
di Angelo Bruscino (huffingtonpost.it, 24 luglio 2026)
È curioso come l’ultimo video di Roberto Vannacci – costruito con l’Intelligenza Artificiale, ma perfettamente allineato alla sua estetica muscolare – venga salutato come una novità, quando in realtà è solo l’ennesima tappa di una lunga deriva: un prodotto violento, aggressivo, calibrato per parlare alla pancia degli elettori.
Nello stile di Donald Trump certo, ma soprattutto figlio di una trasformazione che ha dissolto la politica come attività riflessiva, quella dei politici di professione che discutevano nelle sezione e sui giornali delle élite, per sostituirla con il politainment, dove l’obiettivo non è più convincere ma intrattenere, non è più argomentare ma appassionare, non è più costruire consenso ma dividere il pubblico in tifoserie. È la società dello spettacolo preconizzata nel Sessantotto da Guy Debord che incontra la campagna elettorale permanente e la fine delle grandi narrazioni politiche: i partiti non sono più agenzie di socializzazione, ma brand emotivi, attaccati a leader, che non sono più mediatori, ma performer; gli elettori non sono più cittadini, ma pubblico.
E mentre la politica diventava spettacolo, l’informazione diventava infotainment: si è passati dall’analisi all’azzuffata, dal ragionamento al litigio, dal confronto alla rissa. Il corto circuito definitivo sono stati i social e la attention economy, cioè la pratica d’informarsi attraverso piattaforme progettate per intrattenere, non per informare. E sì, una responsabilità ce l’hanno anche i giornalisti che hanno ceduto alla logica dell’infotainment, trasformando il dibattito pubblico in una gara d’indignazioni. In questo contesto, il video di Vannacci è orripilante, certo, ma non è un incidente: è la conseguenza naturale di strumenti comunicativi che usano tutti, anche quelli che oggi gridano al pericolo eversivo o alla difesa della democrazia.
Perché il crinale è sempre lo stesso: l’appello alle emozioni, alle paure, alle indignazioni, a prescindere dalla piattaforma politica. Lo abbiamo visto con il populismo del Movimento 5 Stelle: una demagogia che si presentava come ambientalista e democratico ma che dimostrava che il problema non è il contenuto del populismo, bensì il populismo in sé. Perché il populismo di sinistra che indigna “contro i poteri forti” spiana la strada anche ai discorsi di destra ed eversivi. Lo scudo cognitivo è la comunicazione ragionata, non la polarizzazione che esalta le “camere d’eco”, dove i follower interiorizzano una visione manichea della società.
Come se ne esce? Servirebbe un patto fra gentiluomini: tutti i partiti – e tutti i talk show – dovrebbero rinunciare a inzolfare le loro fan base, smettere di usare piattaforme informative proxy che fanno il lavoro (ancora più) sporco, abbandonare la logica del like come bussola morale. I giornalisti dovrebbero pretendere conferenze stampa, non rilanciare video cesaristici dove i politici dicono quello che vogliono senza contraddittorio. Il ruolo dei professionisti dell’informazione è fondamentale e se ne sente la mancanza.
Perché molti giornalisti tradizionali non hanno saputo rispondere alle sfide delle nuove tecnologie. E pontificare da quotidiani che nessuno legge non può essere l’antidoto. Oggi molti partiti hanno smesso di affidare la comunicazione a giornalisti che rispondono a un ordine professionale, preferendo “maghi dei social” che rispondono solo all’algoritmo, anche quando questo significa peggiorare il clima politico. E allora sì, ne possiamo parlare: perché se il video di Vannacci è un sintomo, la malattia è un sistema politico-mediatico che ha smesso di credere nella ragione e ha iniziato a credere solo nell’engagement.