
di Debora Farace (huffingtonpost.it, 9 giugno 2026)
Manca pochissimo ai Mondiali di calcio maschili 2026, che inizieranno l’11 giugno con la gara d’inaugurazione allo stadio di Città del Messico tra la squadra di casa e il Sudafrica. La finale è invece prevista per il 19 luglio a New York.
Per la prima volta nella storia, il torneo sarà ospitato da tre Paesi insieme: Stati Uniti, Canada e Messico. Un evento pensato per celebrare il calcio globale, coinvolgere diversi Continenti e centinaia di milioni di spettatori. Eppure, ancora una volta, la Coppa del Mondo arriva in un contesto attraversato da tensioni politiche e conflitti diplomatici. A scegliere il Paese ospitante, come sempre per i Mondiali di calcio maschili, è la Fifa: acronimo di Fédération Internationale de Football Association. I criteri ufficiali prevedono requisiti quali infrastrutture, servizi, sostenibilità, aspetti commerciali e supporto legale. Solo rispettando questi punti il Paese candidato può essere ritenuto idoneo. Poi però c’è una serie di aspetti da considerare, come politica e interessi economici.
La Fifa presenta da sempre il calcio come uno strumento di unione. Nei suoi discorsi ufficiali i Mondiali sono “la festa di tutti”, un linguaggio universale capace di superare confini e divisioni. Ma la storia della competizione racconta anche altro: i Mondiali sono stati spesso usati come vetrina politica, strumento di propaganda e occasione di affermazione internazionale. Anche l’edizione del 2026 si svolgerà in un clima complesso. Il confine tra Stati Uniti e Messico è segnato da una barriera di separazione che continua a essere uno dei simboli più evidenti delle tensioni legate all’immigrazione, tema tornato centrale nella politica americana degli ultimi anni, soprattutto con le recenti operazioni aggressive dell’Ice (l’agenzia statunitense per l’immigrazione e le dogane).
Oltre a ciò, l’accusa americana al Messico riguarda anche i cartelli della droga, responsabili dello spaccio ben oltre i confini nazionali. Il Messico dal canto suo punta il dito contro gli Usa per le ingerenze sul proprio territorio, dopo aver ricevuto pressioni e minacce per il narcotraffico e i presunti legami dei cartelli con i politici locali. Allo stesso tempo anche i rapporti diplomatici e commerciali tra Washington e Ottawa stanno attraversando fasi di forte attrito, tra dazi e sanzioni. In un torneo che dovrebbe rappresentare apertura e cooperazione internazionale, le politiche migratorie statunitensi rischiano inoltre di limitare gli accessi e rendere impossibile per molti tifosi seguire la propria Nazionale.
Come se non bastasse, dal 28 febbraio 2026 è in corso la guerra tra Iran e Usa. Questo ha portato a delle ipotesi su un possibile ritiro della Nazionale iraniana, qualificata al Mondiale. L’Iran, che dovrebbe disputare le tre partite del suo girone proprio in territorio statunitense, non si è ritirato ma ha chiesto alla Fifa di spostarle in Messico: la richiesta è stata respinta, e le tensioni non si sono placate. La squadra non potrà però entrare negli Usa se non per le partite, e dovrà pernottare proprio in Messico. Rimane il nodo legato ai visti di entrata non solo per giocatori e staff, ma anche per i dirigenti che hanno svolto il servizio militare nel Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche Iraniane (Irgc). Il gruppo è infatti considerato un’organizzazione terroristica in Canada e negli Stati Uniti.
Il rapporto tra calcio e potere, però, non nasce oggi. Lo sport più seguito al mondo – con circa 3,5 miliardi di appassionati – rappresenta da decenni uno straordinario strumento di consenso e influenza; in definitiva, è una cassa di risonanza. Ospitare i Mondiali significa attirare investimenti, visibilità globale e prestigio politico. Per questo motivo, la competizione è spesso diventata molto più di un semplice evento sportivo. In questo senso, il libro appena pubblicato da Luca Pisapia Il calcio è potere (Einaudi) è illuminante nell’analisi dei rapporti tra economia, politica e calcio.
