Per gli atleti dell’Iran separare lo sport dalla politica è impossibile

Ph. Nadia Mèndez / Getty Images

di Tamara Davison (wired.it, 21 giugno 2026)

La Nazionale di calcio maschile dell’Iran ha esordito ai Mondiali 2026 in un contesto particolarmente turbolento: un accordo per mettere fine a mesi di guerra – la cui tenuta è però tutta da verificare –, una sistemazione insolita in Messico dopo che gli Stati Uniti hanno impedito alla squadra di restare sul territorio americano tra una partita e l’altra, e un clima d’incertezza politica che ormai si è esteso all’intera scena internazionale.

Per molti iraniani, però, lo sport professionistico è da sempre un punto d’incontro tra agonismo, identità e politica. Tra atleti che hanno lasciato il Paese, attivismo politico e momenti di enorme orgoglio nazionale, la storia dello sport iraniano mostra bene cosa c’è in gioco in questi Mondiali. La mattina del 16 giugno, l’Iran ha pareggiato 2-2 contro la Nuova Zelanda all’esordio nella competizione e ora affronterà Belgio (domenica 21 giugno) ed Egitto (sabato 27), continuando nel frattempo a fare avanti e indietro tra il Messico e gli Stati Uniti.

«Penso che non sia giusto», dice l’atleta iraniano Hadi Tiranvalipour a proposito dell’obbligo di volare dal Messico agli Stati Uniti prima di ogni partita imposto alla Nazionale. Come diversi altri importanti sportivi iraniani, Tiranvalipour conosce bene la tensione tra il desiderio d’inseguire i propri sogni sportivi e il rapporto con il Paese che un tempo rappresentava. Nel 2022 si è lasciato alle spalle la famiglia, gli amici e tutta una vita in Iran. Ha attraversato il confine con la Turchia e poi ha chiesto asilo in Italia.

Atleta di taekwondo e presentatore televisivo, Tiranvalipour è stato membro della Nazionale iraniana per otto anni, arrivando a diventarne capitano e conquistando numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Ma quando ha preso posizione in televisione sui diritti del popolo iraniano, in particolare delle donne, tutto è cambiato. La reazione, racconta, è stata immediata: «Dopo quel programma mi hanno chiuso tutte le porte. Hanno messo fine alla mia carriera sportiva e ai miei studi». «Ho deciso di lasciare tutte le medaglie e tutti i ricordi che avevo costruito nella mia vita», spiega a Wired parlando della scelta di lasciare l’Iran. Una decisione che però non ha segnato la fine del suo percorso da atleta, anzi.

Lo sport ha sempre avuto un ruolo centrale nella società iraniana, spesso all’incrocio tra identità nazionale e politica. L’esperienza degli atleti iraniani, però, e il significato che questo ruolo assume sulla scena internazionale non sono sempre facili da leggere. Ci sono stati momenti di grande orgoglio, come quando i calciatori iraniani consegnarono rose bianche agli avversari statunitensi prima di una partita dei Mondiali di calcio del 1998. Ma non sono mancate nemmeno tensioni e casi di atleti di primo piano che hanno lasciato il Paese: come Kimia Alizadeh, prima donna iraniana ad avere conquistato una medaglia olimpica, che ha abbandonato l’Iran nel 2020.

Per Tiranvalipour, invece, inseguire i propri sogni altrove era l’unica strada possibile. Descrive il suo percorso da rifugiato come un’esperienza «difficile», caratterizzata da lunghi periodi d’incertezza. «Non avevo altre soluzioni, perché volevo continuare a inseguire i miei obiettivi», afferma. «Purtroppo, in Iran lo sport è molto complicato». Due anni dopo avere lasciato il Paese, Tiranvalipour è riuscito effettivamente a realizzare il suo sogno, con il sostegno dell’Italia, rappresentando la Squadra olimpica dei rifugiati nelle competizioni di taekwondo a Parigi 2024.

Sport e identità

Il significato dello sport in Iran affonda le radici nei secoli. Uno studio ricorda che la lotta compare spesso nello Shāhnāme, il poema epico nazionale iraniano, incarnando un ideale eroico ancora oggi associato agli atleti del Paese. Figure come il campione mondiale di lotta Gholam Reza Takhti hanno contribuito a rafforzare il ruolo influente che gli sportivi occupano nella cultura popolare iraniana.

