Trump contro Ue: il nuovo squarcio atlantico è sul digitale

freedom.gov

di Angela Mauro (huffingtonpost.it, 19 febbraio 2026)

Il 14 febbraio scorso, a Monaco, Marco Rubio ha sottolineato i legami degli Usa con l’Europa, senza arretrare sulla cultura Maga, strumento di battaglia anche anti-europeo per l’amministrazione Trump. Poco dopo, il Segretario di Stato americano volava in Ungheria a fare campagna elettorale per il sovranista Viktor Orbán, il nemico interno delle istituzioni di Bruxelles.

Segnali che potrebbero essere sufficienti a descrivere il quadro di una finta tregua tra Washington e Bruxelles dopo l’altissima tensione sulla Groenlandia. E invece no, all’orizzonte c’è un nuovo scontro, prontissimo a scoppiare: sul digitale. Al netto della guerra sui dazi, per ora congelata con l’accordo del luglio scorso molto favorevole agli Usa, sotto la cenere delle tensioni sulla Groenlandia, dove restano vive e mai sopite le mire espansioniste di Trump sull’isola artica, il tarlo del presidente americano è come annullare la legislazione europea che punta a mettere in riga le Big Tech per proteggere la democrazia, il pluralismo, i diritti. Nel mirino di Washington ci sono il Digital Markets Act e il Digital Services Act con cui Bruxelles ha finora colpito Elon Musk e la sua X, con una multa di centoventi milioni di euro, e avviato indagini su Google e Meta per presunte violazioni delle leggi sulla concorrenza e sulla sicurezza on line.

Secondo Reuters, il Dipartimento di Stato americano è pronto a passare alle vie di fatto. L’idea è sviluppare un portale on line per consentire a chi vive in Europa e altrove di visualizzare i contenuti vietati dai rispettivi governi, inclusi presunti discorsi d’odio e propaganda terroristica. Un modo per aggirare i divieti, certo. Ma soprattutto per screditare l’Unione Europea, additandola come centrale di censura contro chi non si allinea all’establishment di Bruxelles.

Un’impostazione chiarita da J.D. Vance l’anno scorso proprio alla conferenza di Monaco, dove il vice di Trump non fece mistero dei programmi della nuova amministrazione Usa per l’Ue, accusata di censura contro i partiti nazionalisti di destra, in sostanza i trumpiani d’Europa. Qualche settimana fa, proprio alla vigilia della conferenza di Monaco 2026, un report del Congresso intitolato The Foreign Censorship Threat, Part II, rinnovava l’atto di accusa all’Europa per l’«incursione senza precedenti nella libertà di parola americana», e quindi per violazione del Primo Emendamento della Costituzione.

Ad ogni modo, il nuovo sito sarà ospitato su freedom.gov, piattaforma che al momento mostra solo un work in progress, e dovrebbe avere anche una funzione di Vpn, rete privata virtuale per triangolare il traffico di un utente con gli Stati Uniti. L’attività sul sito non sarà tracciata. Il progetto è guidato dal sottosegretario per la Diplomazia pubblica e gli Affari pubblici Sarah Rogers, ma vi partecipa anche Edward Coristine, ex membro del Doge, il dipartimento taglia-costi guidato da Elon Musk nei primi mesi del nuovo mandato di Trump, ma anche collaboratore del National Design Studio, creato da Trump per abbellire i siti Web governativi.

Secondo alcune fonti, quest’anno Rubio si sarebbe dovuto presentare alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco con il progetto. Poi la presentazione è stata rimandata, forse per dare spazio a un discorso che molti in Europa hanno voluto descrivere come cauto e certo meno incendiario di quello bavarese di Vance. Un discorso che di fatto consente agli europei di tirare un respiro di sollievo, almeno in pubblico.

