
di Marco Gervasoni (huffingtonpost.it, 13 novembre 2025)
«Le rock star sono fasciste. Adolf Hitler è stato una delle prime rock star. Guardate alcuni dei suoi film e vedete come si muoveva. Penso che fosse bravo quanto Jagger. È sbalorditivo. E ragazzi, quando saliva su quel palco, si faceva notare». Il lettore si chiederà chi abbia mai proferito considerazioni così demenziali.
Se un parlamentare dell’AfD, oppure Nick Fuentes, il nuovo Charlie Kirk dei Maga, oppure un giovane di Gioventù Nazionale al terzo spritz. Nessuno dei tre: sono parole di uno dei più grandi musicisti – non solo rock – della seconda metà del secolo scorso e dei primi di questo: David Bowie, in un’intervista a Playboy del 1976. Bowie, che allora si faceva chiamare “il Duca Bianco”, aveva appena pubblicato uno dei suoi capolavori, l’album Station to Station, e si apprestava a muoversi a Berlino per produrne altri due negli anni successivi, Low e Heroes.
Giunto a Londra nell’estate 1976, dopo un esilio americano autoimpostosi, capelli corti biondo platino ben pettinati, riga al centro, pallore cadaverico e gelidi occhi azzurri, vestito totalmente di nero, rispose alla folla con il braccio destro teso, meglio noto come saluto romano, anche se nel Regno Unito (e ovunque) è considerato un simbolo del fascismo tedesco, cioè del nazismo. Non pago, nello stesso periodo Bowie affermava che il Regno Unito aveva bisogno di un “nuovo Hitler”, e al governo sedevano i laburisti. Nessuno, a parte qualcuno dopo il terzo Negroni a stomaco vuoto, potrebbe davvero pensare che Bowie fosse nazista o simpatizzante per il National Front, il principale partito neofascista e di estrema destra inglese di quel periodo: basta leggere i testi dei pezzi degli album citati, ma soprattutto ascoltarne la musica.
Poco tempo dopo, Bowie si scusò per queste affermazioni, adducendo che era il periodo in cui per anni non era stato sobrio neppure un giorno. E con sobrietà Bowie non si riferiva tanto all’alcol, quanto ad acidi, anfetamine ed eroina: ciò non gli impedì di comporre, suonare, cantare e arrangiare album tra i più innovativi e con maggiore influenza nella storia del rock. Ma poi Bowie – che negli anni Ottanta sostenne pubblicamente i laburisti, definendosi anche socialista (senza il suffisso “nazional”) –, persona di rara intelligenza e cultura in quell’ambiente, spiegava che la sua fascinazione di allora riguardava i simboli nazisti, in particolare per il ricorso al mito.
Ed è da qui che parte l’indagine del giornalista Daniel Rachel, da cui sono tratti anche gli aneddoti appena citati (This Ain’t Rock ‘n’ Roll: Pop Music, the Swastika and the Third Reich, White Rabbit). Esperto di rock e soprattutto dei suoi rapporti con la politica (aveva già pubblicato, nel 2016, un interessante volume sul rock anti Margaret Thatcher, Walls Come Tumbling Down: The music and politics of Rock Against Racism, 2 Tone and Red Wedge, Picador), Rachel si chiede come i simboli nazisti, la svastica soprattutto e la figura di Hitler, essa stessa intesa come simbolo, ricorrano così spesso nel rock. E la storia non comincia con Bowie, ma addirittura con i Beatles. Agli inizi, i “Favolosi Quattro” suonarono in Germania, ad Amburgo in modo particolare, dove John Lennon faceva incetta di memorabilia nazisti. Amava poi deridere e umiliare il loro manager, Brian Epstein, perché gay ma soprattutto perché ebreo.
