui fu registrata We are the World, una delle canzoni più conosciute di sempre.

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Lezioni trumpiane: la musica non può più cambiare il mondo

Ph. Yui Mok / Ap

di Gabriele Isman (huffingtonpost.it, 8 novembre 2024)

La cavalleria non è bastata, o forse non è mai arrivata. Nonostante gli endorsement di Bruce Springsteen, Billie Eilish, Taylor Swift, Beyoncé e Lady Gaga, Kamala Harris ha perso e hanno vinto gli altri, Donald Trump e Elon Musk che sembra vicepresidente più di J.D. Vance. Una volta la musica poteva cambiare il mondo – Imagine di John Lennon è ancora una speranza di pace e Blowing in the wind è stato l’inno di almeno un paio di generazioni, e che stavolta Bob Dylan non si sia fatto sentire forse era già un segnale – ma adesso non bisogna più scegliere.

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“We are the world”, il miracolo di Quincy Jones

di Andrea Silenzi (repubblica.it, 4 novembre 2024)

Era l’epoca della coscienza: i musicisti avevano deciso di prendersi cura del mondo, anzi dei disperati del mondo. Sulla scia di Band Aid – Do they know it’s Christmas, l’invenzione di Bob Geldof con le grandi star inglesi, Lionel Richie e Michael Jackson avevano scritto una canzone con la stessa finalità: raccogliere fondi per combattere la crisi alimentare in Africa.

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