Dopo la Rivoluzione Islamica del 1979, però, il panorama sportivo iraniano è cambiato radicalmente. Le squadre femminili sono state sciolte, alle spettatrici è stato vietato assistere alle competizioni maschili e gli stadi sono passati sotto il controllo delle Guardie della Rivoluzione. Nel 1993, stando alle ricostruzioni, la Guida suprema stabilì che gli atleti professionisti dovessero portare prestigio e onore alla nazione, contribuendo alla gloria nazionale oltre i risultati individuali.

Negli anni della Repubblica Islamica, gli atleti sono stati sottoposti a un controllo durissimo. L’inasprimento delle regole non è stato senza conseguenze. I resoconti di atleti che hanno disertato e chiesto asilo risalgono almeno al 1982, spesso nel contesto di eventi internazionali che hanno dato grande visibilità a questi casi. Il quadro è cambiato di nuovo dopo la storica elezione del presidente iraniano Mohammad Khatami nel 1997, un candidato riformista più aperto alla diplomazia sportiva.

Le donne in campo

Al di là dei momenti di rottura politica, in Iran sono emersi anche movimenti capaci di lasciare il segno in modo più discreto. Uno di questi è stato lo sviluppo del calcio femminile, cui Katayoun Khosrowyar ha contribuito in modo decisivo. Iraniano-americana, Khosrowyar si è trasferita in Iran nel 2005, a diciassette anni, quando il calcio femminile era ancora agli inizi e alle spettatrici era in gran parte vietato entrare negli stadi. Ma con l’aumento delle pressioni interne e internazionali, alimentate anche da movimenti come quello dei White Scarves, qualcosa ha iniziato a cambiare, aprendo la strada alla nascita di una Nazionale femminile iraniana.

Khosrowyar ha parlato in televisione dell’importanza del calcio per le donne e ha contribuito a convincere le autorità ad autorizzare la formazione di una Nazionale, nella quale è stata poi convocata. Da allora è diventata una figura influente e una voce importante per lo sport femminile iraniano, prima come calciatrice e poi come allenatrice. Il percorso però è stato lungo. «Non abbiamo mai ricevuto davvero attenzione o considerazione» spiega a proposito del calcio femminile, che ha iniziato a svilupparsi davvero solo nel 2005. «È sempre stato un continuo superare ostacoli, spingersi oltre i limiti e cercare di convincere gli uomini che anche noi meritavamo una possibilità concreta».

Per Khosrowyar, lo sport voleva dire muoversi tra due mondi. «Non potrebbero esistere due Paesi più opposti, quando si parla di calcio femminile», racconta a Wired. «Da un lato, negli Stati Uniti, ci sono le strutture, ci sono gli allenatori, non devi lottare per poterti allenare su un campo, non devi discutere se la manica deve essere più lunga o più corta di un centimetro, o se l’hijab deve coprire o meno le sopracciglia».

Ai provini per la Nazionale femminile, ricorda Khosrowyar, si sono presentate 25mila persone, segno di un desiderio impossibile da ignorare: vedere più donne nello sport iraniano. «Abbiamo ricevuto il sostegno necessario per far partire la Nazionale femminile e poi la Nazionale giovanile», dice. «Mi ci sono voluti due anni per trasformare ragazze che non avevano mai indossato scarpini da calcio in giocatrici di livello mondiale».

Il prezzo della visibilità

Ma in Iran la visibilità sportiva comporta sfide evidenti. «Quando entri in una Nazionale, in qualsiasi parte del mondo, sai che tutti ti guarderanno», dice Khosrowyar. «Dovrai rispondere di ogni parola che pronunci».

«Come iraniano-americana nella Nazionale iraniana, credo di avere incontrato qualche difficoltà in più, perché avevo ancora più occhi addosso e camminavo su un filo sottilissimo a causa delle tensioni politiche. Il mio obiettivo è sempre stato tenere insieme le mie due identità, anche se erano letteralmente in guerra tra loro. Bisogna essere molto consapevoli di quello che si dice, per mantenere sempre l’attenzione sullo sviluppo del calcio femminile».

Ma anche i fragili spazi che persone come Khosrowyar avevano contribuito con fatica a costruire sono stati messi alla prova nei momenti di maggiore conflitto. Il movimento Donna Vita Libertà, nato nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, ha riportato con forza i diritti delle donne al centro del dibattito e ha reso gli atleti ancora più visibili. Quando, nell’ottobre dello stesso anno, la scalatrice Elnaz Rekabi ha gareggiato senza hijab ai Campionati asiatici di arrampicata sportiva di Seul, il suo gesto è stato interpretato come un importante atto di sfida al regime iraniano.

