
di Pietro Salvatori (huffingtonpost.it, 25 giugno 2026)
Uno spettro si aggira per l’America e s’insinua in Europa. Ha un nome cupo ed evocativo: Illuminismo oscuro. È un nuovo modo di pensare la politica, un’ideologia, se preferite, sicuramente collocabile all’estrema destra ma che poco ha a che fare con ciò cui siamo abituati.
Teorizza che la massima libertà individuale si può esprimere solo in presenza di regimi autocratici, che le democrazie sono inutili se non dannose, che il capitalismo di relazione è una roba per deboli, per funzionare deve essere aggressivo, predatorio, che non bisogna mettere limiti allo sviluppo tecnologico e alle grandi corporazioni che lo governano. Un’ideologia elaborata interamente sul Web nel corso degli ultimi quindici anni, e che improvvisamente ha iniziato a spargersi nei corridoi della Casa Bianca, che le ha aperto le porte del mondo. Ne abbiamo parlato con Arnaud Miranda, professore di Scienze politiche a Sciences Po, autore di Illuminismo oscuro. Le origini del pensiero neoreazionario (Rizzoli), il primo studio complessivo su un cambiamento in corso che non avevamo visto arrivare.
Professor Miranda, vorrei iniziare con una domanda per aiutare i nostri lettori a capire di che cosa stiamo parlando: che cos’è l’Illuminismo oscuro?
«Il modo migliore per iniziare è probabilmente dire che si tratta di una costellazione ideologica nata intorno alla fine degli anni Duemila su Internet, attraverso gli scritti di alcuni blogger. Più precisamente, prende forma con il blog di un autore che può esserne considerato, in un certo senso, il fondatore: Curtis Yarvin».
Di che tipo di ideologia stiamo parlando?
«Di un’ideologia fondamentalmente anti-democratica e tipicamente reazionaria. I reazionari, a differenza dei conservatori, non vogliono semplicemente preservare valori morali o religiosi all’interno di un sistema democratico. Vogliono piuttosto smantellare il sistema democratico stesso. In questo senso sono rivoluzionari di destra, se possiamo usare questa espressione un po’ sgradevole. Credo che sia utile capirli così: sono ideologi di destra che vogliono un cambio di regime, una rivoluzione politica».
Non mi pare una novità. Intendo dire che da anni ci sono ideologi ed estremisti di destra che sognano un cambio di regime antidemocratico, e si arrovellano su come farlo.
«Ci sono due elementi specifici che aiutano a comprendere perché questa costellazione possa essere definita non reazionaria, ma neo-reazionaria. Il primo è l’eredità libertaria. La maggior parte di loro proviene da ambienti libertari e questo è piuttosto insolito se li confrontiamo con i movimenti reazionari tradizionali, soprattutto in Europa ma anche negli Stati Uniti. Il secondo elemento, forse ancora più importante, è che questi pensatori sono anche tecno-ottimisti. Alcuni sono perfino accelerazionisti. Vogliono deregolamentare il più possibile l’innovazione tecnologica e il capitalismo. Questo è piuttosto inusuale nella tradizione reazionaria e spiega perché il termine neo-reazionario sia appropriato».
Nel suo libro lei scrive che loro teorizzano l’avvento della monarchia assoluta in quanto la massima libertà individuale può realizzarsi sotto il governo di un autocrate. Non è un paradosso intellettuale?
«Per rispondere bisogna capire che tipo di libertari siano. Appartengono a una tradizione che potremmo chiamare paleo-libertaria, cioè una corrente che combina valori conservatori e pensiero libertario. Dunque già partono da una combinazione apparentemente sorprendente: libertà individuale e valori tradizionali. Con la neo-reazione questo paradosso viene intensificato. Il punto centrale è che considerano la democrazia il peggior regime possibile per la libertà. Dal loro punto di vista la democrazia è statalista, corrotta e ostile alla libertà. Una volta accettata questa premessa, la monarchia diventa più compatibile con la libertà rispetto alla democrazia».