L’esempio più recente sono i Mondiali del 2022 in Qatar. La gara per l’assegnazione è stata finalizzata nel 2010 dall’allora presidente della Fifa Joseph Blatter: la cosa interessante è che la decisione prevedeva di assegnare due edizioni dei Mondiali in una volta sola, ovvero 2018 e 2022. Tale scelta può essere spiegata da obiettivi economici, dato che assegnare contemporaneamente due Mondiali raddoppia i proventi derivanti dalla vendita dei diritti tv del torneo, cioè la maggiore entrata economica di cui dispone la Fifa. Quando quest’ultima assegnò il torneo all’emirato, la decisione sollevò immediatamente polemiche: il Paese non aveva una grande tradizione calcistica, le infrastrutture erano quasi totalmente da costruire e il clima desertico impose perfino lo spostamento della competizione in inverno.
Dietro quella scelta c’era, però, un progetto molto più ampio. Negli ultimi anni il Qatar ha investito enormi quantità di denaro nello sport internazionale, trasformandolo in uno strumento di soft power: costruire prestigio, aumentare l’influenza geopolitica e migliorare l’immagine nel mondo. È il fenomeno che oggi viene definito sportwashing: utilizzare grandi eventi sportivi per associare il proprio Paese ai valori positivi dello sport, distogliendo l’attenzione da questioni politiche e violazioni dei diritti umani. Il risultato è il Mondiale più costoso della storia, con circa 220 miliardi spesi e altrettanti record di ricavi per la Fifa. Una patina dorata per nascondere le violenze perpetrate. Durante la preparazione del torneo, infatti, le condizioni di circa 2 milioni di lavoratori impiegati nei cantieri vennero duramente criticate da organizzazioni internazionali e ong: troppe ore lavorative, salari bassi, tasso di infortuni e numero di morti; circa 6mila e 500 secondo i calcoli del Guardian.
Eppure, nonostante le polemiche, i Mondiali qatarioti si trasformarono in un enorme successo economico e mediatico. L’immagine simbolo di quella competizione resta forse quella di Lionel Messi, capitano della Nazionale argentina, che alza al cielo la Coppa del Mondo con addosso un mantello nero dai bordi dorati: il bisht, tipico della cultura cerimoniale araba. Il mantello copre quasi interamente la maglia della Nazionale argentina, che s’intravede appena. Durante la consegna del trofeo, di fianco ai vincitori, c’è niente meno che Al Thani, l’emiro del Qatar. Proprio lui ha imposto il bisht. Una scena dal forte valore simbolico: il trofeo più importante del calcio mondiale trasformato anche in rappresentazione culturale e politica del Paese ospitante.
Nella storia dei Mondiali, del resto, politica e calcio s’intrecciano continuamente. Episodi simili, in cui a consegnare la Coppa del Mondo non è come di consueto il presidente della Fifa, sono capitati solo altre due volte in tutte le edizioni. E sono sempre stati coinvolti paesi per così dire totalitari. La prima durante la Coppa del Mondo 1934: il Paese ospitante, all’epoca, era l’Italia. L’Italia fascista di Benito Mussolini. Chiaro che ad avere l’onore di consegnare la Coppa non può essere che lui, il Duce. C’è di più, per la prima e unica volta i trofei sono due: per volere di Mussolini, ai campioni viene consegnata anche la Coppa del Duce. Inutile specificare che i vincitori erano proprio gli italiani. Ancora oggi quei Mondiali sono ricordati per le pressioni politiche e l’influenza esercitata dal regime sull’organizzazione del torneo.
Durante le gare non mancarono voci su un arbitraggio favorevole alla squadra di casa, minacce agli avversari e clima politicamente acceso. Le violenze fasciste vennero nascoste da un’apparenza paradisiaca creata apposta per i Mondiali, per distogliere l’attenzione dai già numerosi morti del regime. D’altronde la politica non rimane mai estranea al calcio, figurarsi se ci si trova a pochi anni di distanza da una guerra mondiale, che comincerà cinque anni dopo. Il regime comprese immediatamente il potenziale propagandistico della competizione: il successo della Nazionale italiana doveva diventare la dimostrazione della forza del fascismo davanti al mondo.
