Egitto-Iran: a Seattle il primo Pride Match Day

Ph. Alika Jenner / Nwsl via Getty Images

di Giuseppe Acconcia (huffingtonpost.it, 26 giugno 2026)

È tutto pronto per uno degli eventi più attesi del Mondiale di calcio 2026: il primo “Pride Match” nella storia della popolare competizione, che si terrà sabato 27 giugno a Seattle. Ma a rendere l’evento davvero memorabile è lo scontro sportivo tra due Paesi – Egitto e Iran – che di diritti Lgbtq+ e non solo non vogliono proprio sentirne parlare.

Per mesi, entrambi i team hanno fatto di tutto per evitare questa collocazione. La scelta delle due squadre è stata casuale, mentre la data del “Pride Match” è semplicemente collegata all’avvio del fine settimana per l’orgoglio Lgbtq+ a Seattle. E così le polemiche sollevate dai due Paesi non hanno fatto indietreggiare di un millimetro il comitato organizzatore cittadino. Lo stadio sarà pieno di bandiere e magliette con simboli arcobaleno. E va bene così, secondo una delle organizzatrici, Hedda McLendon, che ha rincarato la dose sottolineando quello che è avvenuto durante i Mondiali in Qatar del 2022. Se lì era obbligatorio mantenere un basso profilo in rispetto dei costumi locali, il rispetto dei diritti delle comunità Lgbtq+ è prioritario a Seattle.

La Federazione calcistica della Repubblica Islamica, così come quella egiziana, ha immediatamente chiesto alla Fifa di bandire qualsiasi bandiera arcobaleno dagli spalti dello stadio in accordo con le regole internazionali che ammettono solo le bandiere delle squadre nazionali. Ma nessun provvedimento in questo senso è stato preso. In Iran, le regole per la partecipazione alle partite sono molto restrittive, soprattutto per il pubblico femminile. Solo negli ultimi anni è stato permesso a gruppi ristretti di tifose, in zone dedicate dello stadio, di partecipare alle partite maschili.

E così non mancheranno le proteste dell’imponente diaspora iraniana negli Stati Uniti, così com’è avvenuto a Los Angeles durante la partita Iran-Nuova Zelanda. «Questa non è la mia squadra, non rappresenta il popolo iraniano» aveva tuonato uno dei contestati leader delle opposizioni all’estero, il figlio dell’ultimo Shah, Reza Pahlavi. «Siamo pronti alle proteste. Abbiamo stabilito delle aree intorno allo stadio dove si concentreranno i manifestanti. Anche il sistema di sicurezza è pronto» ha fatto sapere la sindaca di Seattle, Katie Wilson.

Ma la battaglia contro l’omofobia nel calcio è molto più ampia, come ha confermato Peter Tatchell. L’attivista per i diritti Lgbtq+ ha scritto una lettera al presidente della Fifa, Gianni Infantino, chiedendo la sospensione di 11 squadre (Iran, Egitto, Arabia Saudita, Ghana, Senegal, Qatar, Tunisia, Marocco, Iraq, Uzbekistan e Algeria), dove non è permesso a un giocatore apertamente omosessuale di giocare nel team nazionale. In realtà in nessuna delle squadre che partecipano a questi mondiali ci sono giocatori che hanno fatto outing. Lo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è noto per le sue campagne discriminatorie nei confronti degli sportivi transgender.

«È un’opportunità per dare visibilità a chi non può averla» ha aggiunto Jen Barnes, fondatore del pub di Seattle Rough & Tumble, incentrato sulla partecipazione femminile nello sport. «Quando ci sono miliardi di persone che guardano una partita tutte insieme, allo stesso momento, è così bello dare sollievo a chi si batte per i diritti», ha aggiunto. Gli organizzatori hanno previsto eventi cui parteciperanno artisti locali, venditori ambulanti e attivisti Lgbtq+ in vari quartieri di Seattle. «Siamo la prima città a celebrare il Pride Match, sento la responsabilità sulle mie spalle», ha proseguito Barnes.

«Non sostengo questa squadra, ma non mi piacciono gli attivisti che attaccano i pullman dei calciatori o chi li insulta durante le partite» ci ha spiegato l’attivista iraniana Shirin. «Tutto in Iran è politica e questa squadra appoggia chiaramente con il regime», ha aggiunto. Il capitano della squadra iraniana, Mehdi Taremi, ha denunciato direttamente le difficoltà che il suo team sta trovando nella trasferta americana. Se, mentre era in corso la guerra avviata il 28 febbraio scorso da Stati Uniti e Israele contro Teheran, Trump aveva invitato i calciatori iraniani a rinunciare alla Coppa, le polemiche sono andate avanti anche in questa fase negoziale tra Washington e Teheran. E così i calciatori iraniani hanno preferito mantenere il loro ritiro a Tijuana, in Messico, recandosi negli Stati Uniti solo in giornata, per la partita da giocare.

