
di Adalgisa Marrocco (huffingtonpost.it, 6 maggio 2026)
Con Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi Editore, 2026), Andrea Minuz, autore e docente di Cinema, affronta uno dei concetti più presenti e insieme più logorati del dibattito pubblico italiano: quello di “egemonia culturale”. Un’espressione continuamente evocata eppure sempre più sfuggente, stratificata, usata per descrivere fenomeni anche molto diversi tra loro.
Nel suo saggio, Minuz ricostruisce le trasformazioni di un concetto nato nel pensiero di Antonio Gramsci e progressivamente diventato una formula polemica capace di attraversare destra e sinistra, cultura alta e pop, università, televisione, algoritmi e guerre identitarie. La sua intervista a HuffPost.
Oggi l’espressione “egemonia culturale” è ovunque: nei talk show, nella politica, sui social. Eppure più circola, più sembra perdere significato. Che cosa resta davvero, secondo lei, dell’intuizione originaria di Antonio Gramsci?
«Nel tempo questa espressione si è allontanata dal suo significato originario, fino a trasformarsi in un contenitore dentro cui finisce qualsiasi cosa: il controllo delle istituzioni culturali, il linguaggio inclusivo, le mode ideologiche, la televisione, il neoliberismo, il berlusconismo, perfino il trash. È diventata una categoria onnivora, utilizzata per interpretare fenomeni profondamente diversi tra loro. Ma quando un concetto pretende di spiegare tutto, inevitabilmente finisce per non spiegare più nulla. Del pensiero di Gramsci, oggi, sopravvive soprattutto una disposizione profondamente italiana: l’idea che la cultura debba sempre assolvere una funzione politica, che dietro ogni prodotto culturale si nasconda necessariamente un progetto di orientamento morale o ideologico».
Lei parla di una sorta di “febbre gramsciana”. È nostalgia per una stagione in cui la cultura aveva davvero più peso, oppure il sintomo di una difficoltà a fare i conti con il presente?
«Credo che le due cose convivano. Negli ultimi anni il tema dell’egemonia culturale è stato rilanciato soprattutto dalla destra. Giorgia Meloni stessa ha parlato più volte della necessità di “ribaltare” l’egemonia culturale della sinistra, anche dopo l’arrivo al governo. Ecco il paradosso: la destra conquista il potere politico, ma continua a percepirsi come culturalmente marginale. In realtà Gramsci immaginava l’egemonia come un processo lungo, stratificato, capace di precedere il potere istituzionale: qualcosa che si costruisce attraverso la scuola, l’università, i giornali, la formazione di un senso comune. Non un’operazione che si realizza occupando spazi dopo una vittoria elettorale. Per questo molti tentativi recenti di costruire una politica culturale appaiono artificiali, quasi burocratici: più che produrre un immaginario, sembrano limitarsi a sostituire simboli o redistribuire posizioni. Ma la “febbre gramsciana” racconta anche un’altra cosa: il rimpianto per un’epoca in cui la cultura appariva ancora centrale, dotata di gerarchie riconoscibili e figure autorevoli. Un mondo che non esiste più».
La “battaglia” per l’egemonia culturale sembra infatti ancora legata a categorie del Novecento. Siamo fuori tempo massimo?
«Direi di sì. Le vecchie domande − chi guida culturalmente il Paese, chi forma le coscienze, chi orienta il dibattito pubblico − appartengono a un orizzonte che aveva già iniziato a incrinarsi negli anni Ottanta. Oggi Antonio Gramsci probabilmente studierebbe i meme, le piattaforme digitali, i meccanismi algoritmici che modellano il senso comune molto più dei premi letterari o delle polemiche sui finanziamenti al cinema. Il suo vero oggetto di interesse non era la cultura come istituzione, ma il processo di formazione delle mentalità collettive. E quel processo oggi avviene in uno spazio molto più frammentato e dispersivo rispetto al passato, anche perché il romanzo, il teatro, il cinema o l’università non occupano più la centralità che avevano nel Novecento. Continuare a muoversi nel terreno dell’egemonia culturale usando le mappe del secolo scorso significa, in fondo, non comprendere dove il conflitto culturale si sia ormai spostato».