In che cosa l’Illuminismo oscuro differisce, nelle sue caratteristiche fondamentali, dall’alt-right americana e più in generale dalle tradizioni dell’estrema destra americana ed europea?
«Questo è uno degli argomenti centrali del mio libro. Distinguo tre grandi correnti reazionarie emerse negli Stati Uniti dopo la fase neoconservatrice del Partito Repubblicano, in particolare durante gli anni di George W. Bush. Queste correnti nascono come reazione al fallimento delle guerre in Iraq e Afghanistan, ma anche alla vittoria di Barack Obama nel 2008. Per la parte più radicale del Partito Repubblicano si aprì una crisi e nacque la necessità di reinventare le basi ideologiche della destra americana. La prima, e la prima a imporsi, è stata l’alt-right».
Parliamo dell’alternative right, la destra alternativa, per dirlo in Italiano, considerata uno degli asset principali della coalizione che ha permesso a Donald Trump di essere eletto per la prima volta alla Casa Bianca, nel 2016.
«Sì, l’alt-right nasce dai blog suprematisti, è chiaramente collegata alla tradizione storica dell’estrema destra, ma riformulata per l’era di Internet e profondamente legata allo sviluppo dei social media. In sostanza, l’alt-right era un’ideologia suprematista che Steve Bannon trasformò in una retorica nazional-populista. Questa retorica opponeva “il vero popolo” — i cristiani bianchi americani — a due nemici: l’élite democratica corrotta e le popolazioni straniere, percepite come minaccia sostitutiva. Da qui nasce l’idea che solo un leader forte, capace di “hackerare” la democrazia, possa restituire voce al popolo. Questa fu una componente centrale della campagna del 2016».
La prima presidenza Trump si fondò sulle idee dell’alt-right?
«Non proprio. L’alt-right si dimostrò molto efficace come macchina elettorale, ma si rivelò assai meno efficace come ideologia di governo».
Perché?
«Mancavano gli intellettuali in grado di tradurre quel discorso in politiche concrete, l’infrastruttura ideologica era debole. Perciò l’alt-right fu, allo stesso tempo, un successo e un fallimento: potentissima nel conquistare il potere, molto debole nel governare. Successivamente, parti del trumpismo — in particolare figure come Peter Thiel — iniziarono a ripensarne le basi ideologiche. La domanda diventò: che cos’è il trumpismo dopo Trump?».
Possiamo dire che il fallimento dell’alt-right di governo ha portato alla nascita delle altre due correnti alle quali accennava? È questo che è diventato il trumpismo?
«È un fatto che a quel punto emersero il post-liberalismo e la neo-reazione. Il post-liberalismo è composto in larga parte da conservatori cristiani radicalizzati, spesso cattolici, come Adrian Vermeule e Patrick Deneen. Questi pensatori rigettano sempre di più la democrazia liberale e propongono una lettura non liberale della Costituzione americana: meno centrata sui diritti individuali e più sul bene comune, inteso in senso comunitario e religioso».
E poi la neo-reazione.
«Sì, la terza corrente è la neo-reazione, e quindi l’Illuminismo oscuro, nata nella Silicon Valley. L’idea di fondo è che la democrazia debba finire per massimizzare innovazione tecnologica ed efficienza politica. Curtis Yarvin lo esprime in modo molto chiaro: lo Stato dovrebbe essere gestito come una grande corporation. E il modo peggiore per gestire una corporation è farlo democraticamente. Un aspetto interessante è che J.D. Vance si colloca all’incrocio tra queste correnti: è legato a Thiel, che lo ha finanziato, ed è vicino ai neo-reazionari come Yarvin, ma anche ai pensatori post-liberali».
Stiamo assistendo a un cambio di paradigma? L’Illuminismo oscuro è destinato a fondersi con le idee reazionarie classiche, o potrebbe addirittura sostituirle?
