Kamala Harris può fare la differenza anche a Hollywood

di Giovanni Pedde (huffingtonpost.it, 10 febbraio 2021)

Sono in molti a chiedersi quali potranno essere le effettive ripercussioni su Hollywood dell’elezione di Joe Biden, da sempre considerato vicino all’industria americana dell’entertainment. E le questioni in gioco non sono poche, dalla tutela dell’industria theatrical, messa in ginocchio dalla pandemia, sino alla ripresa dei negoziati per l’accordo cinematografico Usa-Cina e alla nomina dei nuovi membri della Federal Trade Commission e della Federal Communications Commission. Ma ancora più rilevante e attuale è domandarsi quale impatto potrà avere la nomina di Kamala Harris a vicepresidente. È lei, e a buon diritto, la vera star di questo tanto auspicato risultato elettorale: la prima donna, e la prima donna non bianca, a diventare vicepresidente degli Stati Uniti.

Hbo

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“La Signora Vicepresidente non è più solo un personaggio da fiction”, aveva prontamente twittato Julia Louis-Dreyfus, che ha interpretato proprio quel ruolo nella straordinaria serie Veep della Hbo. Aveva ragione, al 100%. È un momento storico, l’elezione di Kamala, con un valore simbolico che va ben oltre l’immediato connotato politico. Kamala Harris rappresenta un’occasione inestimabile di sintesi sociale, culturale e istituzionale della quale gli Usa hanno un bisogno disperato per superare le divisioni e gli antagonismi amplificati durante gli ultimi quattro anni di presidenza Trump. In questo, l’industria dei media gioca un ruolo di importanza fondamentale. Ma ciò che più conta è che in quell’industria sono proprio le donne, da sempre, a porsi come elemento propulsivo e di cambiamento. E non è alle star del cinema che ci riferiamo, ma a figure femminili ai vertici dell’apparato manageriale degli Studios, incaricate di gestire miliardi di dollari di investimenti nella produzione. Responsabili, spesso, di integrali ridefinizioni dei modelli di business dell’industria, nonché dei contenuti che ne sono espressione.

Hollywood, di queste donne straordinarie, ne ha avute alcune a dir poco leggendarie. Una fra tutte, Sherry Lansing. Quando a soli 35 anni venne nominata presidente della produzione alla 20th Century Fox, la prima donna a ricoprire un ruolo di quel rilievo, Sherry divenne l’ispirazione per una nuova generazione di manager al femminile, da Dawn Steel a Kathleen Kennedy, da Amy Pascal a Stacey Snider. Ma non si fermò a quello. Dopo un intervallo come produttrice indipendente, durante il quale si assicurò varie candidature all’Oscar per film come Attrazione fatale e The accused, Lansing divenne presidente della Paramount e riuscì a rivoluzionarne il modello finanziario, alternando colossali e remunerative coproduzioni, come quella di Titanic con la Fox, a produzioni a costo “controllato”, praticamente in attivo ancor prima di essere prodotte. Sono tante le donne che oggi, a Hollywood, continuano la sua tradizione, in prima linea nel processo di profonda trasformazione che interessa l’industria dello spettacolo, alternando al loro ruolo di mogli e di madri quello di manager innovative, sofisticate, efficienti. Se serve anche inflessibili, come il nuovo ceo della Warner, Ann Sarnoff, chiamata a gestire una complessa ridefinizione e ristrutturazione aziendale nell’era del digitale e dell’on demand.

Kamala Harris non è, culturalmente, molto lontana da loro. Californiana, due figli che il marito avvocato ha avuto da un precedente matrimonio, vicina sia a Silicon Valley sia a Hollywood, dove tra i sostenitori della sua campagna c’erano Marc Benioff, George Lucas e Steven Spielberg, Kamala potrebbe essere la figura di raccordo ideale tra l’industria dell’entertainment e la Casa Bianca. Anzitutto, contribuendo a una risposta rapida ed efficiente alla minaccia del Covid, riservando al settore theatrical, che con la chiusura delle sale ha visto volatilizzarsi miliardi di profitti, una quota del “relief fund” in discussione al Congresso. Ma c’è anche da affrontare il tema della progressiva egemonia sul mercato di alcuni grandi gruppi, derivante dall’incessante succedersi di fusioni e acquisizioni aziendali. Trump aveva cercato di bloccare la fusione tra AT&T e Time Warner con toni piuttosto aggressivi. Biden e Harris potrebbero invece riuscire a impostare la discussione in termini più equilibrati e collaborativi, così da evitare turbamenti a un mercato già fragile e volatile.

Sul tavolo c’è anche la discussione dei rapporti commerciali internazionali; in particolare con la Cina, mercato fondamentale per la distribuzione dei contenuti americani ma notoriamente meno attento, per usare un eufemismo, al problema della pirateria sulla proprietà intellettuale. Anche qui tutto poggia su delicati equilibri diplomatici, inclusi quelli all’interno del Congresso. Non sono pochi quelli che sperano sia affidato proprio a Kamala il compito di condurre le negoziazioni, dentro e fuori i confini, riconducendo i toni alla ragionevolezza e alla cooperazione, in uno dei momenti più delicati e difficili degli ultimi anni. Un’altra donna che, come molte prima di lei, potrebbe presto fare la differenza.

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