
di Pietro Salvatori (huffingtonpost.it, 17 agosto 2025)
[…] Ho iniziato a vedere The Boys nel 2020. Non sono il tipo che ama i film sui supereroi, alla The Avengers e dintorni per capirci. Però per l’ennesima volta Amazon Prime mi accoglieva con un bannerone in apertura di app sull’ultima formidabile produzione interna, e ho ceduto alle leggi del marketing.
Già, perché The Boys di quello parla, di supereroi. Ma lo fa in modo del tutto peculiare. Nota bene: da qui in poi eviterò spoiler che possano inficiare la visione complessiva della serie, ma necessariamente su qualche dettaglio specifico mi soffermerò. Siete avvertiti.
Nell’universo di The Boys i supereroi sono delle star che vivono tra noi. Uomini e donne che nascono con superpoteri, hanno una loro associazione di categoria, rapporti con le istituzioni, con il governo. E che sono delle star. Vivono in palazzi di lusso, sono adorati dai fan, la sera la Polizia gli chiede di dargli una mano con quella banda di narcos e la mattina si teletrasportano a Hollywood per la conferenza stampa sull’ultimo film che li vede protagonisti, o a New York per inaugurare il negozio di vestiti alla moda previo pagamento di un lauto cachet.
I supereroi sono in mezzo a noi e sono super potenti. Ma non solo perché hanno poteri straordinari dei quali possono disporre mentre noi comuni mortali abbiamo il fiatone dopo due piani di scale. Sono super potenti a livello politico, sociale, culturale. Influenzano, se non plasmano, i rapporti sociali che li circondano e hanno un impatto notevole sugli assetti politici e istituzionali del Paese in cui vivono (Rispondono solo alla loro società/sindacato, o hanno doveri nei confronti del governo? Sono portati in tribunale se commettono un delitto – e se non si vogliono presentare, chi li può fermare? – o devono godere di una certa indulgenza, se non dell’immunità? Eccetera eccetera). È come se nella nostra società calaste delle persone con super poteri, e se queste persone approfittassero in un certo qual modo di essere più uguali degli altri per perseguire il proprio interesse e il proprio tornaconto.
Ovviamente si creano delle dinamiche di potere anche all’interno della comunità dei supereroi. Al vertice dell’azienda che gestisce i super-dotati c’è una specie di Consiglio di sette saggi (bizzarri, disfunzionali e tracotanti), e al vertice dei sette saggi c’è il capo: Homelander, nella sua versione originale, Patriota in quella italiana. Homelander è il capo della baracca non per qualità specifiche o per un voto democratico, né per un’attenta selezione da parte dei reclutatori della società che gestisce i supereroi. Semplicemente, è il più forte di tutti. Sembra indistruttibile, vola alla velocità della luce, ma soprattutto può sparare raggi laser dagli occhi a piacimento. È praticamente invincibile.
Quando ho iniziato a vedere la serie, nel 2020, non ne sapevo nulla. Non avevo idea della trama, di che cosa parlasse, non avevo letto nulla prima (Bravi Prime! Ottima pubblicità, con me ha funzionato). Sarà perché per lavoro mi occupo di quel che sapete, ma fin da subito ho pensato che potesse essere una perfetta critica allegorica di Donald Trump e dell’America. Homelander va sempre in giro con un costume di scena con i colori della bandiera americana, il marketing e il merchandising a lui legato nella serie ha continui e ossessivi riferimenti a un patriottismo di plastica e posticcio, di cui lui stesso in privato se ne infischia. Patriota esercita il suo potere in modo arbitrario e fazioso, si muove per intuizioni randomiche, senza un piano prestabilito, solo per cercare di massimizzare il proprio tornaconto del momento. E non è affatto brillante. La sua personalità è un misto di ansie e perversioni che cerca di mascherare e controllare, e tutti in fin dei conti fanno quello che vuole per timore del potere che esercita.
Ecco, essendo uscita nel 2019 negli Stati Uniti, nel pieno del primo mandato di Donald Trump, ho pensato che in fin dei conti potesse essere una straordinaria allegoria della gestione del potere del quarantacinquesimo presidente d’America. Però avevo sempre il lodo De Niro a frenarmi. Ho scoperto il lodo De Niro nel lontano 2006. Andai con un po’ di colleghi in un noto hotel di Roma. Eravamo stati a vedere The Good Shepherd, il secondo e per ora ultimo film girato [da regista – N.d.C.] dalla leggenda di Hollywood (non un granché, a mio modesto parere) e De Niro ci aspettava per la conferenza stampa di rito. A un certo punto, un collega si alza e inizia a fare una lunghissima domanda. Non ricordo chi fosse, e nemmeno il contenuto specifico del quesito. La sostanza è che il collega aveva visto una scena del film e aveva elaborato una sua personalissima interpretazione. Ha raccontato questa interpretazione a De Niro, e alla fine ha cercato da lui conferme: «Ha girato così questa scena per questo motivo? Ci voleva trasmettere la metafora che ho descritto?».