Nelle cancellerie in realtà prevale il timore di una nuova crisi con Trump. Anche per questo motivo oggi la Commissione Europea non ha voluto commentare il nuovo progetto statunitense. «Nessuna giurisdizione al mondo ha lezioni da dare all’Ue in materia di libertà di espressione», si limita a dire il portavoce Thomas Regnier. «Voglio essere molto chiara» aveva detto Ursula von der Leyen alla Conferenza di Monaco, «la nostra sovranità digitale è la nostra sovranità digitale. Abbiamo una lunga tradizione di libertà di parola. In realtà, l’Illuminismo è nato nel nostro Continente».

A Bruxelles la sensazione è che la vera e presunta tregua con Trump possa saltare presto proprio su questo dossier. Magari subito dopo il voto del Parlamento europeo che il 24 febbraio dovrebbe dare applicazione all’accordo sui dazi, dopo il rinvio scattato in protesta per il caso Groenlandia. Intanto, agli inizi di marzo, in città dovrebbe arrivare un alto funzionario del Dipartimento di Stato, anche per discutere di libertà di parola e regolamentazione digitale con i funzionari dell’Unione Europea.

«Nei prossimi mesi gli Stati Uniti ci attaccheranno, questo è certo, per la regolamentazione digitale», ha detto Emmanuel Macron la settimana scorsa in un’intervista a diverse testate giornalistiche europee. C’è anche il rischio che Washington reagisca con nuovi dazi, sono convinti a Parigi. Insieme allo spagnolo Pedro Sanchez, il presidente francese è tra i leader più attivi nel contrastare i giganti della Silicon Valley in applicazione dei regolamenti europei. La Francia è stata la prima ad avviare un iter per vietare i social ai minori di quindici anni, seguita poi dalla Spagna.

Oggi Macron parla di questi temi al summit sull’Intelligenza Artificiale in India: «Proteggere i nostri bambini e i nostri adolescenti è una questione di civiltà. Non c’è alcun motivo affinché vengano esposti on line a ciò che è legalmente vietato nel mondo reale», insiste il presidente francese. «Le nostre piattaforme, governi e regolatori devono lavorare insieme per fare di Internet e dei social network uno spazio sicuro». Anche l’India vorrebbe aderire all’iniziativa di vietare i sociali ai minorenni: «È una grande notizia che l’India aderisca a questa iniziativa per proteggere i bambini e gli adolescenti», dice Macron al premier Narendra Modi, che, tra l’altro, ha appena firmato un accordo commerciale con l’Ue, nell’ambito della strategia di diversificazione di von der Leyen in risposta alle pressioni Usa.

Da parte sua, Sanchez si è ritrovato in un corpo a corpo verbale con Musk, che lo ha attaccato insieme al leader della destra britannica Tommy Robinson: «Dovrebbe essere arrestato». In questo caso, il tema è la scelta spagnola di regolarizzare cinquecentomila migranti. «In meno di undici giorni abbiamo rilevato fino a tre milioni di immagini di deep fake con contenuti falsi di nudi su immagini di volti veri di bambini e bambine» replica il primo ministro spagnolo. «Non si può propagare questo tipo di violenza. Se tutto questo ha come risposta le repliche volgari e minaccianti di tecno-oligarchi, l’insicurezza è provocata proprio da questi magnati, che credono che il mondo sia loro e possono fare ciò che vogliono, attentando alla salute mentale dei nostri giovani».

Il premier spagnolo lavora per costruire quella che definisce «un’alleanza dentro e fuori la Spagna per una risposta comune che si condensa in una sola parola: responsabilità. Se si intercettano contenuti di violenza e odio, propagati da algoritmi programmati per diffonderli, qualcuno dovrà assumersi la responsabilità». Ma l’idea si scontra con i governi che non vogliono irritare Trump nemmeno su questo tema: l’Italia di Giorgia Meloni, in primis. E anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che, rispetto a Macron e Sanchez, mantiene un profilo basso con gli Usa, a parte la sua critica della cultura Maga sempre a Monaco. La prossima guerra con Washington è all’orizzonte, insieme alle immancabili divisioni interne all’Ue.

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