L’era dei venditori di pentole

Doom Entertainment

di Guia Soncini (linkiesta.it, 19 marzo 2026)

La mia riflessione sull’annoso tema «La Meloni non parla coi giornali e poi va ai podcast della gente tatuataaaa» non partirà da Joe Rogan (poi ci arriviamo), non partirà da Call her daddy (poi ci passiamo), non partirà neppure da Vladimir (poi arriviamo anche a quello). La mia riflessione partirà da un pezzettino di tv di domenica scorsa, su Rai 1.

C’erano gli Oscar, che una volta guardavamo forse perché il cinema era rilevante o forse perché eravamo giovani e tonici e una notte in bianco ci pesava meno. Di recente riepilogavo con amici che l’ultimo Oscar cui ci siamo appassionati è l’ultimo in cui Weinstein sia stato Weinstein, quello in cui fece vincere Il discorso del re contro il miglior film di questo secolo, The social network. C’erano i maniaci sessuali, certo: ma c’era pure il cinema. Adesso non solo non sto sveglia apposta, ma se mi accade di svegliarmi nella notte neppure mi viene in mente di controllare chi stia vincendo. Perché la maggior parte dei film in gara non sono mai entrati nella conversazione collettiva, e perché tanto, se succede qualcosa, la mattina dopo me lo ritrovo in comodi pezzettini.

Tra i pezzettini che ho recuperato lunedì c’era Mattia Carzaniga, collegato dall’ingresso della premiazione su cui sfilavano le celebrità (in gergo: red carpet) con la diretta di Rai 1. Era una rappresentazione plastica del mondo com’è diventato. Da un lato c’erano Mattia e gli altri inviati, dall’altra i fan che volevano gli autografi. Quelli che non tiravano dritti, sulla passerella, si fermavano dall’altro lato. Perché meno contano le interviste più sono quelli che te le chiedono, e non dare un’intervista è ovvio; epperò se snobbi i fan sei immediatamente l’orrida élite che se la tira (cioè: una star del cinema) e nessuno oggi vuol essere l’orrida élite che se la tira (cioè: una star del cinema), tutti vogliono essere l’influencer della porta accanto.

Insomma a un certo punto Mattia individua che Javier Bardem, con una specie di strofinaccio con scritto che è contro la guerra spillato sulla giacca, può essere abbastanza smanioso da dire persino, che cosa antiquata, qualcosa a un giornalista, e quindi inizia a sbracciarsi, a urlare «Javier, Italian tv», poi si volta verso la telecamera e dice: «Sembro un venditore di pentole». Ecco, amici che scambiate un’istituzione fascista, l’albo dei giornalisti professionisti, per una certificazione di merito e quindi v’indignate perché la Meloni va da quel cialtrone di Fedez e da quell’altro cialtrone del suo socio, due coi nomignoli, due coi tatuaggi, due che accendono la telecamera del telefono pure al cesso, e a voi invece non dà un’intervista da anni, amici che – come le cornute che dicono «ha paura dei suoi sentimenti, sono troppo per lui» – vi consolate raccontandovi che è perché voi domande scomode, voi schiena dritta, voi seri professionisti, amici: siamo tutti venditori di pentole.

Non c’è più alcuna differenza tra nessuno e nessuno. Hanno tutti gli stessi tatuaggi: gli adulti e i ragazzini, i politici e i rapper, i giornalisti e le spogliarelliste. Hanno tutti la stessa telecamera nel telefono: quelli che poi vanno al Grande fratello e quelli che poi vanno a Di martedì, quelli che di mestiere vendono criptovalute e quelli che di mestiere fanno le leggi. Non c’è alcuna differenza tra Javier Bardem e Giorgia Meloni, che vogliono tutti e due dire la cosa che interessa loro dire, ma neanche tra Fedez e Giovanni Floris, che sperano entrambi nella botta di culo di diventare il pezzettino che passa davanti a più gente spolliciando il telefono.

Guardavo Vladimir, la nuova serie di Netflix di cui si parla nella mia conventicola, e mi chiedevo se questa fissazione per la menopausa della narrazione contemporanea dipenda dall’ipercompensazione delle storie di donne che non hai potuto raccontare finora e adesso esageri, o dal fatto che è un’eccellente allegoria della fine del mondo di prima: non ci desiderano più, e non ce ne facciamo una ragione – staremo parlando di carni frolle o di giornali, tv, libri? Guardavo Vladimir, e la cosa che mi colpiva è che a fare la donna alla fine del ciclo del desiderio hanno messo Rachel Weisz, che sulla carta va benissimo, perché ha più o meno la mia età, l’ho vista una quindicina d’anni fa a teatro ed effettivamente eravamo coetanee, poi non so cosa sia successo ma in Vladimir Rachel Weisz non ha più la faccia di Rachel Weisz: ha la faccia di Elisa di Rivombrosa, cioè di Vittoria Puccini quando aveva meno di trent’anni.

