Kimmel, Cooper, Colbert e gli altri: giro di vite sui nemici di Trump

Cbs

di Martino Mazzonis (huffingtonpost.it, 18 febbraio 2026)

In principio fu Jimmy Kimmel, poi vennero tutti gli altri. Le pressioni sul mondo dell’informazione da parte dell’amministrazione Trump e dei suoi alleati, spesso miliardari e padroni di media, si fanno asfissianti. Sembra passato molto tempo, ma sono passati pochi mesi.

All’epoca lo show venne sospeso dopo che nel monologo con cui Kimmel apre sempre la sua trasmissione aveva criticato la reazione del mondo trumpiano all’assassinio di Charlie Kirk, con i Maga che parlavano di estremisti antifa, mentre non è affatto chiaro cosa abbia indotto Tyler Robinson a uccidere. Il monologo di Kimmel scatenò una reazione furibonda da parte dei conservatori Usa e dell’amministrazione che, dopo la morte di Kirk, promisero di perseguire come hate speech (discorso d’odio) chiunque ne avesse criticato le posizioni. Brendan Carr, capo della Federal Communications Commission (Fcc), minacciò azioni punitive contro Abc, Disney e le tv locali affiliate alla Abc se queste non avessero preso provvedimenti. La censura a Kimmel da parte del mondo Maga produsse, a sua volta, tali proteste che Abc e Disney decisero di far riprendere la trasmissione.

Sei mesi dopo, i rapporti tra il mondo dell’informazione e il mondo Maga non vanno meglio. L’elenco è lungo e lo vedremo, ma le notizie recenti sono due: Anderson Cooper, volto stranoto di Cnn e Cbs, lascia la seconda emittente; Stephen Colbert, il cui Late night show, di cui Cbs sospenderà le trasmissioni a fine stagione, ha invece aperto la sua trasmissione spiegando di essere vittima di censura. A Colbert era stato impedito di ospitare James Talarico, giovane speranza dei democratici nel repubblicano Texas, religiosissimo ma non moderato in termini di politiche (“Nei Vangeli e nella Bibbia non si parla di aborto o omosessuali, ma di amare il prossimo”).

Cooper nel dire addio a 60 Minutes, la trasmissione politica di punta di Cbs, parla di voler stare più tempo con i figli. Ma a pochi è sfuggito il legame tra il suo addio e l’arrivo da qualche mese a Cbs News di Bari Weiss, già direttrice di The Free Press, un sito che confeziona conservatorismo trumpiano in forma digeribile per un pubblico non avvezzo ai toni brutali di certi podcaster. Il sito ha un buon successo, ed è stato comprato da Paramount. Priva di esperienza televisiva, Weiss è stata assoldata dal nuovo proprietario della Paramount, David Ellison, figlio di Larry, multimiliardario padrone di Oracle e gran sostenitore del presidente. I precedenti proprietari della Paramount avevano pagato sedici milioni di dollari per chiudere una causa intentata da Trump per come 60 Minutes aveva montato un’intervista a Kamala Harris.

L’arrivo di Weiss ha contribuito a spianare la strada all’approvazione da parte dell’amministrazione Trump all’acquisizione di Warner Bros. La fusione è ancora in aria per ragioni legate alla qualità dell’offerta di Paramount, ma andrà segnalato che Cnn è proprietà della Warner e se l’affare andasse in porto Ellison controllerebbe anche quella. Tra le scelte fatte da Weiss in questi mesi c’è l’aver bloccato la messa in onda di un reportage dal Cecot, la peggiore prigione salvadoregna, dove sono state spedite anche persone espulse dagli Usa pur non avendo commesso reati. Le proteste interne sono state tali che, dopo un paio di settimane, il servizio è andato in onda. Resta il cambio di direzione della testata e la scelta d’imbarcare opinionisti conservatori per una tv considerata tradizionalmente liberal e in difficoltà come tutte le altre a causa del successo dello streaming in ogni sua forma.

