La risposta di Donald Trump alla rivolta delle tv americane contro l’allontanamento dalla Casa Bianca di Cnn, Politico e Ms Now non si è fatta attendere. La Casa Bianca ha infatti annunciato il lancio della “Trump Tv”, una piattaforma streaming attiva 24 ore su 24 dedicata agli eventi dell’amministrazione.
di Marco Taradash (linkiesta.it, 22 settembre 2026)
Donald Trump ha provato a spegnere tre voci e si è trovato di fronte a una fila di telecamere spente. Dopo l’esclusione di Cnn, Ms Now e Politico dalla Casa Bianca, le principali reti televisive hanno sospeso la partecipazione al servizio comune di copertura delle attività del presidente.
Giovedì 21 maggio andrà in onda l’ultima puntata del Late Show with Stephen Colbert, lo storico talk show serale statunitense reso famoso in tutto il mondo da David Letterman, che lo condusse dal 1993 al 2015, quando decise di lasciare e farsi sostituire proprio da Colbert. La Cbs, l’emittente che l’ha trasmesso negli ultimi 33 anni, ne aveva annunciato la chiusura già la scorsa estate, motivandola con problemi finanziari.
I più celebri conduttori di late night show negli Stati Uniti hanno attaccato duramente il presidente Donald Trump e denunciato una «palese censura» dopo che il popolare programma di Jimmy Kimmel è stato sospeso dalla Abc a causa dei suoi commenti sull’omicidio dell’attivista di estrema destra Charlie Kirk. La decisione della rete Abc di sospendere Kimmel «a tempo indeterminato» è arrivata dopo che il presidente della Federal Communications Commission (Fcc) Brendan Carr ha messo in discussione le licenze delle affiliate Abc che trasmettono il suo programma.
La Abc, rete di proprietà della Disney, ha sospeso a tempo indeterminato Jimmy Kimmel Live!, uno dei più longevi e popolari talk show della fascia notturna. Si tratta del cosiddetto late night, il genere televisivo che negli Stati Uniti occupa la seconda serata, a partire dalle 23:30 circa, e che mescola comicità, interviste con celebrità e soprattutto monologhi satirici di apertura.
Gli anni Settanta americani hanno significato moltissimo, trasformando per sempre non solo la società e la cultura degli Stati Uniti ma, con un effetto a cascata, anche quelle dell’intero Occidente, Italia inclusa. Con questo non mi riferisco soltanto alla supremazia economica e politica, ma anche a ciò che il politologo Joseph Nye definì “soft power”, cioè la capacità di sprigionare sé stessa attraverso risorse intangibili: ideali e valori.
Dal 2007 l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha una stella a lui dedicata nella Walk of Fame di Hollywood, una famosa via dell’omonimo quartiere di Los Angeles sui cui marciapiedi sono applicate delle targhe celebrative a forma di stella dedicate ai personaggi dello spettacolo. In questi anni, in particolare dopo la sua elezione nel 2016, diverse persone e associazioni hanno chiesto che venisse rimossa, ma nonostante l’amministrazione locale si dica d’accordo la stella è ancora al suo posto, e viene periodicamente vandalizzata.
Per capire come mai l’America è in lutto per la scomparsa, a 89 anni, dell’attrice Nichelle Nichols, il tenente Uhura di Star Trek, si può dire — semplicemente — che fu tra i pionieri dei diritti civili dei neri, e che sul ponte dell’astronave Enterprise (in onda in tv dal 1966 al 1969 e poi attraverso sei film al cinema) ha incarnato l’ideale di un mondo dove le razze non contano più. Perché, nel futuro immaginato per la serie di fantascienza, sull’Enterprise gli ufficiali erano bianchi, neri, asiatici, senza distinzioni e nella massima normalità. In quel 1966 erano da poco più di un anno stati smontati (a malincuore) negli Stati del Sud della segregazione razziale i cartelli “whites only”, riservato ai bianchi, ma in tv il tenente Uhura incarnava un futuro diverso e inevitabile. Protagonista anche del primo bacio interrazziale della tv americana con il capitano Kirk, cosa assolutamente scandalosa nel 1968.
Lunedì scorso è andata in onda la prima puntata della prima edizione dell’American Song Contest, il concorso musicale ispirato all’Eurovision Song Contest e pubblicizzato come «il più grande evento di intrattenimento dal vivo in America». Trasmesso in diretta sulla rete Nbc, l’American Song Contest si svolgerà in otto settimane e prevede la partecipazione di 56 cantanti che rappresentano uno Stato confederato o un territorio statunitense ciascuno. Nelle parole degli organizzatori, il concorso intende «celebrare l’intensità e la varietà dei diversi stili e generi musicali» degli Stati Uniti; secondo vari critici, però, al suo debutto non è sembrato particolarmente convincente.
di Adalgisa Marrocco (huffingtonpost.it, 10 maggio 2021)
Ormai l’indignazione è di moda. E ogni occasione è buona. Così anche i divi più lontani dalle polemiche hanno alzato la voce puntando il dito contro i Golden Globes. “L’associazione dei giornalisti stranieri è sessista e discriminatoria e va riformata, fino quando non accadrà la boicotteremo”. Perfino Tom Cruise ha restituito le sue statuette e si è unito al coro di indignazione contro la Hollywood Foreign Press Association, che assegna il premio ai migliori film e programmi televisivi della stagione. I critici gridano all’ipocrisia delle star che – in alcuni casi storicamente lontane dall’attivismo – sembrano accorgersi soltanto adesso di un sistema che poco inclusivo lo è da sempre.