
di Davide Piacenza (wired.it, 19 settembre 2025)
Un nome continua a tornare insistentemente nelle cronache in ore particolarmente complicate per la politica statunitense: Candace Owens, trentaseienne youtuber e attivista di estrema destra. L’assassinio di Charlie Kirk e una causa per diffamazione intentata da Emmanuel e Brigitte Macron hanno riportato Owens al centro della scena, anche a livello internazionale.
Nel giro di pochi giorni, la commentatrice politica, da anni nel novero dei grandi nomi del discorso politico americano, ha insinuato che dietro la morte del fondatore di Turning Point Usa ci fosse la longa manus del miliardario pro-Israele Bill Ackman, e ha rilanciato la voce – già presenza fissa da anni nei forum complottisti francesi – secondo cui la première dame dell’Eliseo sarebbe nata uomo, costringendo i Macron a «provare scientificamente» a una corte statunitense che non corrisponde a verità. Due episodi senza connessione tra loro, ma accomunati da un filo rosso che restituisce la cifra del personaggio: Owens deve la sua fama al saper agire da moltiplicatrice di sospetti, trasformando il terreno limaccioso del cospirazionismo in un fenomeno politico-mediatico di portata globale.
Owens è nata nel 1989 a Stamford, in Connecticut, in una famiglia segnata dall’assenza dei genitori, che si sono separati quando lei era molto giovane, e dall’autorità dei nonni materni. A sedici anni il suo nome viene stampato da un giornale per la prima volta, e nelle vesti di vittima di un episodio di bullismo a sfondo razziale: i messaggi lasciati nella sua segreteria da un gruppo di adolescenti, comprensivi di minacce di morte e violenza, portano a un’inchiesta e a un risarcimento da decine di migliaia di dollari. L’accaduto, che inizialmente fa di lei una delle tante vittime di discriminazione, diventerà però un architrave della nuova Candace Owens: sarà lei stessa a rileggerla come il momento in cui la giovane afroamericana ha messo a fuoco che i discorsi sui diritti potevano essere utilizzati come arma politica.
Nel 2015 fonda il sito di news Degree180, che è al centro della sua storia di convertita: e se fino all’anno successivo dalle colonne della sua pubblicazione gli autori – tutti studenti universitari – si schierano apertamente contro l’allora candidato alla presidenza Donald Trump (c’è persino una finta inchiesta dedicata alle dimensioni del suo pene), dalla metà del 2017 Owens fa inversione a U, rinnegando i contenuti della sua testata e pubblicando su YouTube un video in cui mette in scena il suo coming out da conservatrice ai genitori. Da allora la strada è spianata: a novembre diventa direttrice della comunicazione di Turning Point Usa, l’organizzazione di Charlie Kirk, e la primavera dell’anno successivo Trump stesso la definisce parte di un gruppo di «pensatori molto intelligenti» che orientano la politica americana.
Il progetto Blexit (acronimo di “Black exit”), un invito agli afroamericani ad abbandonare il Partito democratico lanciato nel 2019, la consacra come volto alternativo all’asse che si pensava inscindibile tra comunità nera e ideali progressisti, mentre i ripetuti inviti nei talk di Fox News la trasformano in un personaggio riconosciuto, tanto divisivo quanto redditizio. La sua ascesa, in effetti, si può leggere come l’epifenomeno di cambiamenti più profondi: la politica internazionale che diventa un fenomeno da feed, misurabile con le logiche delle metriche di engagement.
Owens non ha bisogno di prove alle sue teorie per ingrandire il suo seguito: le basta insinuare un dubbio in modo abbastanza suggestivo da creare una storia. Così è successo anche con l’omicidio di Kirk, in queste ore: invece di spendere le solite parole di cordoglio, Owens ha parlato di un «intervento» da parte di Ackman, spiegando che il miliardario avrebbe offerto denaro a Kirk per smorzarne le posizioni critiche su Israele. Ackman ha smentito con forza, pubblicando anche gli scambi tra lui e il fu leader di Turning Point; ma nel frattempo l’algoritmo di X e quello di YouTube hanno già premiato il contenuto: milioni di visualizzazioni, migliaia di commenti, l’illusione che qualcosa di “nascosto” sia stato portato alla luce.
Lo stesso vale per la vicenda dei Macron. La teoria complottista su Brigitte circola da anni in ambienti marginali del sottobosco cospirazionista, ma finora era rimasta priva di visibilità mainstream. Owens l’ha ripresa, confezionata in una serie dal titolo Becoming Brigitte e data in pasto ai suoi milioni di follower. Così i Macron hanno intentato una causa per diffamazione nel Delaware, con un ricorso di 219 pagine che promette «prove scientifiche» a sostegno del sesso biologico femminile di Brigitte Macron. Un cortocircuito perfetto: una youtuber e podcaster nata per monetizzare le reazioni di pancia mette in moto un’azione legale internazionale, spostando l’asse della politica su un piano che somiglia più a un reality che a un processo istituzionale.
In questo Owens è insindacabilmente la migliore di tutti: buttando la palla in tribuna, riesce regolarmente a vincere la partita. L’attivista replica con metodo la stessa retorica che l’ha resa celebre: non ammette autocritiche, si dichiara perseguitata dalle élite, si presenta regolarmente come testimone scomoda della verità. Ogni smentita ufficiale diventa un motivo di riconferma delle sue tesi strampalate: davanti ai suoi follower, significa che ha toccato un nervo scoperto. Si tratta di dinamiche che i social premiano con puntualità matematica: più un contenuto divide, più sale di visibilità: il modello di business di Candace Owens, di fatto, è la radicalizzazione algoritmica.
Il volto del movimento Maga non è solo una commentatrice controversa, ma anche un prodotto del design delle piattaforme e, più in generale, dell’epoca che stiamo vivendo. Il suo modus operandi – prendere un evento, insinuare un sospetto, rilanciarlo fino a renderlo oggetto di dibattito – non sarebbe così efficace senza un ecosistema che premia la polarizzazione e scoraggia la riflessione. Mentre non ce ne accorgevamo, l’economia dell’attenzione ha trasformato la mancanza di prove in un vantaggio: se una teoria rimane indimostrabile, resta anche discutibile, dunque cliccabile, dunque redditizia.
Il risultato finale è che la politica si adegua a questo ritmo folle e deleterio, con tutte le conseguenze del caso. Owens non ha inventato questo meccanismo, certo, ma l’ha portato all’estremo, e alla sua più piena affermazione. Ogni volta che una sua dichiarazione finisce sui titoli dei giornali è la prova che il divide et impera dei social media odierni ha funzionato.
Ridurre Candace Owens a “voce rumorosa” di sottofondo è un errore prospettico: è, semmai, un sintomo avanzato di un ambiente in cui la visibilità conta più di tutto il resto, e in cui la verità assume i contorni di una materia plastica da modellare in diretta. La parabola di Owens racconta molto non solo della destra americana, ma anche dello stato del discorso pubblico globale: un’arena in cui chi urla più forte non vince per forza le elezioni, ma detta comunque il ritmo cui tutti gli altri devono correre.