La guerra sul campo da calcio (a parte le fucilate)

di Marco Gervasoni (huffingtonpost.it, 18 giugno 2026)

Dobbiamo rendere merito a Donald Trump e al presidente della Fifa, l’ahimè anche italiano Gianni Infantino, di aver mostrato, con questi Mondiali di calcio, che lo sport è solo un altro modo per esaltare la filosofia della forza, quella che magnifica il più ricco e il più potente, e che, come scriveva George Orwell, il calcio è «come la guerra, a parte le fucilate».

Una famosa battuta ripresa, con la variante di Clausewitz, anche dall’iperconservatore e non molto democratico premier della Croazia ai tempi delle guerre jugoslave, Franjo Tuđman, condannato, sia pure post mortem, per crimini di guerra, e per il quale «il calcio è la guerra condotta con altri mezzi». Non è nulla di nuovo, ovviamente, ma in genere i governanti, almeno di Paesi formalmente democratici, hanno sempre ipocritamente raccontato lo sport, e le competizioni internazionali di football in particolare, come un’occasione di pace, di fraternità, un modo per stemperare i conflitti: spesso era buona fede, in molti casi però è soprattutto l’uso di una “ideologia dello sport” finalizzata a distrarre, quando non esplicitamente a manipolare.

E, tra tutti gli sport, quello più politico, quello quindi maggiormente capace di trasformarsi in strumento di propaganda, di manipolazione, ma anche di mobilitazione bellica, è proprio il calcio, in ragione del suo carattere piuttosto elementare e rozzo, e della sua popolarità mondiale. È il tema – il calcio come continuazione della guerra e della politica con altri mezzi – di due libri usciti nelle settimane che hanno anticipato l’inizio dei Mondiali di football. Il primo è in Italiano, di Luca Pisapia, un giornalista già inviato della Gazzetta dello Sport e già autore di volumi sul tema (Il calcio è potere. Una Storia critica dei Mondiali da Mussolini a Trump, Einaudi).

Nonostante il sottotitolo, l’impianto non è cronachistico ma interpretativo: per Pisapia il calcio sarebbe la rappresentazione plastica dell’immaginario di destra, fondato sulla produzione di mitologie artificiali, volte ad esaltare l’uomo forte, la “bellezza” della lotta e della guerra in modo particolare: spontaneamente sciovinistico e nazionalistico, assai più di altri sport, non è un caso che il football sia quello che spinga e organizzi, in tutto il mondo, la violenza politica, soprattutto e prevalentemente di estrema destra. Citando lo storico Hilario Franco Jr., per Pisapia «il calcio è un mezzo di riproduzione simbolica del corpo sociale, allo stesso modo in cui lo è la guerra nelle società tradizionali, nelle quali è codificata allo scopo di non turbare la tranquillità dei gruppi coinvolti. Le guerre rituali canalizzano l’impetuosità dei giovani, permettendo che questi dimostrino la propria forza».

L’ipotesi non piacerà a molti, ma almeno non è la solita riproposizione della melassa del football come veicolo di pace. E regge la narrazione che, non a caso, comincia con Italia 1934, il primo vero Mondiale (in realtà fu il secondo, ma quello di quattro anni prima in Uruguay aveva avuto poco seguito). Nonostante in Italia questo sport fosse tutt’altro che popolare (era nato in Inghilterra come pratica altoborghese e tale era rimasto ancora), Mussolini ne capì in anticipo le potenzialità e contribuì a trasformarlo in una competizione di massa e fascistizzata. Il Mondiale fu, manco a dirlo, vinto dall’Italia, o meglio dal regime fascista, e Mussolini in persona premiò i vincitori con un trofeo creato appositamente, la Coppa Mussolini.

Quattro anni dopo, in Francia, stesso copione: guidata dall’ex Balilla ed emblema del regime, Giuseppe Meazza, la Nazionale era talmente un simbolo del Littorio che, quando gli “azzurri” (ma sarebbe meglio dire “neri”) arrivarono a Marsiglia, furono accolti a lanci di uova dalla comunità degli esuli antifascisti italiani. Questo non impedì alla Nazionale fascista di vincere di nuovo il Mondiale: il trionfo fu presentato, dopo l’Etiopia e l’Asse Roma-Berlino, come il preludio alle grandi vittorie che il Duce, assieme al Führer, avrebbero condotto nella futura guerra, questa volta vera, che il calcio aveva solo simulato; poche settimane dopo la vittoria della Nazionale, in ogni caso, furono promulgate le leggi razziali.

Con questo imprinting iniziale, il libro ripercorre i decenni che ci separano da oggi. Dove a Infantino viene dedicato addirittura un paragrafo come inventore della «nuova teoria della sovranità» e come fautore della completa sussunzione dello sport al Capitale finanziario globale: sembra potersi dire non che il presidente della Fifa sia un servo di Trump, come capita talvolta di leggere, quanto piuttosto il contrario.

L’altro volume citato è invece uscito in lingua Inglese e ne sono autori Tony Shaw e Alan McDougall (Cold War Football: A History in Ten Matches, Oxford University Press), entrambi docenti di Storia contemporanea: il primo, esperto di Guerra Fredda, presso l’Università di Hertfordshire, nel Regno Unito; il secondo, specialista di sport, all’Università di Guelph, in Ontario, Canada. Nonostante sia scritto da due accademici, il libro è più narrativo di quello di Pisapia, e prende in esame non solo i Mondiali ma, in generale, appunto, il calcio e come questo abbia contribuito alla Guerra Fredda. Più a intensificarla che ad appianarla, in verità.

Si comincia infatti con la partita Arsenal contro Dinamo Mosca, svoltasi a Londra nel novembre del 1945: i due Paesi, Regno Unito e Urss, avevano appena finito di sconfiggere Germania, Italia e Giappone (non a calcio: nella guerra vera) e la Cortina di Ferro ancora non era stata formalmente alzata, che i due governi, quello appena arrivato del laburista, anticomunista, Clement Attlee, e quello di Stalin trasformarono il match in una rappresentazione del conflitto tra i due Paesi: la squadra sovietica fu accolta da proteste, la partita fu scorretta e violenta, svoltasi in mezzo alla nebbia, e Orwell, sul giornale socialista Tribune scrisse che il calcio «può provocare i più selvaggi istinti e le peggiori passioni nazionaliste». Come commentano i due autori del libro, la partita Arsenal-Dinamo Mosca fu «una anticipazione della Guerra Fredda in miniatura».

Così come da Guerra Fredda pura, questa volta già scoppiata, fu la finale dei Mondiali in Svizzera, svoltasi a Berna nel luglio del 1954: Germania Federale contro Ungheria, presentato come uno scontro tra “mondo libero” e “comunismo” (a Ovest) e come “plutocrazia capitalista” contro “socialismo” (a Est). Ovviamente vinse la plutocrazia capitalista, cioè la Germania, e il feroce regime stalinista ungherese di Mátyás Rákosi, con suo vice però Imre Nagy (entrambi presenti alla finale, come da fotografia pubblicata nel volume), al ritorno si vendicò su allenatore e giocatori, anche se questo resta a oggi il punto più alto toccato dal calcio ungherese.

E così il libro prosegue con altri otto match, l’ultimo dei quali, Cina vs Norvegia nel novembre del 1991, la partita finale della Guerra Fredda. Ma non l’ultima in cui il calcio sia diventato strumento di controllo e manipolazione da un lato e istigatore di violenza, canalizzata in guerre “ufficiali” oppure in azioni teppistiche, dall’altro: come i venticinque anni che ci separano dalla fine della Guerra Fredda hanno dimostrato.

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