
di Tommaso Perrone (wired.it, 11 febbraio 2026)
Il rapper statunitense Snoop Dogg ha dominato la narrazione olimpica sui social a poche ore dall’inizio dei Giochi Invernali di Milano Cortina 2026. Lo abbiamo visto sfilare, in quanto tedoforo, con la torcia olimpica per le strade di Gallarate; giocare a bocce alla Balera dell’Ortica di Milano insieme a Mario Lopez (forse vi ricorderete di lui per il ruolo di Slater nel telefilm – all’epoca si chiamavano così – Bayside School); salire su una macchina Zamboni per rifare il ghiaccio di una pista di pattinaggio; mettersi alla prova con la scopa sulle piste di curling allo Stadio olimpico del ghiaccio.
Ma perché tutto ciò? Chiariamo subito le cose, Snoop Dogg è in Italia per ricoprire due ruoli: “allenatore onorario” del team Usa e inviato per l’emittente statunitense Nbc. Ma la sua partecipazione, come già successo due anni fa per le Olimpiadi di Parigi, è andata ben oltre. Ha offuscato la presenza della delegazione ufficiale degli Stati Uniti, composta – quest’anno – dal vicepresidente J.D. Vance (fischiato alla cerimonia d’apertura) e dal Segretario di Stato Marco Rubio, ed è riuscito a salvare l’immagine di un Paese che, dal punto di vista reputazionale, è arrivato in Italia con le ossa rotte dopo le violenze degli agenti federali a Minneapolis.
Snoop Dogg, quindi, ha avuto il merito di rappresentare la cultura statunitense nel mondo, ben oltre la politica. Ha «tentato di costruire un’immagine positiva del suo Paese all’estero». In gergo tecnico, il suo ruolo è rientrato in quello che gli esperti di relazioni internazionali definiscono soft power, ovvero «uno strumento in qualche modo istituzionale, controllato dalla macchina politica tradizionale, anche attraverso il finanziamento pubblico di alcune produzioni», ci racconta Gianluca Pastori, ricercatore dell’Istituto degli Studi di Politica Internazionale (Ispi) e professore associato di Storia delle relazioni politiche tra Nordamerica ed Europa presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica di Milano.
«Col tempo questa struttura verticale di controllo si è indebolita, in linea con le trasformazioni degli strumenti di comunicazione, fino ad arrivare ai social» e all’uso che sa farne il rapper californiano. «Da un certo punto di vista è un discorso di continuità: Snoop Dogg era già stato allenatore onorario della delegazione statunitense ai Giochi di Parigi. C’è l’idea di mandare un messaggio che va oltre il cambio di amministrazione, quasi a dire che “gli Stati Uniti sono questi”, più di quanto non siano Joe Biden o Donald Trump», continua Pastori.
Ma il ruolo di Snoop Dogg è riuscito anche a “distrarre” l’opinione pubblica internazionale dalle varie manifestazioni di protesta o dissenso verso l’attuale amministrazione statunitense. Alcuni tifosi hanno esposto cartelli con scritte del calibro «Chiediamo scusa per il nostro cattivo comportamento, aggiusteremo le cose noi stessi!» («Apologies to the world for our bad behaviour, we will fix ourselves!»).
Mentre alcuni atleti hanno manifestato il loro disagio nell’indossare la maglia (o la tuta) a Stelle e Strisce, pur precisando che non vorrebbero rappresentare alcun’altra nazione. «Gli atleti sono anche persone inserite in un sistema da cui dipendono il loro successo, la loro visibilità e il loro futuro professionale. Dietro le loro dichiarazioni, la componente più forte è proprio l’autocensura», continua Pastori. Ed è proprio qui che la capacità di suscitare consenso dell’allenatore onorario Snoop Dogg è stata più efficace.
In controtendenza, invece, la scelta di Eileen Gu. La sciatrice freestyle, nata e cresciuta negli Stati Uniti, si è tolta la tuta a Stelle e Strisce nel 2019 (sotto la prima presidenza Trump) per indossare quella rossa e rappresentare così la Cina nello sport. Sua madre, infatti, è cinese e così Gu ha avuto la fortuna di crescere con doppio passaporto, nonostante ai cinesi non sia permesso.
Il suo è stato un caso che ha fatto molto discutere in entrambi i Paesi. Se a Washington la scelta è stata criticata, a Pechino è stata accolta favorevolmente per la capacità di Gu d’incarnare un regime al passo coi tempi, attrattivo e «capace di competere e vincere anche negli sport invernali, storicamente dominio occidentale», come scritto da Lorenzo Lamperti su Wired.
E il professor Pastori conferma quanto essere ai primi posti di un medagliere olimpico continui a essere funzionale in ottica di soft power, nonostante sia passato oltre un secolo dalla prima Olimpiade moderna: «Il nuovo e il vecchio convivono sempre. Tutto dipende da come una decisione viene raccontata».
In conclusione, chiediamo a Pastori come l’Italia stia usando l’occasione di Milano Cortina 2026 per migliorare la propria immagine nel mondo: «L’Italia vuole proseguire con la narrazione del place to be, ma ha anche l’ambizione di mostrarsi come un Paese efficiente, oltre che bello». Del resto, «i grandi eventi servono a rafforzare legami politici, ma anche a crearne di nuovi». È presto per capire quale sarà l’eredità delle Olimpiadi per il nostro Paese nel lungo periodo. L’obiettivo è «investire risorse e credibilità politica, sperando di capitalizzarle nel tempo», ma le variabili sono troppe e oggi basta un video di pochi secondi pubblicato sui social per vanificare tutto. E quanto abbiamo visto per le strade di Minneapolis ha molto da insegnarci.