Trump e Trump, sempre e fortissimamente Trump

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di Marco Gervasoni (huffingtonpost.it, 18 giugno 2025)

L’estate sta iniziando ma la democrazia liberale sta finendo. Le destre nazional-populiste-conservatrici sono l’infezione che avvicina la fine ma gli anticorpi del paziente si erano già debilitati ben prima dell’apparizione dei barbari, e i bacilli sono entrati nell’organismo. Eppure, ci sono ancora medici che diagnosticano un malato sì, un po’ affaticato, ma tutto sommato in buona salute.

Sono gli eterni Pangloss, ottimisti di carattere, il che è un pregio, ovviamente, un po’ meno quando quest’indole influenza la lettura del mondo. Sono quelli che potrei chiamare i “serenisti”: niente di grave, dicono, state sereni, gli anticorpi della democrazia sono solidissimi, si tratta solo di un ciclo, gli elettori sono tendenzialmente razionali, una volta che si accorgeranno quanto le destre siano truffaldine e le loro promesse carta straccia da demagoghi, torneranno a votare i “competenti”.

A parte che una delle cause della grave malattia del paziente è da ricercare proprio nei competenti, cioè in una tecno-oligarchia piuttosto fallimentare, quello dipinto dai serenisti è uno scenario per ora smentito da tutte le ricerche di psicologi e di scienziati sociali. L’elettore è infatti tutt’altro che razionale, non vota considerando il proprio portafoglio ma seguendo assai più spesso ciò che gli impone l’amigdala, la ghiandola del cervello da cui partono gli impulsi elettrici per segnalare un pericolo e diffondere la paura nell’intero corpo. E quindi egli tende a riconfermare la fiducia anche in chi lo deruba e lo spoglia, se solo sia convinto che questi lo protegga.

L’ennesima conferma di questa conclusione si ha in un saggio – più che un articolo – apparso sul New York Times del 9 giugno scorso. L’autrice è una delle più importanti sociologhe viventi, la statunitense Arlie Russell Hochschild, alla quale ho già dedicato, il 15 ottobre, una precedente Cienega per rendere conto del suo libro, Stolen Pride. Uscito pochi mesi prima delle elezioni americane, il volume, frutto di una ricerca di Sociologia immersiva in una Contea del Kentucky, mostrava come la vittoria di Donald Trump sarebbe stata molto probabile, anche se l’autrice non si addentrava in previsioni né, tanto meno, si augurava quel finale.

Eccola ora ritornare sul luogo del delitto. La Contea di Pike, appunto nel Kentucky, oggetto dell’indagine di Stolen Pride, in novembre ha votato massicciamente per Trump. Fatto assolutamente prevedibile per l’autrice, che, però, si chiede se, mesi dopo, tra gli elettori trumpiani, vi sia una sorta di resipiscenza, soprattutto sul tema dei dazi e delle deportazioni, La risposta dell’inchiesta è decisamente negativa: a Pike amano Trump ancora di più. Per quanto riguarda le deportazioni di migranti, la Hochschild ha anzi notato che, rispetto ai tempi dell’indagine di Stolen Pride, gli abitanti sono diventati maggiormente xenofobi.

Se nel 2023, l’anno della sua ricerca, essi mostravano simpatia per famiglie di immigrati, s’intende tutti regolari, con permessi di lavoro, oggi le stesse persone intervistate affermano che gli “stranieri” dovrebbero essere espulsi dagli Stati Uniti, e che Trump sta agendo benissimo. Insomma, la campagna elettorale trumpiana e poi le deportazioni hanno provocato un aumento dei sentimenti xenofobi e non un loro rigetto: in una Contea in cui il tasso di immigrazione è peraltro molto basso. A conferma del fenomeno, ben noto agli scienziati sociali da tempo, che l’ostilità agli immigrati è più alta in quelle aree in cui essi sono scarsamente presenti: l’immagine di immigrato (o “straniero” come dicono a Pike) fa premio sull’immigrato reale, e spinge a votare per chi vuole deportarli, solo che a esser cacciate sono persone in carne ed ossa.

Quanto ai dazi, essi potrebbero colpire le (poche) attività industriali e commerciali rimaste nella Contea. Ma, come dichiara candidamente un intervistato alla sociologa, “ti fa piacere se a farti soffrire è un tizio che ami”, riferendosi a Trump. Il che conferma una delle caratteristiche del sostenitore dei movimenti e dei regimi autoritari: il legame masochistico con il capo, come già avevano colto, studiando il nazismo e poi il fascismo americano degli anni Quaranta e Cinquanta, psicologi e sociologi legati alla Scuola di Francoforte.

Quanto al linguaggio di Trump, che chiama “spazzatura” gli avversari politici e “animali” i migranti, i suoi elettori, o almeno quelli di Pike, non solo lo condividono ma lo apprezzano, in quanto dimostrazione di trasparenza e autenticità: il suo parlare come l’avventore medio di un diner altro non sarebbe che il segno del suo essere un “common man”, uno che non mente o, se lo fa, è per il nostro bene. Trump è come noi, da un lato; dall’altro è però dotato di una parola (in questo caso, l’insulto o la minaccia) che ne definisce il carisma: per questo, come confessano candidamente alcuni degli intervistati dalla Hochschild, è bello obbedirgli. Obbedire a lui come “persona magica” e non all’istituzione che rappresentata, o alle leggi.

Risultato finale della ricerca: se si votasse oggi, non solo coloro che hanno scelto Trump lo riconfermerebbero ma anche chi, per disgusto, si è astenuto, oggi opterebbe per lui. I democratici? Praticamente inesistenti, in una Contea che, fino alla fine del secolo scorso, era un feudo di quel partito. Ma continuiamo a stare sereni, a sollazzarci con la teoria degli anticorpi, a proseguire con l’opera di rimozione…

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