Nella copertina leggendaria di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, Lennon volle che apparisse, tra mille figure, pure quella di Hitler. Il nome dei Beatles era talmente associato all’antisemitismo che alcune organizzazioni ebraiche inglesi protestarono, con denunce invero assurde, contro Hey Jude (scritta in realtà solo da Paul McCartney) accusandoli di riferirsi non a un ragazzo chiamato Jude ma agli ebrei (“Juden” in Tedesco). Ed era un pezzo uscito nell’agosto del 1968, quando i Beatles stavano lavorando al cosiddetto White Album, che sarebbe apparso nel mese di novembre, il più politico dei loro lavori, con in particolare Revolution, composta in realtà proprio da Lennon. E non intendevano certo riferirsi, come tutti sanno, alla rivoluzione fascista…
Non sfuggivano però neppure i Rolling Stones: Brian Jones si fece fotografare per la copertina di una rivista con la divisa da SS, mentre qualche anno dopo Mick Jagger e sua moglie Bianca posarono nientemeno che per Leni Riefenstahl. E anche qui, con i saluti romani, cioè nazisti, non si risparmiavano di tanto in tanto Ringo Starr, ma soprattutto il batterista degli Who, il grandissimo Keith Moon, anche lui vestito da SS quando capitava.
Non sfuggirono poi neanche i punk: il bassista dei Sex Pistols, Sid Vicious, indossava spesso magliette svasticate, mentre il movimento post punk e dark flirtava con i simboli del nazismo, come Siouxsie and the Banshees e soprattutto i Joy Division, il cui nome era ispirato alle prostitute destinate ai nazisti nei campi di concentramento e di sterminio, e il cui leader, Ian Curtis, anche lui, indossava divise naziste e sfoggiava un look da skinhead. C’era poi tutto il filone satanista, iniziato con i Black Sabbath e proseguito con l’heavy metal e soprattutto con il dark metal scandinavo degli anni Ottanta e Novanta: una band come i norvegesi Mayhem, una delle più importanti e innovative di quello stile, invocava assai spesso i temi nazional-socialisti, anche se il cantante e autore dei testi, il cui nome d’arte era Dead, si definiva un hitleriano stalinista o uno stalinista hitleriano.
E questi sono solo i casi più noti, ma Rachel ne racconta ben altri. Semmai, l’autore è parco nel cercare spiegazioni a questa fascinazione nei confronti del nazismo presente nella controcultura rock, punk, metal, new wave ecc. Ci vorrei provare molto sinteticamente qui. L’uso delle droghe va tenuto in considerazione. Molte delle figure citate sono morte suicide o per overdose, erano caratterizzate più o meno tutte da una importante fragilità mentale e tutte, nessuno escluso, facevano ricorso continuo a massicce quantità di stupefacenti. Non bisogna infatti mai prendere troppo sul serio le prese di posizione degli artisti, e dei musicisti rock in modo particolare.
Un’altra spiegazione la fornisce il grande e insospettabile songwriter trotzkista Billy Bragg nella prefazione al libro di Rachel: le citazioni naziste, scrive Bragg, erano delle parodie provocatorie, perché, soprattutto per la generazione dei Lennon (che ricordava le bombe tedesche sulla sua casa) si poteva e si doveva ridere di Hitler. In realtà, andrei ancora più a fondo: nelle culture underground del proletariato e del sottoproletariato inglese, da cui molti musicisti rock venivano, il nazismo, o meglio i suoi simboli erano assurti al ruolo di gesto di ribellione antisistema, soprattutto laddove, come nel Regno Unito o nei Paesi scandinavi, governavano i socialisti.
Il terzo tipo di spiegazione è invece psicologico: il fascismo, e quello tedesco in particolare, più che una ideologia è una patologia psichica della modernità e della tarda modernità che prende a pretesto le forme politiche ma che, in realtà, interpella e chiama a sé le parti più oscure dell’Es. Anche le pulsioni erotiche, soprattutto quelle sadico-anali, molto presenti non a caso nella controcultura rock e punk. Nessuno può veramente sfuggirvi, soprattutto se, come nel caso di larga parte dei musicisti rock di allora, si era in un’età più vicina ai venti che ai trenta, non si erano letti molti libri e si era costantemente sotto effetto delle droghe. Tant’è vero che nessuno di loro, né Lennon né Jagger né Bowie né Curtis, ha mai scritto pezzi da cui trapelasse l’ideologia fascista: anche perché questa non è, appunto, un’ideologia.