Non solo tutti influencer con la telecamera accesa in faccia pure dentro al cesso, non solo tutti venditori di pentole che smaniano per attirare l’attenzione della celebrità che il suo sempre uguale «no alla guerra» lo dica quando ci siamo anche noi dentro all’inquadratura, ma anche tutti ventenni, tutti resi identici da punturine e chetogeniche ed extension e trapianti di capelli. La fine del giornalismo pazienza, la fine del cinema pure, ma della fine delle facce io non mi faccio una ragione. Tornando alla Meloni, la cui intervista come tutti voi non ho ancora visto perché il podcast in questione, Pulp, esce oggi, io non credo che, in quello che ieri Filippo Ceccarelli ha definito «l’odierno e sgangherato immaginario pop», ci sia davvero qualcuno che ci crede. Meglio: lo spero.

Sarebbe terrificante se non fosse un gioco delle parti. Se Fedez davvero credesse che la Meloni va lì perché lui ha costruito una testata credibile, se i giornali davvero credessero che è uno scandalo che la Meloni ci vada, se la società dello spettacolo non sapesse d’essere tale. Il problema non è che una volta la gente si fidava delle istituzioni, del tg, delle persone serie, e adesso si fida dei gruppi Facebook e de La Zanzara. Il problema è che, almeno da questo punto di vista, sembra sia tutto diverso ma non è mica cambiato granché. I politici di quarant’anni fa non andavano da Enzo Biagi invece che da Fedez perché erano persone serie: ci andavano perché c’erano i canali televisivi e non le app.

Chi ha seguito la campagna elettorale americana del 2024, ma pure chi non l’ha seguita, sa della vicenda Joe Rogan, commentatore del wrestling (sì: lo specifico per dire che non è esattamente un intellettuale) che subito prima della pandemia ottiene da Spotify duecento milioni di dollari per il suo podcast di interviste. Quattro anni dopo, andare o non andare da Rogan diventa il tema più discusso della campagna elettorale (quando c’è da parlare di stronzate, il satollo Occidente non si tira mai indietro). Sapete già com’è finita: Trump ci andò, la Harris no, preferendo Call her daddy, podcast secondo chi le curava la comunicazione più seguito dalle donne, e finendo in una polemica perché, per permettere alla Harris di registrarlo senza spostarsi, avevano speso un patrimonio per ricostruire lo studio del podcast in un’altra città.

Un anno e mezzo dopo, le tre ore di conversazione tra Trump e Rogan hanno su YouTube 61 milioni di visualizzazioni, i sette minuti (saranno un parziale, ma l’integrale non vien fuori dalle ricerche: oltre allo studio, bisognava ricostruire l’indicizzazione) di Harris a Call her daddy ne hanno un milione. Ma non è certo questo il dato rilevante: né io né voi abbiamo guardato tre ore di Trump da Rogan, ma ce ne sono passati davanti i pezzettini. Quanto a resa nei pezzettini e nella conversazione collettiva, Rogan è stato un buon investimento. Ma di Rogan ce n’è uno, tutto il resto sono tentativi facendosi il segno della croce. Ormai è tutto a tentoni, tutto lancio di spaghetti contro il muro, tutto un provarle tutte sperando che qualcuno si accorga che esisti.

Chiunque abbia un libro da promuovere, me compresa, riceve inviti da gente cui l’ufficio stampa della casa editrice cinque anni fa non avrebbe risposto al telefono, mentre adesso ti caldeggia l’ipotesi di prendere tre treni locali per arrivare a un qualche sprofondo della provincia dove si registra un podcast di cui tu non hai mai sentito parlare ma i cui pezzettini magari finiscono nel telefono di qualcuno che compra la tua batteria di pentole. È tutto così, figuriamoci un referendum di cui frega solo agli ospiti dei talk show e a Francesco Cundari.

Come tutti, ho smesso da anni di aprire i giornali di cui pago abbonamenti, ma ieri per capire cosa dicessero della Meloni da Fedez li ho sfogliati. Su la Repubblica c’era una pagina sulle divisioni familiari sul referendum, simile a quelle che da anni pubblicano i giornali americani sulle famiglie che non si parlerebbero perché la pensano diversamente su Trump. Mezza pagina per la coppia Martelli-Quartapelle, che secondo l’articolista litigherebbe sul referendum a colazione, pranzo e cena (spero nell’iperbole); l’altra mezza per i «rapporti domestici complessi» tra le sorelle Comencini, che pare litighino su quale delle due scelte di voto sia più femminista. Meno male che siamo abbastanza privi di problemi veri da litigare sulle stronzate, è buon segno. Mi chiedo però se questa sinistra che racconta di litigare sui referendum non sia un aborigeno cui l’elettorato non ha niente da dire, un po’ come quando racconta di non dormire la notte pensando ai profughi.

Diciott’anni fa il giovane Checco Zalone diceva che il problema della sinistra era «l’incapibilità». Adesso temo lo slittamento sia da non farsi capire a non capire. Per esempio, non capire il fatto che Fedez è lo stesso Fedez che quando faceva le dirette con Zan vi sembrava un baluardo della democrazia. Soprattutto, è lo stesso Fedez la cui alternativa non è né Giovanni Minoli né Michele Santoro. L’alternativa è qualche altro podcaster la cui tamaraggine sia meno evidente, il cui analfabetismo sia meno rumoroso, e il cui risultato sia che i suoi, di pezzettini, li veda meno gente: se aveste una batteria di pentole referendarie da vendere, scegliereste la piazza più affollata o quella meno inelegante?

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