
di Marco Gervasoni (huffingtonpost.it, 16 febbraio 2026)
È passato sotto silenzio un anniversario tondo dei giorni scorsi, addirittura un centenario: quello della nascita della televisione. Che si deve all’inventore britannico John Logie Baird, il quale, dopo gli esperimenti degli anni precedenti, il 26 gennaio 1926 realizzò la prima vera dimostrazione pubblica di trasmissione televisiva senza fili, di fronte agli scienziati della Royal Institution e ai giornalisti.
L’anno successivo Baird trasmise da Londra a Glascow attraverso una linea telefonica in cavo, mentre nel 1928 realizzò la prima trasmissione televisiva transoceanica da Londra a New York. E, sempre lo stesso anno, riuscì a trasmettere le prime immagini a colori. Certo, si trattava di una televisione su dispositivo elettromeccanico, che fu sostituita da quella elettronica negli anni successivi, e solo nel 1932 la Bbc cominciò a trasmettere programmi sperimentali.
La prima vera trasmissione televisiva la si deve però… ad Adolf Hitler: fu infatti nella Germania nazista che, nel 1935, venne trasmesso il primo programma televisivo del mondo, con quattro ore regolari settimanali; mentre la prima diretta si deve ancora ai nazisti: dalle Olimpiadi di Monaco dell’anno successivo, con ovvia trasmissione del discorso di apertura del Führer. Resta il fatto che lo strumento catodico, non solo uno strumento ma una forma di esperienza e una struttura mentale, compie cent’anni, così come non è affatto casuale che a battezzarlo fu, qualche anno dopo, il nazismo.
Oggi tutti o quasi scrivono che la televisione sarebbe morta, o starebbe morendo. Non ne sono molto convinto, ma, anche dando per buona questa previsione, spirerebbe dopo aver assassinato una serie di altri oggetti, che le preesistevano da secoli se non addirittura da millenni: uno su tutti, la politica. Fin dagli anni Quaranta, quando Theodor Adorno e Max Horkheimer erano in esilio negli Usa, dove le trasmissioni tv erano già diffuse, e vi studiavano la personalità autoritaria e le forme di fascismo autoctono, Adorno e Horkheimer individuarono nella televisione uno strumento di trasformazione antropologica e psicologica. Ma furono, pur nel loro pessimismo, molto più ottimisti di quanto la realtà successiva avrebbe mostrato.
I testi di filosofi e sociologi negli anni seguenti, come quelli di Hans Magnus Enzensberger e di Guy Debord, colsero ancora meglio quanto la televisione stesse svolgendo il suo compito di distruzione cognitiva e di alterazione della psiche. Inizialmente erano assai apprezzati a sinistra, ma poi, a un certo punto, questa cominciò a definirli con disprezzo “apocalittici”. Come Umberto Eco, di cui ricorrono i dieci anni della scomparsa, che però, negli anni successivi, si accorse di quanto la televisione da lui decantata negli anni Sessanta avesse seminato i suoi frutti.
Nella sua Rai, in quella in cui lavorava lui, Eco poteva intervistare Adorno; solo vent’anni dopo la stessa Rai spopolava con un programma in cui da casa si doveva indicare il numero di fagioli presenti in una scatola. E negli anni Novanta, a mostrare quanto la televisione inibisse le capacità cognitive, intervennero liberali come Karl Popper e Giovanni Sartori: ma era troppo tardi. In Homo videns, il grande politologo italiano delineava un quadro agghiacciante degli effetti politici della televisione: ma, visto quello che è accaduto poi, anche la sua era, in fondo, come quella di Adorno negli anni Cinquanta, una diagnosi troppo ottimistica.
Tutti quegli elementi deleteri che oggi si rimproverano alla politica, dalla apoteosi dell’ignoranza (uno vale uno) alla polarizzazione, dalla vacuità alla retorica, dalla bava alla bocca al servilismo, e di cui qualcuno considera responsabili i social media, sono in realtà stati introdotti dalla televisione. Che, tra l’altro, non sta morendo, perché si trova in una virtuosa (si fa per dire) dialettica con i social. Guardiamo la politica italiana odierna: si discute quasi sempre di argomenti televisivi, oppure di temi lanciati in una trasmissione tv e poi amplificati dai social: che tra pochi giorni tutta l’Italia e soprattutto la politica si focalizzeranno solo su Sanremo non è certamente un caso.
Un evento, una proposta, una figura, non esistono se non solcano lo spazio televisivo: l’unica realtà effettiva è quella riverberata dall’immagine diffusa dalle trasmissioni tv, oggi ancora più potenti perché, per fruirne, non è più neanche necessario lo strumento televisivo, basta uno smartphone. L’Italia, dato il suo gigantesco livello di analfabetismo e di povertà, ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso fu investita dalla grande trasformazione psico-antropologica della tv assai più di altri Paesi europei: la televisione ha davvero “fatto gli italiani” e non solo il loro linguaggio (che prima non esisteva, solo i colti parlavano Italiano, gli altri, cioè l’80 per cento della popolazione, il dialetto), come mostrò all’epoca il grande linguista Tullio De Mauro.
La tv è stata, con la Chiesa, e assai più della Chiesa (in declino non a caso con l’avvento della tv), il principale vettore culturale degli italiani e la principale artefice della loro mentalità e della loro psicologia. Non può certo essere un caso che l’Italia sia stato il secondo Paese (dopo il Brasile) a trasformare un tycoon televisivo in un leader politico e poi, anni dopo, un comico lanciato dalla tv il capo di un partito che toccò il 35% dei voti: gli statunitensi, poveri provinciali, hanno dovuto aspettare vent’anni per arrivarvi, anche se il primo leader politico occidentale a usare stilemi, tecniche, linguaggi tv era stato Ronald Reagan.
E anche la sinistra italiana, dopo gli anni Ottanta, è stata la più subalterna alla dittatura del linguaggio televisivo tra tutte quelle dei Paesi avanzati: anche se (e non è un caso) il solo a farla vincere, e per due volte, è stato un tale Romano Prodi, che era tutto tranne che televisivo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, e sono stati esiziali per la qualità della democrazia, che oggi è pessima ovunque.
La televisione, strumento di massa e per le masse (ma controllata sempre da oligarchi) non poteva che portare al loro trionfo; non quello delle masse, ma appunto quello degli oligarchi, soprattutto quelli o quelle mascherati o mascherate da uomini o donne del “popolo”. Non a caso il primo politico a usare la tv, fu, appunto, Hitler.