
di Daniele Biaggi (wired.it, 30 agosto 2025)
Da che mondo è mondo, una volta insediati, i presidenti americani amano personalizzare il proprio ufficio, lo Studio Ovale. Donald Trump non è stato da meno. Il problema è il risultato, che pare uscito da un episodio di Mtv Cribs.
Dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, lo spazio più rappresentativo di Washington ha subìto una trasformazione che dire pacchiana è poco: tra dorature, bandiere extra e un tocco in stile pseudo-Versailles, l’ufficio presidenziale somiglia sempre più a un covo dei Casamonica. Il passaggio da Joe Biden a Donald Trump è stato netto. Qualcuno l’ha perfino definito traumatico.

L’ex presidente aveva scelto un’impronta sobria: tappeto blu scuro con il sigillo presidenziale (disegnato originariamente per Bill Clinton), due sole bandiere, un ritratto di Franklin Delano Roosevelt sopra il caminetto. Niente fronzoli, niente effetti speciali. Trump però ha fatto piazza pulita. Via Roosevelt, sostituito con un George Washington in cornice massiccia. E, in aggiunta, un’intera galleria di ritratti storici e urne dorate. Alle due bandiere di Biden ha aggiunto quelle di Army, Marine Corps e Navy. E, soprattutto, ha riportato il tappeto chiaro usato da Ronald Reagan, decorato con raggi solari e rami d’ulivo, ma stavolta incorniciato da dettagli dorati. Delicatissimo.
Il marchio di fabbrica, l’avrete capito, è l’oro: oro sulle modanature del soffitto, oro sulle porte, oro sugli stucchi, oro persino sui cherubini incastonati nei battenti. Oro, ovviamente, sul sigillo presidenziale scolpito nel soffitto, che Roosevelt aveva lasciato in sobrio gesso bianco e che ora scintilla come una moneta da collezione. Un portavoce della Casa Bianca, interpellato da Fox News, ha assicurato che «si tratta del miglior oro disponibile» e che le spese sono state coperte di tasca propria dal presidente. Dettaglio non verificabile, ma molto in linea con la retorica trumpiana.

C’è chi definisce l’operazione vecchio stile, chi ha azzardato paragoni con i palazzi reali del Vecchio Continente che i Padri Fondatori volevano superare, e chi più semplicemente ha parlato di stile Temu per la cheapperia dei dettagli. Non proprio un complimento per un presidente che si vanta del suo gold guy, l’artigiano personale che sarebbe stato fatto volare a Washington a bordo dell’Air Force One per curare i dettagli. Trump, da parte sua, è convinto di aver ridato vita a una stanza che trovava spenta. Il fatto che oggi lo Studio Ovale sembri a metà tra un casinò di Las Vegas e la sala da ballo del palazzo presidenziale di un dittatore asiatico, per lui, è un pregio, non un difetto. De gustibus…
E non è finita qui. A settembre partiranno i lavori per un nuovo salone da ballo nell’Ala Est: 90mila metri quadrati, 200 milioni di dollari, 650 ospiti seduti, il tutto finanziato da privati (e da Trump stesso, almeno in parte). Dopo le due bandiere giganti da 88 piedi installate quest’anno davanti alla Casa Bianca, il progetto segna l’ennesima estensione del Trump-style a quello che un tempo era il tempio della sobrietà istituzionale.

Ogni presidente ha lasciato il suo segno sullo Studio Ovale, ma raramente le scelte di interior design erano state così dichiaratamente politiche. Trump ha optato per un’estetica da re assoluto, tutta ori, specchi e vessilli militari. Se l’arte imita la vita, il suo Studio Ovale sembra un manifesto: più monarchia che repubblica, più Versailles che Filadelfia. Forse per Trump è un modo di ribadire chi comanda. O magari è semplice nostalgia di Mar-a-Lago. Ma la domanda resta: quanta doratura può reggere la democrazia americana prima di essere schiacciata da un’ondata di kitsch-senza-ritorno? Forse il limite è già stato superato.