La seconda volta che un dittatore consegnò il premio ai vincitori fu nel 1978. Il Paese ospitante era l’Argentina della Junta Militar di Jorge Videla, e i campioni furono guarda caso proprio gli argentini. Quasi come in un déjà-vu, sarà Videla a porgere la Coppa, invece che il presidente della Fifa in carica, João Havelange. Per avere un quadro storico del momento, basti pensare che mentre gli stadi erano pieni di tifosi e bandiere la gente spariva: era l’Argentina dei desaparecidos e della feroce repressione politica portata avanti dalla dittatura. A pochi passi dallo stadio Monumental di Buenos Aires si trova la Scuola di meccanica dell’esercito, Esma, uno dei principali centri di detenzione e tortura del regime argentino. Ecco il segreto: i dispersi non sono dispersi, ma nascosti nel posto più impensabile, sotto il naso del mondo. In finale, l’argentino Mario Kempes segna ed esulta alzando le braccia al cielo, nello stesso cielo dove si muovono i cosiddetti voli della morte, elicotteri che gettano giù i prigionieri ancora vivi. Anche in questo caso il calcio diventa una gigantesca operazione di manipolazione e di sportwashing.
Il legame tra guerra e pallone emerge con forza nuovamente nel Mondiale del 1986, ancora una volta con l’Argentina protagonista. Nei quarti di finale l’Argentina affronta l’Inghilterra appena quattro anni dopo la guerra delle Falkland o Malvinas, un arcipelago nell’Oceano Atlantico meridionale, territorio del Regno Unito ma rivendicato dal Paese sudamericano. La dittatura argentina dell’epoca pensa bene d’innalzare il sentimento nazionalistico del proprio popolo reclamando le Malvinas. Doveva essere una guerra lampo, secondo i piani, invece l’Inghilterra annienterà gli argentini, lasciando dietro sé numerosi morti. Il Paese dell’Albiceleste è sconfitto, rimane il trauma di un disastro inutile. La rivalsa però arriva, e il prato verde diventa un campo di battaglia.
Quella partita va ben oltre il calcio: per molti argentini rappresenta una rivincita simbolica dopo la sconfitta militare subìta. A incarnare quella tensione fu soprattutto Diego Armando Maradona, calciatore simbolo della Nazionale argentina. Prima segnò con il pugno sinistro, ingannando l’arbitro: la celebre “Mano de Dios”; poi, con i piedi, realizzò quello che ancora oggi viene da molti considerato il gol più bello della storia del calcio, dribblando quasi tutta la squadra avversaria. La vittoria assume immediatamente un significato politico e nazionale che supera il risultato sportivo. L’Argentina batte l’Inghilterra per prendersi la Coppa del Mondo, e per riscattare i morti delle Malvinas.
Dalle dittature del Novecento fino alle moderne strategie di soft power, i Mondiali hanno spesso raccontato molto più del calcio. Dietro gli stadi pieni, le cerimonie e le immagini spettacolari, si muovono interessi economici, propaganda e relazioni internazionali. Sono chiari i meccanismi della competizione. Si tratta di un gioco di potere, e nella storia si sono susseguiti una miriade di esempi: oltre alle già citate Italia e Argentina, si può nominare la “dictadura perfecta” messicana quando, grazie ai Mondiali ospitati nel 1970, ci si dimenticò dei crimini e dei massacri nel Paese; oppure il Brasile del generale Emílio Garrastazu Médici, rappresentato dal campionissimo Pelé; e ancora il Portogallo del dittatore António de Oliveira Salazar, con la sua stella Eusébio.
Ogni strategia è buona per costruire un’immagine fuorviante del proprio Paese, che, puntualmente, sostituisce la realtà, almeno agli occhi del pubblico esterno. Le dittature di ieri e le nuove forme di supremazia di oggi diventano un pianeta perfetto; sfruttano le nazionali sportive e i rispettivi calciatori simbolo, strumentalizzati per gli obiettivi dei regimi. La tendenza è costruire una narrazione precisa, che accomuna i diversi governi e vede nei Mondiali il momento perfetto per realizzare i propri piani. La cosa importante è il modo in cui si appare, e il calcio, in particolar modo i Mondiali di calcio maschili, sono la vetrina per eccellenza. Si ottiene fama e centralità, e ai vertici politici e calcistici sembra interessare solo questo.
A trarne profitto poi c’è sempre la Fifa, in prima linea però a presentare il torneo come un evento capace di unire il mondo. Si nota pure ai giorni nostri, tramite le continue belle parole del presidente Gianni Infantino. Eppure la storia dei Mondiali mostra come il calcio, proprio per la sua enorme forza simbolica e popolare, finisca inevitabilmente per diventare soprattutto uno strumento di potere. Un filo continuo attraversa la storia della competizione: quello che lega il pallone alla politica, alle guerre e all’immagine che le nazioni vogliono costruire di sé davanti al mondo. Si può passare sopra le dittature, sopra i diritti umani. E il prossimo Mondiale potrebbe non essere un’eccezione.