Trump-America, l’ossessione di marchiare la storia col proprio nome

Ph. Robert Perry / Getty Images

di Marta Tonti (huffingtonpost.it, 23 dicembre 2025)

«Questo è un elenco dinamico e potrebbe non soddisfare mai particolari standard di completezza. Puoi contribuire modificando la pagina per aggiungere gli elementi mancanti, con riferimenti a fonti affidabili». La curiosa apertura della pagina di Wikipedia dedicata all’«Elenco delle cose che prendono il nome da Donald Trump» apre una riflessione sull’ossessione del presidente americano: dare il suo nome a grattacieli, istituti, campi da golf e quant’altro, marchiando la storia d’America con il suo brand.

Non è troppo dissimile dagli antenati che piantavano bandierine per rivendicare un territorio, per dire «questo è mio»: un richiamo alla sovranità, quella stessa che, nella canzone dedicata al presidente, «Trump è a prova di proiettile», lo descrive pronto a indossare «con mano ferma la corona», trasformando l’autocelebrazione in una narrazione sulla regalità della sua persona. La retorica di Trump tradisce una forma di apatofobia, la paura di essere dimenticati.

«Devi apporre il tuo nome sulle cose, altrimenti nessuno ti ricorderà», ha dichiarato il presidente a Politico. Vale anche il contrario: una damnatio memoriae, quando «per il bene dell’America» è opportuno spazzare via la «spazzatura woke» e ripristinare l’«ethos guerriero». È quanto accaduto quando Pete Hegseth, segretario al dicastero della Difesa – anzi della Guerra, perché Trump ama dare nuove denominazioni, anche quando non battezza con il suo nome –, ha rimosso il nome di Harvey Milk, attivista per i diritti gay, dalla carena di una nave della Marina militare.

L’America è piena di monumenti dedicati ai suoi presidenti, che comunque compaiono dopo un periodo di riflessione storica – dai volti del Monte Rushmore fino a tutti i Memoriali –, ma Trump non intende attendere il suo tempo e men che mai il giudizio della Storia, prevedendo di celebrarsi autonomamente e con una certa disinvoltura. Così la nuova generazione di navi militari corazzate con missili avanzati, armi nucleari e laser saranno “Classe Trump”. Così il cda del Kennedy Center ha votato per affiancare il nome di Trump a quello di Jfk. Così il Dipartimento di Stato aveva ribattezzato l’Istituto di Pace degli Stati Uniti (Usip) come Donald J. Trump Institute of Peace, con tanto di nome apposto sulla facciata dell’edificio.

L’elenco è ancora più lungo. A ottobre, l’annuncio della costruzione di una sala da ballo nella Casa Bianca era stato, senza grosse sorprese, accompagnato dal riferimento a una possibile intitolazione: «The President Donald J. Trump Ballroom». E il presidente ha anche detto che è «una notizia falsa. Probabilmente la chiameremo sala da ballo presidenziale o qualcosa del genere». Poi però in una recente intervista ad HuffPost Usa, Jesse Watters, conduttore tv, ha rivelato che lo stesso Trump durante una cena gli ha detto: «Jesse, è un monumento. Sto costruendo un monumento a me stesso perché nessun altro lo farà».

D’altra parte, al netto delle Trump Towers newyorkesi e no, o di altre intitolazioni che è stato lui stesso a decidere, l’unico spazio pubblico ottenuto – il Donald J. Trump State Park – è stato istituito nel 2006 e dal 2015 sono state avanzate diverse richieste di rinominare il parco dello Stato di New York per assenza di manutenzioni. Trump ha messo gli occhi anche sull’aeroporto internazionale Dulles, situato in Virginia, nei pressi di Washington D.C., «perché non è un buon aeroporto. Dovrebbe essere un grande aeroporto». Il deputato del North Carolina Addison McDowel, insieme ad altri colleghi repubblicani, ha presentato un disegno di legge per rinominare l’aeroporto internazionale, sottraendolo all’ex segretario di Stato John Foster Dulles per intitolarlo a Donald J. Trump.

La logica del marchio si estende ben oltre i monumenti. Dal prossimo anno sarà possibile acquistare farmaci tramite TrumpRx; i genitori potranno aprire Trump Accounts per i neonati (conti di risparmio con agevolazioni fiscali per i cittadini statunitensi di età inferiore ai diciotto anni); mentre gli stranieri più facoltosi potranno ottenere le Trump Gold Card, visti dorati (di nome e di fatto) a pagamento. E si estende ben oltre i confini americani: si sta lavorando per far sorgere grattacieli o campi da golf col brand Trump in molte parti del mondo, le più chiacchierate sono certamente Sarajevo, Damasco, la Gaza del futuro e le petromonarchie del Golfo.

Le navi della “Classe Trump” dovrebbero entrare a far parte della cosiddetta “Golden Fleet”, integrazione marittima della “Golden Dome”, lo scudo antimissile immaginato dal presidente per proteggere i cittadini della nuova “Golden Age” americana. Presentando le navi militari a Mar-a-Lago, Trump le ha definite «più grandi, più veloci e cento volte più potenti di qualsiasi nave mai costruita». Nel lessico della “Golden Age” evocata da Trump, persino l’universo delle criptovalute sembra carico di simbolismi: Cronos, la valuta che beneficia del suo appoggio, richiama il tempo e l’ossessione per la durata della propria eredità; ma Crono è anche il Titano che, nell’opera di Esiodo, era esso stesso signore dell’Età dell’Oro.

Resta da capire se questa ossessione per la legacy produrrà simboli duraturi di potenza nazionale, o replicherà il destino (più plausibile) di altre iniziative marchiate Trump – compagnie aeree, casinò, eventi sportivi – finite nell’oblio. Ma una cosa è certa: nella presidenza Trump, la memoria non è qualcosa da lasciare al tempo e all’opinione pubblica ma una marcatura del territorio con significati non diversi da quelli osservabili in campo etologico (una targa da apporre, prima che lo faccia qualcun altro).

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