E infine i miliardari hanno messo le mani sullo Stato

di Marco Gervasoni (huffingtonpost.it, 10 dicembre 2025)

Nel voler distruggere la Ue a favore dei nazionalisti di estrema destra, Elon Musk non è originalissimo. Già Henry Ford, uno dei più importanti imprenditori della Storia, il creatore dell’automobile di massa e, con il suo ingegnere, Frederick W. Taylor, l’inventore delle tecniche di produzione su larga scala, apprezzava i nazional-socialisti, quelli 1.0.

E finanziò i filo-hitleriani statunitensi, e forse gli stessi nazisti tedeschi negli anni Venti, tanto da essere insignito della più alta onorificenza del Reich, conferitagli da Adolf Hitler in persona nel 1938. Del Führer, del resto, Ford era stato anche un maestro ideologico, visto che il suo libello L’ebreo internazionale: il più grave problema europeo, pubblicato nel 1920, era stata una fonte d’ispirazione per Hitler, che lo cita nel Mein Kampf. Né erano stati molto più democratici gli imprenditori statunitensi della generazione precedente, quelli della cosiddetta “gilded age”, l’età dorata della fine del XIX secolo, scandita dal primo importante sviluppo capitalistico, che ebbe il suo culmine nella presidenza di William McKinley, repubblicano, imperialista e protezionista, cui Donald Trump s’ispira (forse scaramanticamente dimenticando che McKinley fu assassinato da un anarchico, all’inizio del secondo mandato, nel 1901).

Il confronto tra quell’epoca e la nostra è uno dei fili ricorrenti del volume del giornalista newyorkese Jacob Silverman fin dal titolo (Gilded Rage: Elon Musk and the Radicalization of Silicon Valley, Bloomsbury). Gli imprenditori di allora e dell’epoca successiva, quella dipinta nella figura del Grande Gatsby, si volevano i facitori di un’età dell’oro (age), gli ultra miliardari tech della nostra sono invece promotori di una “rabbia dorata” (rage), e mostrerò tra un momento perché il concetto di rage sia fondamentale. Ci sono tuttavia delle importanti differenze tra gli imprenditori di allora, gli Andrew Carnegie, i J.P. Morgan, i Cornelius Vanderbilt, persino i Ford. che, pur essendo, per dirla in breve, delle orribili persone dal punto di vista etico, costruirono e lasciarono ai posteri, e quelli di oggi, Musk e gli altri animali imprenditoriali come lui, interessati solo all’arricchimento personale e al loro narcisismo, fino al delirio d’investire in tecnologie che li rendano immortali, come i villain nei romanzi di Ian Fleming.

L’altra grande differenza, messa in luce da Silverman, consiste nel fatto che quelli della gilded age e dell’epoca successiva erano imprenditori veri, che rischiavano con le proprie risorse, benché cercassero anche loro, come Musk e compagnia, di abolire il cosiddetto libero mercato (ogni capitalista vorrebbe essere l’unico nel suo settore), finché il Parlamento federale non introdusse le leggi antitrust che poi il presidente Jimmy Carter cominciò a smantellare. I Musk e in genere i tech mogul (magnati della tecnologia) sono invece, secondo Silverman, imprenditori sostenuti dal denaro pubblico, quello dello Stato, soprattutto la California dem, e quello federale, e la loro espansione è stata possibile solo grazie a una politica monetaria dissennata, che per molti anni ha consentito generosi prestiti a tasso zero e responsabile, tra l’altro, della grande crisi del 2007.

La terza grande differenza è che nessun progressista vedeva in Carnegie, Morgan, Ford, dei geni innovatori, che lavoravano per il bene della umanità. All’epoca, a sinistra erano più intelligenti, o forse semplicemente non erano finanziati dai miliardari, ma sta di fatto che, pur nessuno negando l’importanza innovativa di quel capitalismo (Antonio Gramsci in carcere ci scrisse un quaderno, Americanismo e fordismo), persino gli esponenti della sinistra più moderata e meno socialista, e addirittura molti liberali e conservatori, ritenevano che i baroni del capitalismo andassero regolati e tenuti a bada: altrimenti avrebbero minato la democrazia.

Al contrario, sono stati proprio i governi “progressisti” a lanciare, sostenere, e persino a finanziare, i tech mogul, mentre tutto il solido apparato mediatico liberal ne decantava le lodi, presentandoli nientemeno che come i salvatori del genere umano. E loro sono stati al gioco, finanziando soprattutto il partito democratico, tanto a livello locale quanto sul piano nazionale: il caso più emblematico è quello proprio di Musk, sostenitore, a suon di fondi, di Barack Obama e di Hillary Clinton nel 2016, e nel 2020 non schieratosi ufficialmente ma, in realtà, più prossimo a Joe Biden che a Trump. Per non parlare di figure come Mark Zuckerberg, che avevano messo a disposizione i loro social media ai democratici, spesso in modo molto discutibile, censurando le voci di destra, anche quella liberale e moderata.

Secondo Silverman l’utopia tecno-reazionaria, ora ben visibile in Musk (Peter Thiel, invece, è sempre stato un reazionario coerente e finanziatore del Gop), era già presente quanto gli imprenditori tech sostenevano con bonifici generosi i candidati democratici. Tuttavia, la vera svolta reazionaria, secondo l’autore, sarebbe avvenuta con il Covid: le politiche di contenimento di Biden hanno mostrato ai baroni tech il pericolo dello “Stato socialista” e “dispotico”, e li hanno convinti a schierarsi con la destra. Ma mi sembra una lettura troppo nobile: dal Covid, gli imprenditori tech hanno guadagnato più di tutti, e certo la vita da reclusi, peraltro in Usa assai meno severa che da noi, per non parlare della Cina, è certamente stata più piacevole vivendo in California in ville con piscina e cento stanze e spostandosi con aerei e yacht privati.

Piuttosto, Musk e i suoi hanno capito che il Covid, e soprattutto il periodo successivo, avrebbe aumentato la rabbia, un capitale politico preziosissimo, come mostrò il grande filosofo tedesco Peter Sloterdijk (Ira e tempo. Saggio politico-psicologico, Marsilio). Hanno messo a disposizione i propri mezzi agli imprenditori politici dell’ira e anzi, nel caso di Musk, sono diventati loro stessi imprenditori politici della paura: con X, Musk costruisce e alimenta la rabbia quotidiana di milioni di persone. Politici, poi, si fa per dire: se il capitale finanziario di Trump è cresciuto da quando è entrato in politica, e soprattutto a cominciare dalla rielezione, quello di Musk promette di fare altrettanto.

Trump – che, in origine, fu anch’egli un imprenditore, sia pure “vecchio” –, Musk, Thiel, Zuckerberg hanno realizzato il grande sogno dei Carnergie e dei Ford: impossessarsi dello Stato per aumentare il loro potere e la loro ricchezza. Se allora, all’inizio del Novecento, liberali, progressisti, socialisti e persino alcuni conservatori, fecero in modo che ciò non accadesse, oggi è stata soprattutto la “sinistra” (se vogliamo chiamarla così) a spalancare le porte ai novelli Goldfinger. E ora non si vede alcun James Bond in grado di fermarli.

Spread the love