La censura a Cooper e Talarico ha una forma diversa. Come abbiamo visto a intervenire è stata la Fcc, o meglio la solerzia degli avvocati di Cbs che hanno chiamato il conduttore per dirgli che l’ospite avrebbe violato le norme della par condicio statunitense sulla base di un nuovo regolamento emanato dalla commissione. L’Fcc è guidata da Brendan Carr, che tra le cose fatte nella vita vanta la collaborazione a Project 2025, il programma elettorale ultraconservatore redatto dalla Heritage Foundation per la legislatura in corso. La norma impone alle emittenti di concedere lo stesso tempo ai candidati per la stessa carica. Esistono però molte eccezioni per la copertura delle notizie, e queste vengono per tradizione applicate anche ai talk show.

Una nota della Fcc pubblicata di recente ha però spiegato che troppe interviste non sono in buona fede ma partigiane, e dunque la norma non si applica se non dopo aver chiesto una sorta di certificazione dalla Fcc. Il mese scorso Carr è stato più diretto durante una conferenza stampa: «Se sei fake news non avrai l’esenzione». Chi stabilisce cosa sia vero o falso non è chiaro, ma la trasmissione The View della Abc è sotto inchiesta per aver intervistato lo stesso Talarico, che non ha ancora vinto le primarie del suo partito per il seggio senatoriale del Texas ma, evidentemente, è visto come un pericolo dai repubblicani. Segnaliamo che la par condicio non vale per le trasmissioni in streaming, le talk radio o i podcast, che sono i media più seguiti dal mondo conservatore. Di questo buco legislativo, a dire il vero, ha approfittato anche Stephen Colbert, che ha intervistato lo stesso Talarico e ha pubblicato l’intervista su YouTube.

Nelle scorse settimane ne abbiamo viste altre. Don Lemon, già volto di punta di Cnn e ora freelance, è stato arrestato mentre seguiva una protesta anti Ice all’interno di una chiesa. Difficile non sapere chi fosse. L’Fbi ha perquisito la casa di Hannah Natanson, giornalista del Washington Post cui sono stati sequestrati anche telefoni e computer. Natanson scrive spesso di governo federale, e ha molte fonti critiche di Trump nell’apparato dello Stato.

A proposito di miliardari e media – e senza scomodare Elon Musk e l’algoritmo di X, evidentemente tarato per diffondere spazzatura razzista più di ogni altra cosa –, il Washington Post di proprietà del padrone di Amazon Jeff Bezos ha annunciato il licenziamento in tronco di un terzo della forza lavoro giornalistica (circa quattrocento persone). Il management ha convocato una riunione su Zoom nella quale ha annunciato che in serata tutti avrebbero ricevuto un’email e scoperto se l’indomani avrebbero avuto ancora il loro lavoro. L’inviata in Ucraina ha ricevuto la lettera di licenziamento in zona di guerra. Quando è stato rilevato, il Post era in crisi e gli investimenti di Bezos l’hanno fatto tornare in attivo. Com’è normale e giusto che sia, negli anni del primo Trump e di Biden, il miliardario non è intervenuto sulla linea editoriale.

Poi, con la svolta Maga di tutto il mondo Big Tech, Bezos ha cambiato idea, impedendo alla direzione di pubblicare l’editoriale che invitava a votare Kamala Harris – i grandi giornali Usa pubblicano sempre un editoriale non firmato che spiega perché un candidato presidente è meglio dell’altro e il Post l’aveva sempre fatto. Dopo quell’intervento a gamba tesa e l’annuncio che le opinioni del giornale si sarebbero concentrate a sostenere le «libertà personali e il libero mercato» e che gli articoli contrari a questa linea non sarebbero stati pubblicati, il Post ha perso 250mila abbonamenti. Altri deve averne persi dopo i licenziamenti di questi giorni, che renderanno il secondo quotidiano Usa molto meno capace di raccontare l’America e il mondo.

L’attacco di Trump a quelle che chiama fake news, insomma, non si limita agli insulti ai giornalisti che gli fanno domande normali, ma è qualcosa di ben più articolato. Sul sito della Casa Bianca c’è una pagina-gogna che denuncia le malefatte dei media, con tanto di tasto per le segnalazioni. A dare una mano, alcuni tra i più ricchi e potenti miliardari del Paese. Il paradosso è che la destra si lagnava di non poter parlare e dire la propria per colpa della cancel culture.

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