Le fratture politiche

Negli ultimi anni, le pressioni che gravano sugli atleti chiamati a rappresentare l’Iran sono diventate più evidenti, soprattutto in concomitanza di eventi internazionali. In diversi casi, agli atleti sarebbe stato ordinato di perdere degli incontri per evitare di affrontare avversari israeliani. Tra questi c’è Saeid Mollaei, judoka che nel 2019 ha lasciato l’Iran per la Mongolia. Tiranvalipour racconta a Wired di aver vissuto un episodio simile.

Sean Sadri, professore associato di Media sportivi all’Università dell’Alabama e autore di diversi rapporti sul tema, spiega che decine di atleti di élite hanno lasciato l’Iran a causa di pressioni e timori legati alla situazione interna del Paese, cambiando nazionalità o gareggiando con lo status di rifugiati. Secondo le sue ricerche, tra il 1979 e il 2024 almeno sessantanove atleti di élite hanno lasciato l’Iran.

Gli eventi sportivi e i cicli di allenamento internazionali a volte sono diventati il terreno su cui si sono consumati i conflitti politici. È successo con Alizadeh, che nel 2020 ha deciso di restare in Europa. O il campione di scacchi Alireza Firouzja, che ha lasciato il Paese nel 2019, e la nuotatrice Saman Soltani, costretta a restare all’estero dopo alcuni avvertimenti della polizia morale iraniana. Anche il taekwondoka Kasra Mehdipournejad ha scelto di non tornare in patria, arrivando poi a gareggiare per la Squadra dei rifugiati ai Giochi europei, mentre il judoka olimpico Javad Mahjoub ha disertato prima delle Olimpiadi del 2020.

L’elenco continua con il canoista Saeid Fazloula, fuggito nel 2015 e poi entrato come molti altri nella Squadra olimpica dei rifugiati, una delle poche opzioni disponibili per chi lascia l’Iran. «Non abbiamo un’altra soluzione», osserva Tiranvalipour. «Per noi lasciare il nostro Paese è durissimo. Quindi, se possiamo cogliere questa opportunità, lo facciamo». Lasciare l’Iran e costruirsi una vita all’estero comporta anche enormi difficoltà personali. «Nel mondo del calcio non ho visto così tanti casi di atleti che se ne sono andati», dice Khosrowyar. «La maggior parte delle mie giocatrici e delle mie compagne di squadra è ancora lì… Gli iraniani sono molto legati alle proprie famiglie».

Le notizie circolate all’inizio di quest’anno sulla Nazionale femminile iraniana mostrano bene questa complessità. A marzo del 2026, durante la Coppa d’Asia in Australia, diverse giocatrici hanno ottenuto asilo durante un torneo di calcio dopo essere state criticate per non avere cantato l’inno nazionale. Alla fine, però, solo due hanno scelto di restare, mentre diverse altre hanno ritirato la richiesta di asilo e sarebbero tornate in patria, accolte come “eroine”.

La fuga degli atleti non è legata solo a considerazioni politiche, ma anche alle poche opportunità e alla scarsa crescita dell’economia e dei settori culturali iraniani. Le sanzioni imposte al Paese, per esempio, hanno ostacolato lo sviluppo delle infrastrutture sportive, un problema aggravato ulteriormente dalla guerra recente. Secondo i media locali, almeno duecento impianti sportivi sono stati bombardati dagli Stati Uniti, tra cui l’arena coperta da 12mila posti Azadi, che è andata completamente distrutta.

Un messaggio globale

Khosrowyar oggi vive negli Stati Uniti, uno dei Paesi che stanno ospitando i Mondiali 2026. Per molti, la posta in gioco nel torneo va ben al di là dello sport. Nonostante l’accordo di pace appena firmato tra Iran e Stati Uniti, restano molte incertezze e tensioni. A partire dalle politiche migratorie particolarmente repressive attuate dall’amministrazione di Donald Trump, che hanno limitato l’ingresso nel Paese ad alcuni calciatori.

Le competizioni sportive internazionali sono spesso attraversate dalla politica. Molti, però, le considerano anche qualcosa di più, un momento di orgoglio, rilevanza culturale, resistenza e speranza. Khosrowyar parla regolarmente con le sue ex compagne di squadra in Iran, che secondo lei oggi sono più determinate che mai a continuare a giocare. «Ho visto le ragazze ritrovare compattezza più del solito» dice, sottolineando come le sue giocatrici siano ora concentrate sui Giochi asiatici, sulle Olimpiadi e sui Mondiali. «C’è la guerra, ma continuiamo ad allenarci. Niente le sta fermando». Tiranvalipour la riassume così: «Lo sport dovrebbe portare pace alle persone, questa è la cosa più importante».

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