Bad Bunny al Super Bowl 2026, un atto gioioso di resistenza anti-Trump

Ph. Kevin Mazur / Getty Images

di Michelle Ruiz (vanityfair.it, 9 febbraio 2026)

Fin dall’inquadratura d’apertura, con l’erba alta a velare i posti in tribuna da milioni di dollari della Levi’s Arena, era chiaro che non eravamo più a Santa Clara. Bad Bunny più che condurre l’halftime show del Super Bowl se l’è portato in viaggio nella sua Porto Rico: si è insinuato danzando tra i campi di canna da zucchero, ha afferrato una piragua, ha costeggiato un gruppetto di abuelos intenti a giocare a domino, fino a sbucare in una fiesta pulsante e febbrile, lanciata su uno dei suoi pezzi più iconici, Yo perreo sola.

È un inno reggaeton contagioso, ma siccome Bad Bunny sa trasformare in hit le sue osservazioni sociali e politiche, è anche una dichiarazione sul diritto di una donna di twerkare in un club senza essere disturbata da molestie sessuali. Con lo stesso spirito, il rapper camaleontico ha consegnato la festa promessa; solo che quella celebrazione esplosiva della cultura latina, messa in scena in un periodo cupo di oppressione, era intrinsecamente politica. Non c’era bisogno di conoscere lo Spagnolo per cogliere il messaggio di Bad Bunny: la festa è una forma di protesta; la gioia, a sua volta, è una sorta di ribellione.

La coincidenza con la settimana più importante della sua carriera ha qualcosa di più strano della finzione: mentre il governo degli Stati Uniti porta avanti una retata di stampo fascista contro i latinos, una supernova portoricana domina la cultura americana. Dopo aver vinto la scorsa settimana il Grammy con l’album dell’anno, l’artista che si è presentato al mondo come Benito Antonio Martínez Ocasio ha preso posto sul palcoscenico musicale più vasto in assoluto: un concerto di 13 minuti, destinato a un pubblico stimato in 130 milioni di persone, in almeno 130 Paesi. Ancora prima di pronunciare una sola parola, la sua sola presenza era già una vittoria.

Mentre, in tutto il Paese, famiglie latinoamericane si nascondono di fronte alla brutalità senza freni dell’Ice, Bad Bunny sarebbe stato inevitabilmente visto e ascoltato; Porto Rico può anche essere spesso dimenticata, o liquidata senza troppi complimenti, come Commonwealth degli Stati Uniti, ma domenica sera il suo figlio più fiero ha tenuto il mondo sotto incantesimo. Che cosa farne di tutti quegli occhi puntati addosso? Come parlare a un miscuglio di Conejos che lo seguono da quando, nel 2016, caricava su SoundCloud tracce trap fatte in casa, fan dell’ultima ora che sparano Nuevayol a tutto volume, accaniti detrattori di Fox News e, di sicuro, Jon Hamm?

Bad Bunny avrebbe potuto scatenare un «Fuck Ice» di sfida: le sue provocazioni politiche, in passato, non sono state certo meno incendiarie. E invece, questa volta, ha scelto l’amore, mettendo in scena un matrimonio (a quanto pare vero!) e la gioia, consegnando la replica di un Grammy a un bambino e dicendogli: «Credi sempre in te stesso». Quel bambino era l’attore Lincoln Fox – non, come qualcuno aveva ipotizzato, Liam Ramos. E lo slogan che campeggiava su un cartellone alle sue spalle – «L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore» – è diventato la chiave di volta del suo halftime show, ampio, dichiarato, senza mezze misure. A ribadire il punto, ha infilato intermezzi di danza esuberanti e cinetici, mettendo in mostra quel movimento d’anca diventato virale mentre VOY A LLeVARTE PA PR rimbombava nello stadio, e ricreando la casita Vip della sua residency portoricana da record, con Pedro Pascal e Jessica Alba. Forse è la sua versione del mantra di Michelle Obama: quando loro scendono in basso, lui alza l’energia.

Contrariamente alle ipotesi, l’immancabile ospite non è stata Cardi B, ma Lady Gaga, emersa per una versione “alla salsa” di Die with a smile prima di unirsi a Bad Bunny nella street party di DtMf. Il cameo più elettrizzante – quello che ha fatto urlare i Millennial – è arrivato però grazie a Ricky Martin, con cui Bad Bunny aveva protestato a Porto Rico nel 2018, e che qui ha intonato Lo que le pasó a Hawaii, brano che paragonava l’impennata del turismo e la gentrificazione dell’isola a ciò che è accaduto alle Hawaii. È stato un tuffo di nostalgia e di solidarietà insulare, ma anche una scelta potentemente “a cerchio chiuso” mettere in scena Martin: fu la sua Cup of Life ai Grammy del 1999 ad accendere l’esplosione latina dei primi anni Duemila, quando “attraversare” il mainstream voleva dire smussare gli spigoli – o addirittura scambiare lo Spagnolo con l’Inglese.

Da allora Bad Bunny ha, di fatto, ucciso l’idea stessa di crossover; e questo, però, non gli ha impedito di rendergli omaggio. Pur non avendo mai ceduto di un millimetro sullo Spagnolo, Bad Bunny ha incorniciato quella barriera linguistica che manda in bestia il Maga («In America si parla Inglese!») non come un’esclusione, ma come un invito (il linguaggio del corpo è universale, tesori). «Non devono nemmeno imparare lo Spagnolo», ha detto a proposito degli spettatori nella conferenza stampa pre-show. «Meglio che imparino a ballare». Con il suo baritono pieno, Bad Bunny ha rappato e cantato interamente nella sua lingua madre – l’unico Inglese, in voce, è arrivato da Gaga – ma contava eccome che cosa scegliesse di dire e in quale lingua, soprattutto mentre il presidente Trump, prevedibilmente, attaccava l’esibizione di Martínez su Truth Social, sostenendo: «nessuno capisce una parola di quello che dice questo tizio».

