I Mondiali 2026, Fifa e arena del trumpismo

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di Giulia Belardelli (huffingtonpost.it, 5 dicembre 2025)

I Mondiali del 2026 saranno lo specchio di Donald Trump: mastodontici, autocelebrativi, divisivi. La cerimonia per il sorteggio della fase a gironi offre un assaggio: dall’apertura affidata al Nessun dorma di Andrea Bocelli (uno dei preferiti del presidente) alla chiusura con i Village People (con il loro Y.M.C.A., diventato inno Maga), passando per il conferimento di un premio (Fifa Peace Prize – Football Unites the World) inventato apposta per lui, per lenire la delusione del mancato Nobel per la Pace.

Poco importa che la Coppa del Mondo sia organizzata insieme a Canada e Messico (neanche loro risparmiati dalla furia trumpiana sui dazi). Il primo ministro canadese Mike Carney e la presidentessa messicana Claudia Sheinbaum Pardo condividono con Trump l’onore di pescare dalle urne e formare il tabellone del torneo, ma il padrone di casa del primo Mondiale a 48 squadre è uno solo, e si gioca a modo suo. Cravatta rosso fiammante, il sorriso delle grandi occasioni, il presidente americano parla alle telecamere appena arrivato al Kennedy Center per il sorteggio dei Mondiali, dopo aver attraversato una Washington coperta di neve. «È un grande giorno» dice, «è uno sport fantastico, e sta davvero arrivando in America e nessuno avrebbe mai pensato che una cosa del genere potesse accadere. Siamo già a un livello record di biglietti venduti».

Gianni Infantino ricambia il presidente con la medaglia e l’attestato di campione del pacifismo, dal palco parla degli Accordi di Abramo e delle altre tregue siglate alla Casa Bianca: «questo è quello che vogliamo da un leader, un leader che ama la gente, perché vogliamo vivere in un mondo sicuro. Lei potrà contare sull’appoggio mio e del calcio per far prosperare la pace nel mondo». Trump si rivolge a “Gianni”, lo ringrazia – «è uno dei grandi onori della mia vita» –, ricambia gli elogi, pronuncia un breve discorso per assicurare che «sarà un evento che il mondo non ha mai visto, abbiamo relazioni di lavoro straordinarie con Canada e Messico, il coordinamento e l’amicizia sono straordinari. Il mondo è un posto più sicuro adesso, un anno fa gli Usa non andavano molto bene. Divertitevi, sarà uno spettacolo».

Come scrive Politico, Infantino si è fatto più di qualche nemico all’interno della Fifa per il suo abbraccio totale a Trump, un presidente che con i suoi divieti di viaggio (imposti a quasi 20 Paesi), le politiche anti-immigrazione (con il rischio di retate durante le partite) e una retorica xenofoba (ultime vittime, i somali del Minnesota definiti “spazzatura”), difficilmente può essere considerato una figura in grado di «unire le persone in uno spirito di pace», come affermato dallo stesso Infantino. Tra i due c’è un’ottima intesa, consolidata in almeno 7 incontri soltanto quest’anno. In questo contesto è spuntata la trovata del Fifa Peace Prize, un premio nato dalla sera alla mattina, senza neanche informare il Consiglio della Federazione, composto da 37 membri.

L’idea di un premio su misura per Trump è stata criticata da una coalizione di organizzazioni per i diritti umani guidata dalla Sport & Rights Alliance, che sollecita il rispetto dei diritti e delle libertà di coloro che parteciperanno al torneo la prossima estate. «Lavoratori, atleti, tifosi e comunità rendono possibile la Coppa del Mondo» ha dichiarato Andrea Florence, direttrice della Sport & Rights Alliance. «La Coppa del Mondo del 2026 è la prima a iniziare con criteri di diritti umani integrati nel processo di candidatura. Ma il deterioramento della situazione dei diritti umani negli Stati Uniti ha messo a rischio tali impegni». La dichiarazione, rilasciata 200 giorni prima dell’inizio del torneo, contesta i crescenti attacchi e persecuzioni nei confronti degli immigrati negli Stati Uniti, nonché la cancellazione da parte della Fifa di messaggi antidiscriminazione e le minacce alla libertà di stampa.