«Credo che la sua ambizione sia sostituirle. La vera domanda è se ci riuscirà».
Lei che ne pensa?
«Non attribuirei troppo potere diretto a pensatori come Yarvin o Nick Land, teorico dell’accelerazionismo. Preferisco ragionare in termini di appropriazione delle loro idee da parte delle élite economiche e politiche. Se Yarvin è diventato influente, non è perché sia lo spin doctor di Trump. E difatti non lo è. È piuttosto perché attorno a figure come J.D. Vance, nella Casa Bianca e nelle élite trumpiane, alcuni attori si appropriano di queste idee, perché forniscono un’identità controculturale e un valore ideologico aggiunto. Aiutano, inoltre, a costruire l’impressione che sia in corso una vera rivoluzione politica. Direi, quindi, che la neo-reazione è soprattutto un sintomo. Il successo delle idee neo-reazionarie segnala l’emergere di qualcosa di più grande: una combinazione inedita di politica reazionaria ed élite tecnologiche. Potremmo chiamarla illiberalismo tecnologico».
Semplifico un po’, ma in Italia il dibattito è diviso sostanzialmente tra chi parla di un ritorno con nuove modalità e forme del fascismo e chi pensa che siamo davanti a qualcosa di completamente nuovo. Lei da che parte sta?
«Se la domanda è se esistano tratti fascisti in questa ideologia, la risposta è sì. Tuttavia non credo che il termine fascismo vada usato indiscriminatamente per descrivere l’intero fenomeno, perché esistono differenze importanti. Ci sono certamente echi del cosiddetto modernismo reazionario, ma la componente libertaria di questo movimento segna una differenza rilevante. Il fascismo aveva un rapporto complesso con lo Stato, ma non era libertario».
Dunque, quale concetto usare?
«Chiamarlo semplicemente fascismo non mi convince. Alcuni parlano di tecno-fascismo ma non mi persuade neppure questo termine, perché il fascismo possedeva già una dimensione tecnologica. Strategicamente, trovo più utile mettere in luce differenze, tensioni e contraddizioni interne. Se riduciamo tutto a un solo concetto, finiamo per rafforzare il fenomeno stesso. Il termine fascismo nasconde più cose di quante ne illumini».
In Italia e in Europa forse ricondurre alcune estreme destre a un’idea novecentesca di fascismo è meno riduttivo, anche se nuove forme peculiari di estremismo sono sempre più comuni. Ma l’Illuminismo oscuro, pur essendo nato negli Stati Uniti, si sta diffondendo anche in Europa?
«Per molto tempo è rimasto marginale anche negli Stati Uniti. Credo sia diventato molto più visibile nel novembre del 2024, con il Doge di Elon Musk, perché molti lo interpretarono come la realizzazione di un’idea di Yarvin. Nel 2025 la visibilità è aumentata ulteriormente, soprattutto dopo l’intervista di Curtis Yarvin al New York Times. Oggi, però, l’estrema destra europea si sta dividendo sul tema. Una parte lo considera entusiasmante e pensa che la destra debba diventare pro-tech. Un’altra resta scettica. In Francia alcuni sostengono che deregolamentare la tecnologia significherebbe semplicemente rafforzare le corporation americane, con un problema di sovranità».
L’ascesa delle idee neo-reazionarie e la svolta a destra di parte delle Big Tech sono fenomeni inseparabili?
«Direi di sì. Molti di questi attori condividono oggi una stessa narrazione sul mondo in cui viviamo. Vedono Stati Uniti e Cina come i due grandi imperi del XXI secolo. La Cina viene percepita come efficiente proprio perché non democratica. Da qui deriva l’idea che anche l’Occidente possa aver bisogno di una transizione parzialmente non democratica per diventare più efficiente e competitivo. Per questo ritengo che il fenomeno dell’illiberalismo tecnologico sia più importante del trumpismo stesso. E credo che gli sopravviverà».