«Ho avvertito tensione dal primo momento che siamo arrivati ai mondiali», ha denunciato Taremi. «So che molti giocatori hanno avuto problemi di visti e cambiamenti dell’ultimo minuto. Ma ci manca la gioia e la pace che abbiamo avvertito in altre occasioni», ha aggiunto il calciatore. Al loro arrivo in Messico i calciatori iraniani avevano le spille con il numero “168” appuntate sulle giacche, in ricordo dei bambini uccisi negli attacchi di Usa e Israele alla scuola Minab durante la guerra. Solo nei giorni scorsi gli Usa hanno annunciato un allentamento delle restrizioni per i giocatori iraniani, che potranno permanere a Seattle due giorni prima del match tanto atteso. Lo stesso non è stato permesso alla squadra egiziana, che ha fatto rientro nel suo ritiro a Spokane, Washington, e non ha visto approvata la sua richiesta dell’ultimo minuto di volare a Seattle in anticipo, per non meglio precisati «motivi di sicurezza».

Non solo diritti Lgbtq+ e parità di genere, l’Iran è uno dei Paesi dove avvengono sistematicamente violazioni dei diritti umani. Migliaia sono stati i morti nelle proteste antiregime e contro il caro vita avviate nel Paese a inizio anno. Non solo, sono migliaia i casi di arresti sommari e violenza in detenzione, con condanne a morte che continuano ad essere eseguite contro i giovani contestatori. Come se non bastasse la guerra ha rafforzato il sostegno al regime di una parte della popolazione, che mostrerà i muscoli in occasione della settimana di celebrazioni per i funerali della guida suprema, Ali Khamenei, al via dal 4 luglio in poi. Molti non vedono di buon occhio neppure l’accordo con gli Stati Uniti e avrebbero volentieri continuato il conflitto. «Con la fine delle sanzioni, non è detto che l’Iran ci guadagni: chi lavora nel settore informale perderà 83 miliardi di dollari» ci ha spiegato Sorush, attivista di Teheran, che, nonostante tutto, guarderà la partita.

Secondo il sito Equaldex, che monitora le violazioni dei diritti verso le persone Lgbtq+, entrambi i Paesi sono in fondo alla classifica mondiale, negli ultimi 25 posti su 200. In particolare, in Egitto negli ultimi anni si è assistito a una stigmatizzazione senza precedenti delle comunità Lgbtq+, come fomentate dall’estero, con arresti sommari, episodi di gravi violenze in carcere verso le persone transgender e app di incontri usate per monitorare e scoraggiare la vita quotidiana di attivisti e persone comuni. In altre parole, l’esercito ha voluto accreditarsi come difensore della morale pubblica, nonostante la grave repressione dell’islamismo politico, dopo il golpe militare del 3 luglio 2013.

E così in Egitto le violazioni dei diritti riguardano qualsiasi forma di dissenso pubblico contro il presidente Abdel Fattah al-Sisi, con 65mila prigionieri politici e migliaia di persone scomparse nel nulla. Solo pochi giorni fa, è stato condannato a un anno di carcere l’attivista e leader del movimento 6 Aprile Ahmad Douma per aver diffuso «notizie false» sulle violenze subite in carcere. Mentre in Italia la Procura di Roma ha chiesto l’ergastolo e 3 condanne a 17 anni e mezzo per i 4 militari egiziani del sistema di sicurezza responsabili del sequestro, della tortura e dell’uccisione di Giulio Regeni. Nonostante questo, all’ultimo G7 di Evian, Trump ha lodato il presidente egiziano al-Sisi, confermando di provare «un profondo amore» per quello che in varie occasioni ha definito il suo «dittatore preferito».

Ma a chiarire come lo sport non possa essere usato per ripulire le credenziali di chi sostiene la guerra, la violenza e la violazione dei diritti ci ha pensato la star egiziana del calcio, Mohamed Aboutreika. «Il sangue non si ripulisce con il calcio» ha tuonato il giocatore, che ha visto congelati i suoi beni in Egitto per presunti legami con la Fratellanza musulmana. In generale, le accuse di sportwashing, greenwashing e pinkwashing sono all’ordine del giorno per tutti i Paesi che cercano di ripulire le loro credenziali, dopo evidenti violazioni dei diritti, con eventi sportivi, artistici, per la difesa dell’ambiente o delle comunità Lgbtq+.

Al di là delle dispute politiche e sui diritti, milioni di sostenitori delle due più importanti squadre di calcio in Nord Africa e Medio Oriente, l’Iran e l’Egitto, saranno incollate agli schermi per vedere i loro idoli. Quello che conta è se Mohamed Salah segnerà mandando in visibilio i tifosi che affollano i caffè del Cairo durante i Mondiali, o se Taremi e compagni, allenati da Amir Ghalenoei, terranno testa alla Nazionale egiziana. Se in parallelo il Belgio, contro il quale entrambe le squadre hanno pareggiato, batterà la Nuova Zelanda, sarà una partita al cardiopalmo. Solo chi vincerà tra le due squadre in gioco sarà certa di passare il turno ai Mondiali, mentre per la terza sarà necessario aspettare i ripescaggi. Ma la partita di Seattle resta un match altamente simbolico che ricorda quanto sui diritti non si fanno sconti a nessuno, tutti sono chiamati a rispettarli sia nello sport sia nella quotidianità dei rispettivi Paesi. E su questo nessuno può sentirsi escluso o legittimato a fare eccezioni, neppure negli Stati Uniti di Trump.

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