Ursula von der Leyen ha fatto capire col suo vestito come la pensa sull’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea

(ilpost.it, 17 giugno 2022)

Venerdì mattina c’è stata una riunione della Commissione Europea in cui è stata presa in esame la richiesta dell’Ucraina di ottenere lo status di Paese candidato a entrare nell’Unione Europea. Come previsto, la Commissione ha dato un parere positivo (lo status di candidato è, infatti, solo il primo passaggio di un processo molto più lungo e complicato). A conferma della posizione della Commissione, la presidente Ursula von der Leyen ha scelto di indossare un abito che, tra giacca e camicia, mostra i colori della bandiera ucraina. Von der Leyen è da tempo una sostenitrice dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione, e di recente aveva detto che il Paese appartiene «alla famiglia europea».

Ph. Geert Vanden Wijngaert / Ap
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Le notizie sono conigli (e lo storytelling è la lattuga): la lezione di Frank Rose

di Andrea Cauti (agi.it, 11 giugno 2022)

Raccontare storie sembra sia diventato l’unico modo per fare comunicazione oggi, avvicinando – e a volte facendo interagire in maniera anche incestuosa – mondi tra loro diversi e lontani: pubblicitari, creativi, scrittori, sceneggiatori, programmatori, giornalisti. Una volta si faceva pubblicità dicendo che un brand è buono. A volte, negli Stati Uniti, si diceva che altri brand erano cattivi. E ancora: un tempo si promuoveva un film facendo tour mondiali con i protagonisti, mandando in onda trailer e regalando gadget. I videogiochi erano pubblicizzati in ambienti di nicchia, nei grandi raduni, promossi con gadget e con pupazzi che rappresentano i vari eroi. E poi c’è il mondo del giornalismo, dove la notizia era ciò che contava e dove il lettore si catturava con un titolo accattivante, con un articolo ricco di particolari e rivelazioni, e con la serietà del giornalista.

Ph. Jonathan Bachman / Reuters

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La fine delle challenge sui social

(ilpost.it, 27 maggio 2022)

Le riflessioni sull’evoluzione dei social media nell’ultimo decennio si concentrano sulle trasformazioni relative sia agli aspetti più tecnici e strutturali delle piattaforme, cioè al modo in cui funzionano, sia alla composizione demografica dell’utenza. Sono in genere trasformazioni progressive o comunque i cui effetti non si manifestano immediatamente: è insomma molto difficile notare, prima che sia passato un certo lasso di tempo, cosa e quanto sia cambiato in ambienti virtuali frequentati ogni giorno da milioni di persone. Uno degli aspetti che rendono oggi i social media molto diversi da ciò che erano negli anni passati, uno tra i tanti, è la progressiva scomparsa delle cosiddette “challenge”: azioni di gruppo o anche individuali oggetto di video che diventavano in breve tempo virali e finivano per essere replicate migliaia di volte coinvolgendo un numero elevatissimo di persone diverse tra loro, anche per stratificazione sociale e per provenienza.

Ph. Clive Mason / Getty Images

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L’infowar di Putin

di Maurizio Stefanini (linkiesta.it, 10 giugno 2022)

La guerra guerreggiata all’Ucraina è stata preceduta ed è accompagnata da una guerra cognitiva. Una “infowar” che la Russia ha combattuto contro l’Occidente, e di cui è stata obiettivo anche l’Italia. Divampano ora le polemiche sui simpatizzanti o propagandisti di Putin, e sul fatto se sia o no legittimo fare “liste di proscrizione”, ma – ad esempio – fu la Polizia Postale ad accertare che la notte tra il 27 e il 28 maggio 2018 si erano attivati all’improvviso quattrocento profili Twitter, fino ad allora dormienti, per scatenare, con centinaia di messaggi di insulti, richieste di impeachment del presidente Mattarella. E il tutto era stato ricondotto alla cosiddetta “Fabbrica di Troll”: quella Internet Research Agency, con sede al numero 55 di Via Savushkina a San Pietroburgo, che impiega decine di persone per immettere contenuti sui social 24 ore su 24, e il cui patron è Evgeny Prigozhin, l’oligarca famoso come “cuoco di Putin”.

Israel Palacio / Unsplash

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Gianluca Vacchi, mai un raffreddore

di Stefano Ciavatta (esquire.com, 7 giugno 2022)

Ci siamo. È arrivata la fase da venerato maestro anche per Gianluca Vacchi, imprenditore bolognese, creator digitale, influencer da 40 milioni di follower, per molti solo “quello dei balletti” o semplicemente “un morto di fama”, da ultimo anche deejay al Tomorrowland e all’Amnesia di Ibiza, “celebrità su Internet” sintetizza Google. Con il documentario Mucho Mas prodotto da Nicola Giuliano, premio Oscar per La grande bellezza, Vacchi ha chiuso il cerchio del suo storytelling dorato. Ora è in orbita Prime Video come i Ferragnez e Sfera Ebbasta: that’s Italy. Tra gli animali sociali digitali Vacchi è il primo crack nel suo genere, vale a dire il filone del costume nazionale dei dispenser di leggerezza, gli stakanovisti della fabbrica di felicità e acqua calda. “Me ne vado a fare il guru” diceva Riccardo Pazzaglia.

