Con una falsa citazione l’algoritmo diventerà più famoso di noi

di Gilda Policastro (lastampa.it, 18 ottobre 2025)

Una delle pratiche che la Rete ha mutuato dalla cultura orale è il citazionismo approssimativo: non c’è quasi mai, nelle frasi che attribuiamo a qualcuno di noto e che diventano dei refrain nel discorso comune, una verifica puntuale della fonte o della forma esatta della citazione.

«Non si può scrivere poesia dopo Auschwitz», l’interdetto attribuito ad Adorno, era in realtà nell’originale: «Scrivere poesia dopo Auschwitz è barbarico», che non è esattamente la stessa cosa. Com’è scontato, la formulazione che si tramanda deve avere una sua natura icastica e memorabile, e una dizione semplice proprio per favorirne la diffusione. Nella caption di Instagram basta il richiamo sommario, non è la Rivista di Filologia. Eppure sarebbe assai più semplice per le nuove generazioni marcate dalle varie Y Z e via da capo con l’alfabeto rieducarsi allo scrupolo dell’attendibilità testuale proprio a partire dalle infinite scorciatoie che offrono i repertori digitali rispetto alla cultura analogica, fatta essenzialmente di saperi tramandati su carta, nelle biblioteche reali, luoghi inospiti di attese interminabili («sente di biblioteca», diceva Francesco De Sanctis dell’eruditissima cultura di Giacomo Leopardi).

Una delle frasi più citate della cultura massmediatica novecentesca è attribuita ad Andy Wharol, precursore dell’ultrapop virale: «In futuro», pare abbia detto non si sa esattamente dove né quando, «ogni persona sarà famosa in tutto il mondo per almeno quindici minuti». Naturalmente come tutte le frasi tràdite (e anche inevitabilmente tradìte) è paradossale, iperbolica, non suscettibile di verifica (sarebbe paradossale essa stessa, la richiesta di verifica rivolta a un paradosso). Alessandro Lolli se ne riappropria nel suo saggio sulla Storia della fama (uscito nei mesi scorsi per Effequ) e, propendendo per un’attribuzione effettivamente warholiana, la riadatta alla dimensione digitale con una curiosa diminutio: nel presente, ossia «nel tempo maturo dei social network, ogni persona è famosa per almeno altre quindici persone, per tutta la vita».

Negli Anni Zero, agli albori della cultura social, ci si sorprendeva di dover chiamare “amici” dei meri contatti. Si applicò il cosiddetto Indice di Dunbar al computo delle persone che nelle vite reali possiamo considerare tali e non andava molto oltre il centinaio, nei casi più fortunati. Lolli lo riconsidera nell’ottica della fama e della sua asimmetria: per essere famosi, occorre che siamo conosciuti (e magari riconosciuti per strada) da persone che non conosciamo e che però grazie ai media di massa conoscono il nostro volto, le nostre attività, i nostri gusti. O lo pretendono, con l’equivoco di una reale prossimità che non manca di deludere il follower nel «rituale di paraconoscenza» entro cui la celebrity poco se lo fila, in realtà: «il fan ama ma non è ricambiato».

Ci sono esempi contrari, di personaggi molto noti che si concedono con favore (almeno apparente) all’incontro con i veri artefici del successo. Ma anche in questo caso ci soccorre Giacomino: le masse sono ahinoi fatte di individui e se per una rock o popstar può essere galvanizzante trovarsi una folla di fronte a un concerto, è altrettanto atteso che l’incontro face to face possa risultare fastidioso, molesto, sgradito. Presi da soli, come follower, non siamo interessanti.

Sulla fama, che chiamava “gloria”, Leopardi scrisse una delle sue più belle operette, Il Parini, riflettendo come sempre anche un po’ su di sé. Le Operette morali una vera fama tra i contemporanei non la ebbero, o la ebbero prevalentemente negativa. E se i contemporanei non ci riconoscono, si domandava l’Autore, come faranno i posteri, dai quali saremo senz’altro più lontani? Il riconoscimento è al centro del discorso di Lolli sulla fama a partire da Giulio Cesare, che ebbe per primo l’idea di farsi stampare il volto sulle monete, per essere immediatamente identificato in ogni parte dell’Impero, come altrimenti non sarebbe accaduto.

Se i social primordiali garantivano l’anonimato, i nickname, e dunque l’indefessa attività di trollaggio, a un certo punto è stato obbligatorio darsi un nome e un volto. Ciascuno di noi si presenta con un profilo social che ha dati riconducibili all’anagrafe (e gusti intercettabili dal marketing, soprattutto). Resistono pochissimi fake, quasi invisibili e inoffensivi, per lo più (discorso a parte quello degli hater, ma occupiamoci solo della parte non psicotica della questione). È interessante la riduzione della fama di Lolli a un’entità numericamente irrisoria: come in tutte le formule a effetto, il dato materiale pone in risalto in modo obliquo un elemento veritativo non immediato, in questo caso l’inessenzialità, ma anche l’estrema volatilità della fama costruita esclusivamente su un flame virtuale, e dunque sull’alea (ma dovremmo dire l’algoritmo), più che sull’aura.