Lei si sofferma anche sul caso de Il Signore degli Anelli: un’opera a lungo marginalizzata, in Italia, per ragioni ideologiche. Che cosa ci racconta questa vicenda?
«Racconta molto del modo in cui il sistema culturale italiano ha storicamente costruito il proprio canone. Negli Stati Uniti, tra gli anni Sessanta e Settanta, Il Signore degli Anelli divenne uno dei testi simbolo della controcultura giovanile e hippie. In Italia, invece, arrivò in un contesto ancora fortemente dominato dal realismo sociale e dall’idea di letteratura impegnata. Le grandi case editrici mostrarono scarso interesse. A pubblicarlo fu Rusconi, editore percepito come vicino alla destra, e questo bastò a produrre una lunga catena di equivoci. Da quel momento J.R.R. Tolkien smise di essere semplicemente uno scrittore per trasformarsi in un simbolo identitario. È un meccanismo profondamente italiano: il valore di un’opera tende a essere filtrato attraverso le appartenenze, reali o presunte, che la circondano. Ma la cultura non dovrebbe mai diventare un territorio da occupare».
Nel libro cita universi molto diversi − da Elon Musk a Beyoncé, fino a Hulk Hogan − e si sofferma anche sui comizi di Charlie Kirk e sulle dinamiche anti-woke. È come se oggi il conflitto simbolico si giocasse soprattutto dentro la cultura popolare…
«Assolutamente sì. Negli ultimi decenni si sono dissolte le gerarchie tra cultura alta e cultura popolare, i confini sono diventati sempre più porosi. La cultura pop è ormai il linguaggio attraverso cui interpretiamo il presente ed è naturale che sia diventata anche uno dei principali terreni dello scontro politico. I consumi culturali non sono più “innocenti” o “neutrali”, ma vengono letti come segnali identitari o come forme di auto-rappresentazione ideologica. I social network hanno accelerato questa tendenza. Penso al Festival di Sanremo: trent’anni fa sarebbe sembrato assurdo interpretarlo in chiave ideologica, chiedere a un conduttore di dichiararsi antifascista in conferenza stampa o trasformare ogni esibizione in una presa di posizione politica. Oggi, invece, è prassi».
Guardando agli Stati Uniti, Donald Trump ha trasformato il sapere in un bersaglio politico: dall’università alla scienza, fino alla salute pubblica. Questo tentativo di egemonia culturale sta funzionando o è destinato a fallire?
«È ancora presto per dirlo, ma mi sembra che stia già mostrando alcune contraddizioni profonde. Paradossalmente, Antonio Gramsci è diventato un riferimento anche per una parte della destra americana: il principio è che, se la cultura può essere usata come strumento di lotta politica, basta invertirne il segno ideologico. Così Trump sta applicando ai campus universitari e al linguaggio pubblico lo stesso schema che attribuisce al progressismo woke: ridefinire i confini del dicibile, stabilire codici, individuare parole o posizioni considerate inaccettabili. La differenza, rispetto all’Italia, è che in America le promesse elettorali tendono a tradursi in azione di governo: Trump aveva annunciato una battaglia contro le università, considerate il centro della cultura woke, e sta effettivamente cercando di portarla avanti. Il rischio è che, quindi, il trumpismo finisca per replicare le dinamiche di controllo culturale contro cui aveva costruito parte del proprio consenso».
In definitiva: non è che parlare ossessivamente di egemonia sia diventato, in fondo, un modo per evitare lo sforzo di produrre davvero cultura?
«Sì, spesso accade proprio questo. Pensiamo alle polemiche sulla Biennale di Venezia o al caso di Beatrice Venezi: il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sul posizionamento ideologico delle persone, molto più raramente sulle opere o sui contenuti. Lo stesso avviene nel cinema, dove si discute continuamente di finanziamenti, quote e appartenenze, ma sempre meno dei film. L’ossessione per l’egemonia culturale finisce così per trasformarsi in sostitutivo: ci si interroga incessantemente sulla cornice politica della cultura, evitando il confronto con la cultura stessa».