È così facile telefonare a Trump?

Ph. Aaron Schwartz / Cnp – Bloomberg

(ilpost.it, 19 giugno 2026)

L’ultima sonora litigata tra Donald Trump e la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, con annesso caso diplomatico, è scaturita da una telefonata al presidente degli Stati Uniti di un giornalista italiano, Daniele Compatangelo di La 7. Si può dire che Trump e Meloni abbiano litigato a distanza, o per interposta persona.

E per quanto possa sembrare strano, Trump risponde senza problemi alla cerchia di giornalisti che ha il suo numero: loro lo chiamano, lui ci parla per qualche minuto e poi riattacca. Era andata più o meno allo stesso modo anche quando ci furono le prime critiche di Trump a Meloni, lo scorso aprile. Trump aveva risposto a una chiamata della corrispondente negli Stati Uniti del Corriere della Sera, Viviana Mazza, che poi ha parlato altre volte al telefono con lui. Mazza racconta che alcuni giornalisti statunitensi avevano il numero personale di Trump dal primo mandato, ma che lui ha iniziato a dare interviste telefoniche sempre più frequenti dopo l’inizio della guerra in Medio Oriente, alla fine di febbraio.

Uno dei primi casi, e tra i più eclatanti, era stato a gennaio, quando un giornalista del New York Times aveva parlato con Trump alle 4:30 di mattina per chiedergli un commento sull’operazione con cui era stato appena catturato l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Il giornalista era riuscito a fargli quattro domande in cinquanta secondi: è una dinamica tipica delle chiamate con Trump, che sono molto brevi e concitate, quasi un genere a parte rispetto alle solite interviste tra giornalisti e politici.

Mazza dice che Trump «ha questo modo di criticare duramente i suoi alleati, fornendo commenti e titoli molto forti» e che, nella loro prima telefonata su Meloni, «si è tolto diversi sassolini dalle scarpe». È uno schema evidente anche nella conversazione con Compatangelo: Trump elude la prima domanda, sull’Ucraina e sul Medio Oriente, e dirige la conversazione su Meloni; a quel punto Compatangelo lo segue e ottiene la dichiarazione di cui si sta parlando da ore («[Al G7] mi ha supplicato di fare una foto! Voleva una foto con me a tutti i costi. Non l’avrei fatta, ma mi ha fatto pena!»).

I principali media statunitensi hanno il numero di Trump, ma non lo condividono. Sono pochi i giornalisti stranieri ad averlo: tra loro c’è l’israeliano Barak Ravid, del sito statunitense Axios, che ha una lunghissima consuetudine di telefonate con Trump. Mazza spiega che, siccome non è una pratica mediata dallo staff della Casa Bianca, ci sono alcuni accorgimenti per sperare di beccare Trump, per esempio chiamare la mattina presto o la sera tardi, o controllare il programma ufficiale degli impegni per tentare di trovarlo in un momento libero.

Secondo Iacopo Luzi, corrispondente alla Casa Bianca de La Stampa, molti giornalisti provavano a telefonare a Trump nel fine settimana, ma ormai lo fanno a ogni ora. Luzi aggiunge che c’è un rapporto molto sbilanciato tra chiamate ed effettive risposte di Trump e che «non c’è veramente una maniera univoca per ottenere il numero di Trump». Ognuno prova la sua. Luzi racconta che tra i giornalisti stranieri a Washington in cerca del contatto di Trump ci sono delle specie di trattative, in cui, in cambio del suo numero, viene offerta una manciata di numeri di altri capi di Stato o, comunque, di contatti ritenuti prestigiosi.

In altri casi, per esempio con i media israeliani, è plausibile che la fonte sia il governo stesso, dal momento che Israele è uno stretto alleato degli Stati Uniti (per quanto, ultimamente, i rapporti si stiano guastando). La giornalista della Nbc Kristen Welker ha raccontato di aver ottenuto il numero in modo classico, chiedendolo a Trump dopo un’intervista dal vivo. Un’altra possibilità è che il numero arrivi da qualcuno della famiglia Trump, che in pratica è stata assorbita nell’apparato diplomatico, o da imprenditori e amici del presidente.

Il giornalista di Semafor Max Tani ha definito il numero di telefono di Trump «il segreto peggio tenuto di Washington» e «lo status symbol definitivo in una città ossessionata dalla prossimità al potere e all’influenza». Tani ha scritto che la pratica delle telefonate è coerente con la «relazione di amore-e-odio» che ha Trump con i media. In molte delle chiamate, in effetti, Trump ha detto quello che voleva e raramente ha dato notizie: o meglio, le notizie che dava erano le sue dichiarazioni.

Spread the love