I poeti antichi volevano l’alloro, il content creator vuole i follower, la viralità, la possibilità di monetizzare il proprio capitale reputazionale. L’illusione della fama ridotta a conoscenza immediata è alla portata di tutti, ma dura pochissimo finanche nei casi eclatanti (il corsivo di Elisa Esposito, gli npc di Giuliana Florio, tra i casi eclatanti di “contenuti” che hanno repentinamente infiammato il Web e di cui il Web si è altrettanto rapidamente dimenticato). Quello che sconvolge sono proprio i numeri, la sproporzione tra i “veri” influencer (da nano a micro andando dal migliaio al milione di follower per i già famosi tipo Elisabetta Canalis o Giulia De Lellis, ma anche per gli sconosciuti emersi direttamente sui social da Sasy Cacciatore a Sara Penelope Robin alla giovanissima Patricia Stella, i cui reel di ibridazione tra Inglese e Napoletano si sono guadagnati un pacchetto importante di utenza) e i profili di personaggi più o meno noti in ambiti meno commerciali come ad esempio la scrittura, che solo ove personaggi anche televisivi sono riusciti a fidelizzare un pubblico consistente (Michela Murgia più di tutti, restando ancora incomparabilmente virale).

Per tutti gli altri, che cos’è la fama? Qual è il cambiamento paradigmatico che Lolli individua (ma con dei precedenti illustri come il Lovink dell’ormai ventennale Uncanny Network o il Lanier di Tu non sei un gadget)? La necessità di costruirci come personaggi, indipendentemente dal gradiente di fama. Quello che Lolli chiama il profilismo è un fenomeno esteso, pervasivo e tutto ancora da indagare. Tra le modalità di relazione introdotte dai social, in particolare da Twitter e poi da Facebook, c’è quella dell’intervista permanente: ciascuno di noi, ogni mattina, apre la bacheca e rilascia una dichiarazione come a un microfono inesistente, per un pubblico che spontaneamente può o meno radunarsi (in realtà eterodiretto dell’algoritmo) sotto ai post di interesse.

La nuova frustrazione dell’uomo digitale è il computo del consenso, come nell’episodio di una delle prime stagioni di Black Mirror sui 15 Million Merits (punti capitale per procedere nel videogioco “reale”) che in pochi anni è passato dall’essere distopico a desueto. L’accelerazione di quest’ultimo decennio è stata davvero impressionante: nel calderone social c’è tra i nostri contatti tanto il semianalfabeta digitale quanto l’informatico internazionale ed entrambi hanno pari opportunità di conquistarsi la fama di massa di cui parla Lolli (un migliaio di contatti almeno teorici sono oramai il minimo sindacale per chiunque abbia un profilo social).

Il discorso della presa di parola, la struttura a-gerarchica e asimmetrica della comunicazione e della conversazione, il modo informale e non documentato di esprimersi su qualunque argomento, dai vaccini all’ultima guerra, il margine molto più ampio per l’errore, la totale assenza di verifica delle fonti sono problemi secondari: la social validation del like è ben più forte della reputazione tradizionale, legata a uno status inteso in senso classico e dipendente da meriti e talenti più o meno certificati. I like, a differenza di quel che diceva dei voti Giulio Andreotti, non si pesano ma si contano, con l’effetto di quell’«applauso dilatato», così lo descrive Lolli, «che scroscia lungo le ore, i giorni, le settimane e poi si accumula in un numerino ben visibile a tutte le altre persone».

Con l’esito per i più “adatti” (non più considerati come mitomani che si credono Napoleone) di provare l’ebbrezza della celebrità, nel nuovo modo in cui lo consentono e lo garantiscono i social. Ma, soprattutto, di cambiare le relazioni sociali, stravolgendone codici, canoni, linguaggio, priorità, finalità estetiche: «produciamo contenuti sapendo che saranno visti e saranno visti nel loro essere visti». Anche il saggio di Lolli, come l’episodio di Black Mirror, rischia però di diventare precocemente desueto, specie per le conclusioni sull’AI, i cui processi di addestramento nella direzione creativa procedono molto più spediti di quanto non avremmo pensato e voluto: un bot ci seppellirà anche di fama e poco importa se non saprà a chi attribuire, o lo farà con la solita approssimazione, la citazione annessa della risata.

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