Bad Bunny ha tenuto l’Inglese per la sua chiusura più accorata, God bless America, una replica folgorante a chiunque (Kid Rock) insinui che non ami gli Stati Uniti, prima di lanciarsi in un appello in serie di Paesi latinoamericani, più Usa e Canada. Terre legate da lingua, cultura e diaspora: i luoghi da cui potrebbero arrivare gli immigrati oggi sotto attacco negli Stati Uniti. Bad Bunny li ha nominati tutti, con le bandiere che frustavano l’aria alle sue spalle, e un orgoglio collettivo che sembrava riempire lo stadio. Quando l’ho intervistato a Porto Rico per una cover story di Vanity Fair nel 2023, Martínez stava lavorando sul suo Inglese e capiva perfettamente quando gli parlavo in quella lingua. Per anni ha parlato raramente in Inglese in pubblico, ma è evidente che oggi Bad Bunny lo stia usando un po’ di più. Forse perché ha affinato la mano e forse perché, nel rispondere all’attuale crisi legata all’Ice, è importante rivolgersi all’amministrazione Trump con parole che possano capire anche loro.

Ai Grammy della scorsa settimana, ha scelto un Inglese solenne per rivendicare l’umanità della comunità latina: «We’re not savage, we’re not animals, we’re not aliens and we are Americans» («Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni e siamo americani»), ha detto Bad Bunny in un discorso di ringraziamento potentissimo, ritirando il premio per il miglior album di música urbana. Più tardi, però, è scivolato nello Spagnolo, con un appello diretto – e carico di orgoglio – per esaltare la sua terra: «Credetemi quando vi dico che siamo molto più grandi di un semplice 100 per 35» ha aggiunto, riferendosi alle dimensioni di Porto Rico, «e non c’è nulla che non possiamo ottenere».

Bad Bunny è un artista nato dentro un momento politico pericoloso, cui non ha mai avuto paura di rispondere, sia come musicista sia come giovane portoricano orgoglioso. La sua ascesa ha coinciso, quasi alla perfezione, con quella di Donald Trump, e con la sua ostilità e aggressività nei confronti della comunità latina, sullo sfondo degli uragani Maria e Irma e, oggi, della brutalità dell’Ice. Le prese di posizione di Bad Bunny stanno evolvendo insieme alla sua fama, ma era impossibile portare al Super Bowl tutta la sua identità senza includere El apagón, un feroce inno di protesta tratto dal suo album di enorme successo del 2022, Un verano sin tí, che puntava il dito contro i ripetuti blackout seguiti alla privatizzazione della rete elettrica portoricana, finita nel 2021 – dopo la vendita a Luma Energy, conglomerato canadese-texano.

«Fuck Luma», aveva dichiarato Bad Bunny senza mezzi termini durante un concerto a San Juan nel 2023. Domenica sera, quel sentimento si è tradotto in una nuova vena di positività: ha scalato un traliccio di cavi, ha rivendicato la grandezza di Porto Rico e poi, fendendo il buio, ha restituito la luce. Il suo attivismo oggi può assumere forme diverse – e forse perché uno come Bad Bunny non ha il privilegio della protesta incendiaria quando la sua comunità è sotto attacco su vasta scala – ma l’halftime show di quest’anno ha risuonato come una risposta autentica a un tempo di frattura profonda, mortale. In un contesto del genere Bad Bunny non dovrebbe essere costretto a scolpirsi addosso il ruolo del messaggero perfetto; eppure, in quei 13 minuti, è riuscito a dire qualcosa di chiarissimo senza consegnare munizioni ai suoi detrattori conservatori (anche se, c’è da scommetterci, stanno già fabbricando indignazione sui suoi ballerini, mentre degli “Epstein files” è meglio non parlare).

Un’irruzione sul palco a colpi di slogan, urlando «Fuck Ice», avrebbe alimentato esattamente i loro pregiudizi più bassi su di lui, offrendo a Trump – che non era presente – e ai pupazzi di Fox News nuovo materiale da macinare a partita finita. Se Beyoncé e Kendrick Lamar hanno rappresentato un’accusa più diretta contro gli Stati Uniti, e Shakira/J.Lo celebrazioni prudentemente incalzanti, up-tempo, assimilazioniste e “sicure”, Benito ha spostato lo sguardo del tutto lontano dall’oscurità che incombe sugli Stati contigui per concedersi qualcosa di più libero.

«Quanto è bello essere latino», ha esclamato il giovane chitarrista che ha introdotto la sua esibizione. Una frase capace di far venire i brividi, se la gioia che è arrivata subito dopo non fosse stata così contagiosa. C’è qualcosa di profondamente provocatorio e sfidante nel fare festa, ballare e prosperare mentre un governo sempre più autoritario sembra quasi dichiarare guerra agli immigrati latinoamericani. Twerkare su DtMF in salotto non sostituisce la protesta o un cambiamento di politiche, ma il baccanale di Bad Bunny all’halftime show suggeriva che, nei momenti più cupi, c’è un potere di guarigione anche nel muovere il culo.

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