Venerdì sera, sul palco dell’Ariston, due donne si sono baciate. Non è durato molto, abbastanza, però, per sparire quasi subito dalla regia, un taglio, un altro piano, avanti. Come se qualcuno avesse avuto un riflesso condizionato più veloce del coraggio.
di Francesco Cundari (linkiesta.it, 24 febbraio 2026)
L’incipit è fenomenale, oltre Age e Scarpelli, oltre Sonego, oltre Flaiano: neppure i più grandi sceneggiatori della commedia all’italiana sono mai arrivati a concepire qualcosa di simile. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, che guarda in camera e attacca così, senza tanti preliminari: «Ho visto nei video la conferenza stampa di Carlo Conti su Sanremo e ha correttamente detto che Pucci era stato invitato senza pressione da parte di alcuno, per sua scelta…».
«Comportarsi da bulli aiuta nella vita, anche se ha un prezzo. Davanti ai bulli si tace, si sopporta o ci si inchina. Quasi mai, però[,] li si ama. Arrivano alla pancia. Non al cuore». È la chiusa del corsivo dell’altro ieri di Massimo Gramellini, forse articolo vincitore del premio “Capire meno il mondo” 2024, un anno nel quale c’è stata tesa competizione per il trofeo. Ma lunedì, davanti alla prima pagina del Corriere, ho avuto quel friccico che si ha di fronte alla vera incomunicabilità, ai capelli che fanno male, ai croccantini di Pavlov fuoriusciti dalla ciotola.
Sanremo è una forma di welfare comunicativo. Ogni anno garantisce due mesi di carro di visibilità su cui salire per avere il proprio titolo di giornale. Tre anni fa ne approfittarono le femministe dell’Instagram, quando Amadeus disse che la fidanzata di Valentino Rossi stava un passo indietro: poteva non approfittarne Matteo Salvini?