Possiamo dire che senza Internet questa dottrina politica non sarebbe mai esistita?
«Sì, è probabilmente l’aspetto che mi ha interessato di più. Vengo dalla Storia delle idee politiche e non ero formato per studiare un oggetto del genere. Ero abituato a studiare dottrine attraverso testi canonici e autori istituzionalizzati. Qui non era così. Sono entrato in questo universo attraverso Nick Land, ex professore universitario. Ma quando ho scoperto questi blog sono rimasto spiazzato. Eppure ho dovuto riconoscere che lì si stava formando qualcosa di simile a una dottrina».
Una dottrina con tesi e ideologi di riferimento, con la differenza che si muovono fuori dall’accademia?
«Esiste un equivoco frequente: ridurre la neo-reazione all’ideologia di Curtis Yarvin. Yarvin ne è spesso considerato il fondatore, ma non necessariamente il principale teorico. Nel libro mostro che la neo-reazione diventa una dottrina coerente soprattutto dopo la pubblicazione della serie di saggi di Nick Land, The Dark Enlightenment, nel 2012. Nel 2013 si sviluppò una fase intensissima di dibattiti tra blog. Fu in quelle discussioni decentralizzate che emerse una dottrina minima condivisa. Questo è ciò che trovo più interessante. La maggior parte dei blogger scriveva sotto pseudonimo. Molti non si conoscevano personalmente. Eppure, attraverso il dialogo sul Web, costruirono una dottrina comune».
Mi viene da chiederle, non so se sia una provocazione: Trump sarebbe esistito senza il Web?
«Non credo che la risposta sia semplicemente no. Trump voleva diventare presidente da molto tempo. Ci sono fattori sociologici fondamentali — la classe media e medio-bassa bianca, l’elettorato evangelico — che spiegano il suo successo. Ma esiste anche una dimensione on line cruciale. L’attivismo digitale dell’alt-right ha aiutato Trump a vincere. Per dirla in modo semplice: Trump sarebbe esistito anche senza Internet, ma probabilmente non avrebbe vinto senza di esso».
L’Illuminismo oscuro è attualmente l’ideologia dominante del Partito Repubblicano?
«No, non lo credo. La considero la corrente più nuova e forse più interessante intellettualmente, ma non dominante. Vedo Trump come un contenitore ideologicamente vuoto. La sua forza sta proprio nel fatto che sembra non possedere un’ideologia coerente. Questo permette a correnti diverse di proiettarsi su di lui e usarlo come veicolo. Ogni fazione pensa che Trump stia aprendo la strada alla propria rivoluzione. Il trumpismo è quindi un aggregato ideologico. La neo-reazione non è dominante: è solo una componente».
Ma l’Illuminismo oscuro, a suo avviso, ha davvero il potenziale per trasformare le democrazie liberali in regimi autoritari?
«Non credo che siano le idee, da sole, a fare la storia. L’Illuminismo oscuro da solo non abbatterà la democrazia. Conta invece la trasformazione più ampia di cui questa ideologia è sintomo. È il segnale di un cambiamento politico ed economico profondo. Negli anni Novanta molte aziende tecnologiche vedevano la competizione come un bene. Il business era considerato qualcosa che poteva portare pace e prosperità. Quella visione si sta esaurendo. Oggi molti grandi attori tecnologici non hanno più una concezione liberale del capitalismo. Vedono il capitalismo come conquista, uno strumento per catturare risorse, infrastrutture e territori. Ed è esattamente questa la visione espressa dall’Illuminismo oscuro. Peter Thiel disse nel 2014 di non credere più in un capitalismo basato sulla competizione, ma in un capitalismo della conquista. Questa affermazione sintetizza un cambiamento enorme. L’Illuminismo oscuro è il sintomo ideologico di questa trasformazione. Il processo è già in corso negli Stati Uniti. E non credo passerà molto tempo prima che l’Europa debba affrontarlo».