Prime Video

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Home tour e altre sciocchezze: la società dei politici obbligati a usare trucchetti social per non sparire

di Guia Soncini (linkiesta.it, 10 giugno 2022)

Questa è la storia del presidente degli Stati Uniti d’America. Anzi, no: è la storia del presidente della regione Emilia-Romagna e del sindaco di Bologna. Anzi, no: è la storia d’un influencer qualunque. Ma, diranno i miei venticinque lettori, ci sta dunque dicendo che i tre politici elencati sono degli influencer qualunque? No, cioè sì (certo che lo sono, siamo tutti aspiranti influencer), ma voglio proprio raccontarvi la storia d’un influencer qualunque, di quelli pagati dalle aziende per dire quanto sono buoni i tali beveroni dietetici o i talaltri alberghi a sette stelle. Un giorno l’influencer è di malumore: le sue storie fanno poche visualizzazioni. Ha provato tutti i trucchi che in genere attirano pubblico. Il cane coccoloso. I luoghi di vacanza fotogenici. I monologhi dolenti su qualche dramma familiare, vero o immaginario, trauma infantile, vero o immaginario, problema di salute, vero o immaginario.

Creative Christians / Unsplash

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Il discorso di Matthew McConaughey alla Casa Bianca sulla strage di Uvalde

(ilpost.it, 8 giugno 2022)

Martedì l’attore americano Matthew McConaughey, premio Oscar nel 2014 per il film Dallas Buyers Club, ha parlato alla Casa Bianca della grave strage dello scorso 24 maggio nella scuola elementare di Uvalde, in Texas, in cui sono stati uccisi 19 bambini e 2 insegnanti. McConaughey, che è nato proprio a Uvalde, ha tenuto un discorso appassionato in cui ha mostrato foto e disegni di alcuni dei bambini uccisi, indicando anche un paio di Converse All Star verdi che indossava una bambina durante la strage, e spiegando che era stato possibile identificarla solo grazie a quel paio di scarpe. Nel suo discorso, seguito a un breve incontro col presidente degli Stati Uniti Joe Biden, McConaughey ha invocato una riforma delle leggi sul possesso di armi, sostenendo che servano più controlli per capire a chi vengono vendute e che sia necessario innalzare l’età minima per l’acquisto dei fucili semiautomatici AR-15 – il tipo usato nella strage di Uvalde – a 21 anni.

Ph. Evan Vucci / Ap

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Il problema di Gotham City è Batman

di Raffaele Alberto Ventura (esquire.com, 25 maggio 2022)

Da pochi giorni è disponibile su Spotify il radiodramma Batman: un’autopsia, che sicuramente colpisce fin dal trailer per la qualità quasi cinematografica della realizzazione. La vita non è abbastanza lunga perché io mi metta ad ascoltarlo per intero, soprattutto quando ci sono ancora tanti bei fumetti da leggere, ma la premessa di partenza è sorprendente: qui Bruce Wayne, invece di godere nell’ozio del suo ingente patrimonio, svolge la professione di medico legale. Prova che persino gli elementi più essenziali dell’universo del cavaliere oscuro possono essere smontati e rimontati, fintanto che permane la sua indefinibile sostanza. In ottant’anni di avventure il personaggio di Batman ha vissuto innumerevoli trasformazioni, attraversando uno spettro che va dal grottesco al realistico, e tuttavia ha conservato un’identità forte che lo rende riconoscibile tra tutti.

Warner Bros.

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Damiano Tommasi, un candidato diverso

(ilpost.it, 4 giugno 2022)

Damiano Tommasi, ex calciatore nonché a lungo presidente del Sindacato dei calciatori, è entrato in politica senza seguire le logiche della politica né le regole della sua comunicazione. Il suo programma consiste soprattutto in un manifesto di valori, a tratti sembra dire cose retoriche o molto generiche e si rifiuta di attaccare i suoi avversari. Chi lo ha incontrato nelle piazze durante la campagna elettorale lo ha trovato «genuino», «idealista», «una persona estremamente per bene», che nella caotica e aggressiva politica veronese sono qualità un po’ aliene. Tommasi si presenterà alle elezioni di Verona del prossimo 12 giugno insieme ad altri cinque candidati, tra cui il sindaco uscente Federico Sboarina e l’ex sindaco Flavio Tosi. È sostenuto da una coalizione molto larga che comprende diversi partiti dell’area del centrosinistra: «Ma viene detto troppo poco», racconta, «che io non sono iscritto ad alcun partito».

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Far ridere è un mestiere pericoloso: il genio di George Carlin

di Guia Soncini (linkiesta.it, 24 maggio 2022)

A cosa servono i comici? In George Carlin’s American Dream c’è Chris Rock che dice che hanno preso il posto dei filosofi: chi è che oggi si mette ad ascoltare i filosofi? Su Twitter ci sono ogni giorno militanti offesi perché un qualche comico ha mancato di rispetto al loro settore d’appartenenza: vogliamo essere rassicurati e rappresentati, due ruoli più adatti alle maestre elementari che ai filosofi e ai comici; non vogliamo essere spiazzati né irrisi, il che rende quello del comico contemporaneo un mestiere impossibile. Gira voce che stia per uscire un nuovo monologo di Ricky Gervais, che sarebbe grandemente transfobico, ed è un’accusa che magari qualche tempo fa avremmo preso quasi sul serio, sebbene tendenzialmente scema (non tutto quello che t’irride ha una fobia nei tuoi confronti: anzi).

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