De Niro era dietro a un tavolo, si sporgeva leggermente alla sua sinistra, con il traduttore che gli parlava all’orecchio, l’angolo della bocca piegato all’ingiù in quella tipica espressione che è un suo marchio di fabbrica sul grande schermo. Tra la fine della domanda e la fine della traduzione passano alcuni secondi, il vuoto assoluto dopo una domanda insolitamente lunga, l’attesa per la risposta. Il traduttore finisce, De Niro si raddrizza, l’angolo della bocca all’ingiù non risale nemmeno di mezzo grado, e poi fa: «No, nessuna metafora, l’ho girata così perché mi piaceva. Prossima domanda?». De Niro non ha gli occhi laser ma in quel momento è come se li avesse avuti, un gigante della storia del cinema che polverizza con un angolo della bocca all’ingiù le tue elucubrazioni da teorico della profondità di campo e tu muto, e con te tutti gli altri, che da quel momento in poi limitarono di molto la complessità delle restanti domande sul film.
Insomma, io vedevo analogie tra Homelander e Trump ma avevo sempre il lodo De Niro come clausola di sicurezza per i miei voli pindarici. Poi nel 2022 l’ideatore della serie, Eric Kripke, ha rilasciato un’intervista a Rolling Stones, spazzando via il lodo De Niro. «Sì, il protagonista di The Boys dovrebbe essere Donald Trump», titolava. «La rappresentazione quasi nichilista che fa The Boys di un pubblico deluso, che tifa per una classe d’élite onnipotente cui non importa nulla di lui, sembra quasi un documentario, seppur con superpoteri, eviscerazioni e stranezze sessuali», scriveva la rivista Made in Usa.
E dunque sì, per davvero l’analogia che avevo intravisto aveva qualche fondamento, non me l’ero solo immaginata. La risposta di Kripke diede la stura a una serie infinita di polemiche. Il pubblico Maga, che fino a quel momento non aveva seguito granché la serie, iniziò a bombardarla di critiche. «Una serie woke» è stata bollata, «una squallida propaganda». Persino la comparsa di una nuova super intelligente eroina interpretata da un’attrice afroamericana è stata bollata come un cedimento al politicamente corretto, figuriamoci la rivelazione dell’omosessualità (o forse sarebbe meglio dire della bisessualità) di uno dei personaggi.
Ma a livello di simboli narrativi, The Boys ha iniziato a influenzare lo stesso mondo Maga. Non so se avete presente tutte quelle immagini di Trump, Elon Musk e anche Joe Biden con gli occhi laser. Ecco, quelle derivano direttamente dagli occhi laser di Homelander, il protagonista della serie. Qualche tempo fa ci siamo occupati su Occam del movimento chiamato Dark Maga, una corrente estremista della base trumpiana che spinge per una svolta autoritaria in pieno stile The Boys. Ecco, quella puntata aveva il titolo Trump con gli occhi laser, proprio perché l’intera estetica della parte più reazionaria del trumpismo è di derivazione diretta proprio da The Boys.
Due anni dopo, nel 2024, parlando a The Hollywood Reporter, Kripke è andato oltre: «Improvvisamente ci siamo ritrovati a raccontare una storia sull’intersezione tra celebrità e autoritarismo e su come i social media e l’intrattenimento vengano usati per vendere il fascismo. Eravamo proprio nell’occhio del ciclone. E una volta capito questo, ho sentito il dovere di correre in quella direzione il più possibile». E Kripke ha effettivamente corso. Mentre nelle prime tre stagioni l’allegoria è evidente ma i riferimenti diretti all’attualità non sono così specifici, la quarta e (per ora) ultima è un tripudio di personaggi complottisti che inondano reti televisive che richiamano chiaramente Fox News e baciano la pantofola del potere, venendone cooptati (Qui il trailer della quarta, sanguinosissima stagione. Non ci sono troppi spoiler ma… vabbè, ci siamo capiti).
Senza scendere troppo nello specifico, i supereroi cattivi (e ce ne sono molti) brandiscono una retorica mutuata dalle teorie del complotto di QAnon, tra estremismo religioso, richiami reazionari alla volontà di Gesù e simili, riferimenti ai rapimenti di bambini, al deep state, alla cricca di nemici che trama segretamente per instaurare una dittatura mondiale dalla quale solo Homelander ci può salvare. Nell’ultima stagione viene introdotta una nuova accolita alla corte di Homelander, un’integralista cristiana che è anche un’influencer dal nome Misty Tucker Gray (proprio come Tucker Carlson, influencer tra i più noti dell’estrema destra Maga, ma anche come le iniziali di Marjorie Taylor Greene, la deputata più complottista del Partito Repubblicano), conosciuta come Firecracker, letteralmente Petardo, anche se è un personaggio femminile. Il suo slogan è «Gesù, armi, bambini», realmente usato da Kandiss Taylor, governatore della Georgia dalle posizioni spesso estremiste e oltranziste.
Dopo l’elezione del presidente degli Stati Uniti (non dirò di più per non spoilerare troppo), Firecracker si presenta al suo pubblico e gli rivolge un accorato discorso, un condensato di retorica trumpista e cospirazionista: «Oggi ci svegliamo in un mondo nuovo. Dove la speranza, la purezza e l’amore di Gesù risplendono su tutti noi. Dove i bambini possono dormire sonni tranquilli tra le braccia delle loro madri, sapendo che il piano pedofilo di Starlight [supereroina “democratica” – N.d.R.] è stato sventato! Dove l’America finalmente vede la mafia woke per quello che è: mostri che vogliono distruggere la nostra eredità, trafficare i nostri bambini e femminilizzare i nostri uomini! Dove, con la guida di Homelander ci ritroveremo tutti uniti. Renderemo l’America di nuovo forte. Di nuovo orgogliosa… E soprattutto, renderemo l’America di nuovo super. Make America Super Again». Vi ricorda qualcosa?