Al centro delle polemiche c’è, soprattutto, la recente estensione del Travel Ban, in vigore da giugno, cui si accompagna l’annuncio della segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem che riguarderà presto 30 Stati nel mondo e l’obiettivo programmatico di voler «sospendere per sempre l’immigrazione da tutti i Paesi del Terzo Mondo» contenuta nell’ultimo documento sulla sicurezza pubblicato dalla Casa Bianca. Attualmente il provvedimento impedisce l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di 12 Paesi e prevede restrizioni più severe per i visitatori provenienti da altri 7. La lista nera include anche 2 Paesi che si sono qualificati ai Mondiali: Iran e Haiti. In teoria sono previste eccezioni per atleti, allenatori, «persone che svolgono un ruolo di supporto necessario» e i loro parenti stretti, ma i tifosi non possono entrare. L’Iran, alla cui delegazione sono stati negati in buona parte i visti, ha inizialmente dichiarato di voler boicottare il sorteggio al Kennedy Center, salvo poi inviare l’allenatore Amir Ghalenoei per evitare di lasciare il posto vacante.

Per gli haitiani – grandi appassionati di calcio, qualificati per la prima volta dopo 52 anni – la questione è ancora più complessa: la scorsa settimana, l’amministrazione Trump ha revocato lo status di protezione temporanea per Haiti, che aveva permesso a centinaia di migliaia di haitiani di vivere negli Stati Uniti per decenni. «Molti haitiani, il cui status legale è cambiato da un giorno all’altro, potrebbero andare a tifare per la propria squadra senza sapere di essere a rischio di espulsione» ha avvertito Minky Worden, responsabile dello sport per Human Rights Watch. Non è uno scenario così peregrino. Questa settimana la ong ha rivelato che un richiedente asilo è stato trattenuto dall’Immigration and Customs Enforcement il giorno della finale della Fifa Club World Cup, lo scorso 13 luglio, e successivamente espulso, sollevando serie preoccupazioni in vista dei Mondiali. «La Coppa del Mondo non può essere un modo per intrappolare i tifosi latinoamericani. Sarebbe la peggiore perversione dell’idea del calcio come sport più bello del mondo», ha messo in guardia Worden.

Ma a quanto pare – sottolinea El País – quella perversione ha già fatto la sua comparsa sugli spalti. Mentre il presidente Trump si trovava nel palco Vip del MetLife Stadium del New Jersey per godersi la partita decisiva tra Chelsea e Paris Saint-Germain, lo scorso luglio, due minorenni – di 14 e 10 anni – erano seduti ai loro posti tra oltre 80mila spettatori, ma erano soli. Pochi minuti prima, il padre era stato arrestato nel parcheggio di un centro commerciale lì vicino. La polizia lo aveva inizialmente fermato per emettere una multa per aver pilotato impropriamente un piccolo drone per scattare foto e video. Ma poi lo avevano portato all’interno dello stadio per ulteriori interrogatori e infine lo avevano consegnato alla custodia dell’Ice, nonostante i figli non avessero altri tutori e lui avesse un permesso di lavoro valido mentre la sua richiesta di asilo era in sospeso. L’uomo ha trascorso tre mesi in un centro di detenzione per immigrati; a ottobre ha scelto l’espulsione volontaria, incapace di sopportare le terribili condizioni di detenzione e desideroso di proteggere la sua famiglia.

