
di Adalgisa Marrocco (huffingtonpost.it, 6 marzo 2026)
La guerra raccontata come un videogioco. Accade sui profili social della Casa Bianca, dove negli ultimi giorni sono comparsi video che alternano immagini reali dei bombardamenti in Iran a sequenze tratte da videogame, montaggi che citano kolossal e personaggi della cultura pop.
Tra questi spicca il filmato pubblicato mercoledì 4 marzo in cui le immagini dei raid statunitensi contro obiettivi iraniani sono montate insieme a sequenze tratte da Call of Duty: Modern Warfare III, uno dei titoli più popolari del franchise sviluppato da Activision Blizzard. Il video, della durata di poco più di un minuto, ha raggiunto in poche ore quasi cinquanta milioni di visualizzazioni. Il post è accompagnato dalla frase «per gentile concessione di Red, White & Blue», un riferimento a un pacchetto acquistabile all’interno del gioco che permette di equipaggiare il personaggio con armi che sparano proiettili con scie dai toni patriottici.
Immediata la reazione dell’opinione pubblica. Paul Rieckhoff, fondatore dell’associazione Independent Veterans of America, ha definito il video «inappropriato, infantile e inaccettabile», accusando l’amministrazione Trump di trattare la guerra come un prodotto d’intrattenimento. «Quello che manca nel video sono le scolare iraniane uccise nell’esplosione e i soldati americani uccisi», è stato invece il commento di Cornell William Brooks, ex presidente della Naacp e oggi docente ad Harvard.
Poche ore dopo le prime polemiche, l’account ufficiale della White House ha pubblicato un secondo video intitolato Justice the American Way. In quaranta secondi scorrono frammenti di film come Il gladiatore, Braveheart, WarGames e Top Gun, alternati alle immagini del conflitto in Medio Oriente. A un certo punto appare il segretario alla Difesa Pete Hegseth, preceduto da Walter White di Breaking Bad che pronuncia la celebre frase «I am the danger», seguito da un minaccioso personaggio dei Transformers. Poi è il momento di Deadpool, mentre la chiusura è affidata a Yugi Muto dell’anime Yu-Gi-Oh!, che durante un duello esclama: «Prendi questo!». Non è la prima volta che l’amministrazione Trump sposa la “gamification”.
Negli ultimi mesi, infatti, diversi Dipartimenti federali hanno utilizzato una comunicazione costruita con i codici estetici e narrativi dell’industria dell’intrattenimento. Tra gli esempi, un video sulle operazioni dell’Ice accompagnato dallo slogan di Pokémon «Gotta catch’em all», un post che utilizzava l’estetica del videogioco Halo per il reclutamento, ma anche meme che incorporano immagini tratte da franchise come Minecraft o Stardew Valley. Anche in quei casi, le proteste non sono mancate. La Pokémon Company, ad esempio, ha preso pubblicamente le distanze dai contenuti diffusi dalla Casa Bianca, chiarendo di non aver concesso alcuna autorizzazione all’uso delle proprie immagini e ribadendo che il marchio non è legato ad alcuna agenda politica.
La portavoce dell’amministrazione Trump, Abigail Jackson, ha difeso la strategia social: «Attraverso post coinvolgenti e meme di grande impatto stiamo comunicando con successo l’agenda estremamente popolare del presidente». Ma questi episodi vanno oltre la semplice provocazione e suggeriscono un cambiamento più profondo nel linguaggio della comunicazione istituzionale. Per comprenderne il significato è utile allargare lo sguardo. L’intreccio tra guerra, propaganda e industria dell’intrattenimento, infatti, non è una novità nella storia americana, anche se oggi assume forme peculiari e assai più pervasive.
Secondo il filosofo e saggista Alessandro Alfieri, docente di Teoria e metodo dei mass media, «i grandi personaggi della cultura pop sono sempre stati funzionali alla costruzione degli immaginari di guerra e alla giustificazione dell’interventismo degli Stati Uniti nel corso della loro storia». Un esempio? «Il coinvolgimento di John Wayne, icona della cultura statunitense, nel film Berretti verdi [The Green Berets, diretto, interpretato e prodotto da John Wayne nel 1968 – N.d.C.], realizzato per contribuire a convincere l’opinione pubblica della legittimità dell’intervento americano in Vietnam», spiega il docente a Huffpost.
All’epoca, però, esisteva ancora una distinzione netta tra intrattenimento e discorso politico. «Il messaggio implicito era più o meno questo: voi spettatori andate al cinema per divertirvi, ma ora vogliamo parlarvi di qualcosa d’importante, cioè delle ragioni per cui gli Stati Uniti stanno combattendo», osserva Alfieri. Secondo il docente, questa dicotomia si è progressivamente assottigliata, fino a dissolversi con l’avvento dei social network.
Il risultato è un cambiamento nel modo stesso in cui il conflitto viene percepito e narrato nello spazio pubblico. Rispetto al modello novecentesco della propaganda cinematografica, spiega Alfieri, oggi la guerra tende a essere rappresentata come qualcosa di più distante, quasi attenuato. «Viene suggerito alla pubblica opinione di non assumere lo sguardo moralistico degli intellettuali o dei cosiddetti radical chic, per cui ogni guerra dev’essere necessariamente condannata. La guerra è sempre esistita e può essere raccontata anche con toni più leggeri: questo è il messaggio».
Dentro questa strategia comunicativa rientra anche il video condiviso da Donald Trump nei mesi scorsi, in cui Gaza viene ricostruita virtualmente come una località turistica di lusso. L’obiettivo, conclude Alfieri, è disinnescare lo sdegno. «Perché indignarsi, in questa narrazione, significa schierarsi con quell’élite contro cui la retorica populista si scaglia. Il consenso di Trump si è consolidato proprio tra chi rifiuta questo sguardo e, di conseguenza, questo lo legittima a spingere la propria comunicazione sempre più oltre».