Secondo i difensori dei diritti umani c’è un rischio enorme che casi del genere si ripetano nel corso delle 78 partite previste sul suolo americano, su un totale di 104 della Coppa del Mondo. In base alle informazioni del Deportation Data Project analizzate da Human Rights Watch, tra il 20 gennaio e il 29 luglio di quest’anno le autorità per l’immigrazione hanno effettuato 55.749 arresti nelle aree in cui si disputeranno le partite. Mercoledì [3 dicembre], interrogato sulla possibilità di raid contro gli immigrati durante i Mondiali, Andrew Giuliani, direttore esecutivo della task force Fifa della Casa Bianca, ha dichiarato ai giornalisti che Trump «non esclude nulla che possa contribuire a rendere i cittadini americani più sicuri». Una promessa di coerenza, si dirà, che però rischia di diventare una clava per i 14 milioni di persone senza un regolare status d’immigrazione, tra cui molti membri della comunità latina amante del calcio, che vivono negli Usa da anni.

A questo bisogna aggiungere che, negli ultimi mesi, l’amministrazione ha fatto pressioni per espellere persone che si trovavano legalmente negli Usa, inclusi visitatori, studenti stranieri e residenti permanenti, a causa del loro attivismo per la causa palestinese. La questione ha evidenti risvolti politici, ad esempio per quanto riguarda la minaccia – agitata da Trump nei mesi scorsi – di spostare il torneo da alcune città ad altre se le autorità locali non potranno garantire la sicurezza dell’evento (secondo i suoi criteri). Neanche a dirlo, le città prese di mira sono tutte governate dai democratici: Boston, Seattle, San Francisco e così via. «I Mondiali dovrebbero essere un momento in cui il mondo si unisce e mette da parte le differenze per celebrare lo sport: il contrario di un presidente che cerca di tenere il mondo fuori dalla porta», ha criticato il senatore Chris Van Hollen, democratico del Maryland e membro della Commissione Affari Esteri del Senato. «Al livello più fondamentale, abbiamo un presidente che rappresenta tutto ciò che la Coppa del Mondo non rappresenta», ha aggiunto Van Hollen.

L’amministrazione Trump, consapevole della posta in gioco, ha sottolineato che sta investendo risorse per accelerare le procedure di rilascio dei visti per i tifosi dei Paesi che non rientrano nel Travel Ban. Il Dipartimento di Stato ha schierato più di 400 funzionari consolari aggiuntivi per gestire le domande, e il segretario di Stato Marco Rubio ha sottolineato che in circa l’80% del mondo i viaggiatori diretti negli Stati Uniti possono ottenere un appuntamento per il visto entro 60 giorni. Un nuovo sistema, Fifa Pass, consente a coloro che hanno acquistato i biglietti per la Coppa del Mondo tramite la Fifa di ottenere appuntamenti per il visto più rapidi. L’obiettivo è «essere il più accoglienti possibile», ha assicurato Giuliani, figlio di Rudy, storico avvocato di Trump. Quanto allo stile del presidente, «è unico», «da vero newyorkese, come me: a volte diciamo cose un po’ diverse dai politici raffinati, ma penso che sia anche per questo che è riuscito ad arrivare al cuore di così tanti americani: perché è completamente onesto con loro». Un’affermazione che – a quanto dicono i sondaggi – farebbe scuotere la testa al 60% degli americani.

Questa però è un’altra storia, che avrà nelle elezioni di midterm il suo fine primo tempo, ragion per cui i Mondiali sono un rigore che Trump non può sbagliare. Tenendo un occhio al futuro, i Mondiali rappresentano anche un passaggio verso le Olimpiadi che si terranno nel 2028 a Los Angeles. Lì si intrecceranno tanti temi, tra cui spicca la questione di cosa fare con la Russia. Mosca ha espresso l’intenzione di partecipare ai Giochi con la squadra nazionale completa, sotto la bandiera russa e con lo status pienamente reintegrato, dopo le sanzioni imposte a Parigi 2024 e Milano-Cortina 2026. È verosimile che, anche su questo fronte, Trump intenda giocare a modo suo, sfruttando la carta olimpica per blandire Vladimir Putin.

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